GazzettaWeb.info
COLLABORA
corsi
ParlarePubblico
Sei qui: GazzettaWeb
Invia questa pagina ad un amico Versione stampabile

“Favole” foggiane

Scritto da redazione il 19/12/2012


“Favole” foggiane

DAI CASSETTI DELLA MEMORIA DI AUSER-FOGGIANTICA

‘U canìstre

Questa mattina, domenica 16 dicembre, Zosimo al guinzaglio, mi sono recato al solito bar “sotto i portici” per acquistare la mia razione di fumo quotidiano.
Alla base del bancone, ben allineati e in bella vista, una serie di cesti: panettone o pandoro, torrone, bottiglia di spumante, limoncello e chissà cosa ancora. E già, è Natale, cesti da regalare o da regalarsi!
Mi stava sfiorando appena un pensiero che accostava le parole crisi e consumismo, ed ecco che si apre un cassetto della mia memoria, dentro ci ho trovato un vecchio detto: “Cèste e canèstre” (cesti e canestri), il cui significato, se male non ricordo, era riferito all’accostamento forzato di due cose, ma poteva essere anche di due persone nel cui caso era più rappresentativo un altro detto: “ ‘u diàvele e l’àcqua sànde “ (il diavolo e l’acqua benedetta).
Ma torniamo alle cose, a “cèste e canèstre”, due cose simili, stesso utilizzo, ma di diversa fattura, un po’ per il materiale di costruzione utilizzato, vimini, rami di sambuco le ceste, misto giunchi e canna i canestri, e un po’, quindi, per la diversa “eleganza”. Le stesse caratteristiche che uniscono per l’uso e contemporaneamente differenziano per pregio e materiali “sègge e ferlìzze” (sedie e “ferlizzi”).
Da ceste e canestri a “canìstre”, “ ‘u canìstre “, un altro tiretto, un altro pezzetto di memoria.
E’ proprio vero, non ci siamo inventati niente di nuovo con queste ceste natalizie, in altri tempi, in una diversa società e per ragioni meno effimere, per solo uso e consumo familiare c’era questa usanza, ‘u canìstre: pasta, formaggio, conserva di pomodoro, un quarto di caciocavallo, legumi, forse acciughe salate, un “scilla” (ala) di baccalà secco, una cartina di pepe, e chissà, “la saraca dell’abbruzzese” (aringa affumicata). Ma quest’ultima è un’altra storia.
Ma chi approntava ‘u canìstre, perché, per chi?
Erano i gestori del “quaratìne”, così veniva chiamato in passata epoca il negozio di generi alimentari, perché sembra che i primi che si cimentarono in questa attività commerciale a Foggia provenissero dalla cittadina di Corato, coratini quindi “quaratino”.
Il cesto, ‘u canìstre, uno solo per dimostrarne il contenuto rispetto al costo prestabilito faceva bella mostra di sé sul bancone dell’esercizio, a vista per chi entrava a fare spesa più o meno quotidiana. Una spesa che per molta gente dell’epoca era “a pagherò”, a fine settimana, fine quindicina, secondo la cadenza del salario o paga che sosteneva la famiglia, “a fine raccolto” in caso di modesti contadini.
E’ chiaro quindi che di moneta ne circolasse ben poca, ma con buon anticipo su determinate festività, in particolare quelle natalizie, la gente riusciva a dare, di volta in volta, qualche moneta di acconto sul canestro che prenotava, sì da averlo pagato tutto per il giorno della festa, e per potersi trovare in tavola il suo contenuto.
Era quello, ‘u canìstre, il suo contenuto dava significato, calore e colore al giorno festivo che altrimenti si sarebbe consumato come tutti gli altri, fra una colazione improvvisata, se c’era, un pranzo a volte saltato, bisognava attendere il rientro dal lavoro del capofamiglia al calar della sera (provvidenziale scusa!), e finalmente una cena-pranzo, tutti insieme, con quel che c’era.
Raffaele de Seneen


Gazzetta Web