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“IL VISITATORE”, DI ÉRIC EMMANUEL SCHMITT

Scritto da redazione il 1/12/2013


“IL VISITATORE”, DI ÉRIC EMMANUEL SCHMITT

Il 3 e 4 dicembre debutta al Teatro del Fuoco la stagione serale di prosa
“IL VISITATORE”, DI ÉRIC EMMANUEL SCHMITT

La stagione del coraggio


La crisi continua a mordere in modo spietato e mette continuamente a rischio quelle che in tempi normali erano considerate certezze assolute. È questo il caso della stagione di prosa, che conta a Foggia numerosi estimatori, sicché è una piccola-grande conquista apprendere che ci sarà anche per il 2013-14 sia la programmazione famiglia (la domenica alle ore 18), sia quella serale (ore 21).
È frutto della preziosa sinergia tra Provincia, Comune, Teatro Pubblico Pugliese e Cerchio di Gesso. Particolarmente apprezzabile il contributo di questo gruppo che, nonostante tutto, continua a operare egregiamente per la cultura a Foggia, resistendo alla condivisibile tentazione di mollare tutto e imbarcarsi per altri lidi alla ricerca di altre opportunità. È il sogno americano, come viene evocato nella nota di presentazione della programmazione, ma poi sullo scoramento prevale il senso di attaccamento a questa terra malandata, sicché “Sognando l’America, io resto qua”.
Abbiamo dunque una stagione teatrale e con un cartellone di tutto rispetto, a cominciare da “Il visitatore” di Schmitt. Nonostante tutto.
    
Buone notizie cercansi

Allegato:

In Italia siamo buoni consumatori di televisione e, in particolare di telegiornali. Da qualche tempo accade ormai che le cattive notizie surclassino quelle buone, perché i focolai del malessere sono sparsi in tutto il mondo e non c’è che l’imbarazzo della scelta: pulizia etnica, rivendicazioni territoriali, disastri ambientali, faide tra etnie, rigurgiti xenofobi.
Il Novecento, il cosiddetto “secolo breve”, aveva concentrato la sua violenza nei due disastrosi conflitti mondiali; il XXI secolo sembra diluire nello spazio e nel tempo la sua carica distruttiva e, come se non bastasse, ecco la ciliegina sulla torta: una crisi economica spaventosa e interminabile che fa impallidire quella, gravissima, del 1929.
Con queste premesse, non c’è da meravigliarsi se,dopo che i TG ci hanno aggiornato sui guai del mondo, si faccia strada nella nostra mente un sentimento di prostrazione, di avvilimento, accentuato dalla constatazione che non sembra esserci scampo. È inutile infatti giocare col telecomando alla ricerca di una, che sia una, buona notizia, perché anzi a volte abbiamo la sensazione che i TG facciano a gara nel privilegiare il catastrofismo.
Riaffiora, allora, la domanda antica: l’uomo di diverte ad autodistruggersi, ma Dio dov’è? Un interrogativo del genere si era posto Éric Emmanuel Schmitt, prolifico scrittore e filosofo francese, quando venti anni fa pose mano ad uno dei suoi lavori più riusciti: “Il visitatore”, che viene presentato a Foggia con un cast di prestigio.
Freud e Dio, un dialogo serrato
La vicenda è collocata nel 1943, nella Vienna schiacciata dagli stivali nazisti e ha come protagonisti due personaggi che si collocano agli antipodi, Freud (Alessandro Haber), il padre della psicanalisi e nientemeno che Dio (Alessio Boni), che assume le vesti del “visitatore”. Lo scienziato è nel suo studio, amareggiato per l’invasione tedesca ed    anche    angosciato per la sorte di sua figlia Anna che è stata appena arrestata dalla Gestapo.
Il visitatore irrompe improvvisamente nella stanza senza che nessuna porta o finestra si apra. Freud è sorpreso dall’apparizione, ma si rassicura, perché il personaggio sopraggiunto non è ostile, anzi si pone subito in atteggiamento colloquiale (“Facciamo due chiacchiere, le va?”), dimostrando di conoscere Freud e di apprezzare la validità dei suoi studi scientifici.
Dopo le schermaglie iniziali, Dio accetta di accomodarsi sul famoso lettino dello psicologo e il dialogo approfondisce    temi di alto livello, quali l’esistenza di Dio, il senso della vita, il bene e il male, la religione, la libertà, la storia.
Freud non riesce a darsi ragione dell’esistenza del male e, dall’alto del suo scranno scientifico, all’inizio è sprezzante: basta con i fantasmi del passato, la scienza e la ragione sono onnipotenti e devono rendere giustizia alle creature ingenue. “Se Dio fosse qui… gli direi: «Non esisti! Se sei onnipotente sei cattivo; e se non sei cattivo, non sei abbastanza onnipotente»”.
Il visitatore-Dio ha le sue certezze. È anzitutto sicuro della propria esistenza e confessa che il suo gesto d’amore più grande è stato quello di dare all’uomo il libero arbitrio.

Un bagno di umiltà

Allegato:

La discussione procede e Schmitt riesce a dare un tono leggero a temi così pregnanti. Poco alla volta, però, affiorano le debolezze di fondo. La scienza medica cura il malato, ma non ha risposte di fronte al male dell’umanità. Freud avverte questo limite e cerca appigli extrascientifici per trovare qualche soluzione. L’apparizione improvvisa del visitatore è in fondo dettata dal suo stesso inconscio, che avverte il bisogno inespresso di un aiuto, di un conforto alla sua ansia.
Dal canto suo il visitatore è indotto ad ammettere il proprio limite: non avere la possibilità di incidere sull’uomo impedendogli di fare del male. Giunge addirittura a inginocchiarsi davanti a Freud: “Ho perduto l’onnipotenza e l’onniscienza nel momento stesso in cui ho reso gli uomini liberi… per amore”.
Allegato:

Alla fine resta insoluto il dubbio: chi è il malato e chi è il medico?
Lo scienziato non trova tutte le risposte nella scienza e Dio ha bisogno dell’uomo per indurlo a vincere il male. Lo Schmitt-filosofo rivendica a se stesso la capacità di porre domande, echeggiando un aforisma dell’ineffabile Oscar Wilde, il quale sosteneva che “se hai trovato una risposta a tutte le domande, vuol dire che le domande che ti sei posto non erano giuste”.
In questa difficoltà nel porre domande troviamo anche una professione di umiltà da parte di un uomo di scienza che avverte come il sapere sia una condizione in fieri, qualcosa che va continuamente perseguito, prendendo atto che la certezza tetragona e il sapere definitivo sono soltanto illusioni.    In questo bagno di umiltà ritroviamo lo stesso Dio, quando sul lettino di Freud accetta di farsi psicanalizzare. In questo modo dismette i panni del Dio tuonante, corrucciato e vendicativo che gli uomini gli hanno cucito addosso, per presentarsi – lui creatore davanti alla sua creatura – nelle vesti di un Dio che soffre.
La partita tra i due “contendenti” è tutt’altro che chiusa; la ricerca deve continuare attraverso il dialogo, perché l’uno ha bisogno dell’altro e perché, secondo l’opinione condivisibile di Schmitt, dubitare e credere sono in fondo la stessa cosa e servono per contrastare l’indifferenza; questa sì che è atea.
Vito Procaccini    


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