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I gabbiani in volo di Ventriglia e Garbuggino

Scritto da redazione il 26/8/2014
I gabbiani in volo di Ventriglia e Garbuggino

I gabbiani in volo di Ventriglia e Garbuggino
MARCO MENINI

Silvia Garbuggino ne Il Gabbiano
Sembra essere l’anno del gabbiano, uccello imperioso che sempre più muta le sue caratteristiche di regale dominatore dei mari per trasferirsi nell’interno di città, campi seminati e discariche, alla ricerca di cibo.

Livorno è una città dove se ne trovano molti. Ma del gabbiano e di Livorno parliamo poiché siamo stati invitati alla messinscena de “Il gabbiano” di Cechov in un piccolo e delizioso spazio, il teatro Florenskij, ubicato proprio nel cuore di Livorno, a due passi dalla storica piazza XX settembre.
Oggi convertita in spazio pubblico, un tempo era ben più conosciuta come sede del famoso “mercatino americano”, dove si trovava di tutto, merce contrabbandata ma di qualità, esotica nel suo provenire da misteriosi container del porto, in anni in cui il mercato non era così omologato come ai giorni nostri, dove ai grandi magazzini monomarca si trovano le stesse cose, da Perugia a Oslo passando per Bordeaux.
Ma torniamo al teatro Florenskij, non distraiamoci. E’ lo spazio dove risiede la compagnia Garbuggino / Ventriglia e all’interno del quale è andato in scena l’esito di un “percorso pedagogico artistico iniziato nel novembre 2013” coordinato dai due attori, che hanno avuto il coraggio – o forse l’ardire – di mettere in scena, a fine giugno, la versione integrale de “Il gabbiano”.
Immaginate un piccolo spazio, una ventina di posti a sedere, un rettangolo di parquet e quattro luci piazzate. E soprattutto nove attori “sconosciuti” (li definiamo così per comodità) alle prese con un testo del genere.

Al termine della messinscena ho pensato, quasi frastornato per la sorpresa, che non si trattava né dell’esito di un percorso, né di uno spettacolo, bensì di un “fatto di teatro”. E devono averlo pensato anche tutte quelle persone che hanno assistito al lavoro, attente e ipnotizzate, silenti e colpite, ma pure tutte quelle che, passando nella strada antistante al teatro, fra auto e motorini parcheggiati, guardavano oltre il vetro dell’ingresso, all’interno dello spazio illuminato - quasi una sorta di acquario - stupiti e curiosi, immaginando chissà cosa.

Un Gabbiano denso, potente, con ogni attore vibrante come la corda di uno strumento interiore accarezzato con forza, ognuno con le sue precipue qualità e caratteristiche, ognuno con il proprio filtro policromo, pronto a restituire le sfumature del testo, e tutti attraversati da una densa e profonda “emozione”, emozione di dire qualcosa di vero, di vivere pulsioni e passioni, in lotta con la realtà, come se parlassero, nell’intimità, ad un amico di un qualcosa che li riguarda da vicino.

Il pensiero corre a “Il gabbiano” del Teatro Nazionale Serbo visto di recente a Firenze, una cattedrale immane, una fortezza regale maestosa quella, al contrario della semplice ma strutturata capanna di legno labronica, ma una capanna fatta di un legno “forte”, elegante e straordinaria nella sua semplicità e...

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