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“LA POLITICA” DI ARISTOTELE

Scritto da redazione il 23/5/2011


“LA POLITICA” DI ARISTOTELE

Scriveva un secolo fa il poeta francese Paul Valery che “La politica è l’arte di impedire alla gente di impicciarsi di ciò che la riguarda”. Traspare in questa definizione tutto il disincanto e il sarcasmo verso una funzione che è intrinseca al nostro stesso essere uomini, ma che evidentemente il tempo, il cattivo uso hanno offuscato, fino ad associarla ad un’idea di torbido, se non addirittura di turpe. Tutti convengono sulla necessità di restituire dignità a questa parola, salvo poi a dividersi sulle modalità operative. La politica, come tante parola logorate dall’uso, è stata caricata di sensi disparati che hanno finito per snaturarla. Il ricorso all’etimologia può forse sembrare    semplificatorio, ma restituisce all’espressione la freschezza della cultura greca originaria: da politikón, tutto quello che riguarda di affari della polis, cioè della nostra città, del nostro vivere sociale.
Recuperare questo concetto è fondamentale per rimediare all’amarezza di Valery e per farlo è bene partire ab imis, dalla scuola. Il ciclo di seminari di Filosofia e Politica organizzato dal Dipartimento di Storia e Filosofia del Liceo “Marconi”, al suo secondo incontro tratta proprio de “La politica di Aristotele” (del primo incontro abbiamo riferito l’11 e il 18 marzo    scorso).
La relatrice, prof.ssa Antonietta Pistone, ribadisce l’impostazione basilare aristotelica della coessenzialità della politica ad ogni contesto sociale e ad ogni uomo: l’uomo è animale politico (anthropos politikón zoon estin). Ha, cioè, necessità di vivere in una comunità o in una città; può farne a meno solo una belva o un dio.
Aristotele lo dimostra differenziandosi da Platone che invece “vola alto”, sostenendo che è nel mondo delle idee che si colloca la realtà più vera, l’origine della conoscenza e il bene; in quel mondo nasce lo Stato perfetto. L’altra realtà, basata sulle cose materiali sarebbe solo apparente, perché mutevole e precaria.
La ricerca aristotelica della verità – come riferisce Ammonio (Vita di Aristotele) – prevale sull’ammirazione per il maestro: Amicus Plato, sed magis amica veritas. Alla visione idealistica dello Stato perfetto di Platone, Aristotele oppone infatti l’immanenza, riconducendo il tutto alla concretezza terrena in cui si produce o si modifica qualcosa con un’attività che resta all’interno di chi la compie (in – maneo,    rimango in). In questo contesto l’azione politica deve essere esercitata con virtù.
Ecco allora Aristotele descrivere concretamente la genesi e l’evoluzione degli Stati, partendo dalla società elementare nata per prima, la famiglia, che è fondata su due rapporti, entrambi di natura. Il primo è basato sull’uomo e la donna, il secondo è il rapporto tra il padrone e lo schiavo. La concezione della cittadinanza in Aristotele è tanto radicata da ritenere che possono farvi parte soltanto coloro che hanno il tempo libero per partecipare attivamente alla vita pubblica. Gli schiavi, pur facendo parte espressamente della famiglia, non possono avere dignità di cittadini, perché dotati di minore intelligenza, sono inferiori ai Greci e devono da questi essere guidati come strumenti dell’attività economica.
È una conclusione che oggi lascia quanto meno perplessi; incisiva deve essere stato per questo caso il contesto socio-economico del tempo. Sant’Alberto Magno, filosofo tedesco e dottore della Chiesa, 1500 anni più tardi rielaborò tutto il pensiero aristotelico avvertendo i suoi contemporanei che “solo chi crede che Aristotele sia stato un dio crede che non abbia mai errato. Ma poiché si deve credere che sia stato un uomo come noi, come noi anche egli poté errare.”
Di certo non errò – elaborando il cd. “modello aristotelico” - nel delineare la formazione dello Stato risultante dalla ricostruzione storica delle tappe del passaggio dalle forme elementari (famiglia, villaggio) allo Stato, forma evoluta di società idonea a realizzare una pienezza di vita umana e persino la felicità.
Lo Stato, quantunque posteriore alla famiglia, è superiore alla famiglia stessa e lo è “per natura”, nel senso che lo stesso Aristotele chiarisce: “noi chiamiamo natura di una cosa ciò che questa è quando è completamente sviluppata”. Lo Stato è dunque l’evoluzione naturale della famiglia, ma per raggiungere quella pienezza occorre che lo Stato elabori le leggi educando i cittadini all’osservanza.
L’azione politica da cui scaturiscono le leggi deve essere guidata dalla virtù e “la cosa più importante non è conoscerla, ma sapere da cosa deriva. In effetti non vogliamo sapere che cosa sia il coraggio, ma essere coraggiosi, né che cos’è la giustizia, ma essere giusti…”. A questo fine il politico si ispira alla phronesis, la virtù intellettuale che variamente tradotta (prudenza, saggezza) esprime l’atteggiamento da assumere quando la decisione, che è politica, non scaturisce da principi universali, ma si fonda sulla probabilità e verosimiglianza.
Il senso di una tale azione deve essere recepito nella fase educativa del cittadino. Aristotele se ne occupa nell’ultimo dei suoi otto libri di “Politica”, senza riuscire però a completarlo. La relatrice annota a questo proposito un recente contributo di Renato Laurenti, il quale ricorda un tentativo fatto da Ciriaco Strozzi nel ‘500 per completare il libro sulla scia di quanto lo stesso Aristotele aveva lasciato intuire.
Potremmo dire che l’intero corpus della “Politica” si sviluppa come per cerchi concentrici, partendo dal primo libro che si occupa di “economia”, nel senso etimologico del termine (oikonomía ) e che rimanda all’amministrazione equa della casa e ad una gestione razionale delle risorse.
L’orizzonte si amplia, come abbiamo visto, nei libri successivi con le questioni specificamente politiche connesse all’elaborazione legislativa e alle costituzioni che danno origine ai diversi assetti sociali (monarchia, aristocrazia e politeia – moderna democrazia - , con le relative degenerazioni in tirannide, oligarchia, demagogia).
Ma il collante di tutto resta l’educazione che assumerà contorni diversi in rapporto alla forma dello Stato, ma che deve comunque vedere la partecipazione di tutti i cittadini al potere politico attraverso l’alternanza (la situazione politica italiana odierna, con veterani inamovibili legati alla politica, si muove in tutt’altra direzione!)
A tal fine la formazione deve essere quanto mai completa, partendo dall’imparare a leggere e a scrivere, al mantenimento di una buona condizione fisica, alla pratica del disegno, del canto, della musica. Il tutto, però, finalizzato più che ad una utilità pratica, ad una crescita, ad uno sviluppo formativo armonico complessivo che consenta al giovane di padroneggiare l’insieme, di esercitare la “virtù”. Per Aristotele questa si estrinseca non in un atto singolo ma consiste in un habitus, una disposizione, stabile e duratura, che fronteggia l’estemporaneità dei mutamenti contingenti.
Questa virtù per Aristotele è insegnabile e, quale cultore della prassi, individua le modalità dell’insegnamento non nell’esercizio teorico o nei precetti astratti, ma nella concretezza dell’esempio, illuminato dalla phronesis, cui abbiano fatto cenno.
Ecco la modernità di Aristotele, su cui si sofferma la prof.ssa Pistone, invitando i giovani a    ricorrere a questo insegnamento per ridare respiro ad un senso    civico appannato, per ridestare un sano senso di appartenenza, per apprezzare il patrimonio di civiltà e di cultura di cui dobbiamo essere fieri e che abbiamo l’obbligo morale di custodire, per consolidare la democrazia, che non è quercia robusta, ma pianta delicata da tutelare contro il pressappochismo e l’abitudinarietà.
Per tutto questo Aristotele ci dà indicazioni, chiamandoci all’impegno diuturno senza abusare della possibilità di delegare e senza attendere provvidenziali interventi esterni. Impicciamoci – come ammonisce Valery – di ciò che ci riguarda.

Vito Procaccini
articolo pubblicato su Voce di Popolo


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