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MARIO LUZI OVVERO ANELITO DI UN’EPICA SALVEZZA

Scritto da redazione il 19/12/2014


 MARIO LUZI OVVERO ANELITO DI UN’EPICA SALVEZZA

La formula Letteratura come vita che definisce l’ermetismo fiorentino, assume nella lirica di Mario Luzi il sembiante piů originale e il significato piů profondo. Fin dall’esordio degli anni trenta, la poesia di Mario Luzi si configura infatti come una sorta di conoscenza tramite „cifre e sfavilěi”, oppure con le parole di San Paolo:”videmus nunc per speculum in aenigmate,    tunc autem facie ad facies”. Cosě Mario Luzi e le sue poesie si confrontano all’inizio con le forme oscure, distorte, confuse del mondo sensibile riflesso da uno specchio, ma per fede amore e speranza riusciranno poi a vederle faccia a faccia. L’essenza trascedentale del mondo va essere rivelata per un linguaggio destinato ad esprimere per mezzo di segni una realtŕ piů profonda, quella della salvezza. La trascendenza stessa, insieme all’intuito d’origine cristiana, offre i segnali di uno sconfinato evolversi della Creazione, di una sconfinata, eppur misteriosa offerta del Creatore fatta al mondo. L’esegesi italiana considera Mario Luzi, nato cent’anni fa, una delle vette della poesia cristiana europea. Colui che tenta di capire il male quale principio che sfugge all’intelligenza umana, di avere un dialogo con Dio, rivendicando il suo diritto di conoscere tramite domande le risposte dell’Onnipotente, non esita a formulare il proprio credo etico ed estetico: „ho vissuto il cristianesimo come una via di ricerca, di perfettibilitŕ. Il Vangelo č una sveglia che non ti permette mai di languire”
                 Solamente nella seconda tappa della sua opera, Luzi, nel tentativo di interpretare „l’occasione metafisica del mondo”, va confrontandosi con un mondo sfigurato e disfatto in cui č sempre piů difficile riconoscere il sigillo divino. L’ottimismo, la prospettiva di fiduciosa attesa, che distinguevano la prima tappa della sua poesia, si lasciano sostituire da una voce che presagisce l’anelito di una „epica salvezza”    tramite un’umana avventura sempre piů straziante (siamo giŕ negli anni della seconda conflagrazione mondiale). E’ cosě che interviene nell’opera del poeta quella svolta, da lui stesso qualificata quale passaggio dallo stato di contemplazione alla discesa verso i problemi ineludibili e urgenti del mondo, cioč, citando una sua silloge del 1963, „La discesa nel magma” , la sua vera rottura dalle procedure della tappa anteriore. Diamo la parola al poeta con un testo tratto dal volume appena ricordato:

                                                     Il Giudice



"Credi che il tuo sia vero amore? Esamina
a fondo il tuo passato" insiste lui
saettando ben addentro
la sua occhiata di presbite tra beffarda e strana.
E aspetta. Mentre io guardo lontano
ed altro non mi viene in mente
che il mare fermo sotto il volo dei gabbiani
sfrangiato appena tra gli scogli dell'isola,
dove una terra nuda si fa ombra
con le sue gobbe o un'altra preparata a semina
si fa ombra con le sue zolle e con pochi fili.
"Certo, posso aver molto peccato"
rispondo infine aggrappandomi a qualcosa,
sia pure alle mie colpe, in quella luce di brughiera.
"Piangere, piangere dovresti sul tuo amore male inteso"
riprende la sua voce con un fischio
di raffica sopra quella landa passando alta.
L'ascolto e neppure mi domando
perché sia lui e non io di lŕ da questo banco
occupato a giudicare i mali del mondo.
"Puň darsi" replico io mentre giŕ penso ad altro,
mentre la via s'accende scaglia a scaglia
e qui nel bar il giorno ancora pieno
sfolgora in due pupille di giovinetta che si sfila il grembio
per le ore di libertŕ e l'uomo che le ha dato il cambio
indossa la gabbana bianca e viene
verso di noi con due bicchieri colmi,
freschi, da porre uno di qua uno di lŕ sopra il nostro tavolo.


                                Judecătorul

„Crezi că iubirea ta e sinceră? Scrutează-ţi
pe-ndelete trecutul” stărui el
străpungându-mi coardele pieptului
cu uitătura lui de presbit, batjocoritoare şi stranie.
Şi-aşteaptă. Timp în care eu mă uit în zare
şi altceva nu-mi vine-n gând
decât marea fermă sub zborul pescăruşilor
abia vălurită pe sub stâncile insulei,
unde un pământ chelb îşi ţine de umbră
cu cocoaşele sale sau un altul gata de semănat
îşi ţine de umbră cu brazdele şi cele câteva fire.
„Cu siguranţă, poate că am multe păcate”
răspund în cele din urmă prinzându-mă de ceva,
poate chiar de rătăcirile mele, în acea
                                                                            lumină de pârloagă.
„Să-ţi plângi, ar trebui să-ţi plângi iubirea fără noimă”
se auzi din nou glasul lui ca un şuier
de vântoasă-naltă măturând acea landă.
Îl ascult şi nici măcar nu mă-ntreb
de ce stă el şi nu eu după tejgeaua aceea
tocmit să judec relele lumii.
„S-ar putea chiar s-o fac” i-o-ntorc în timp ce mă
                                                                            gândesc la altceva,
în timp ce calea se-aprinde solz cu solz
şi-aici în bar lumina ca în toiul zilei
fulgeră în două pupile de puştoaică ce-şi desface şorţul
liberă fiind câteva ore şi bărbatul care intră-n tură
îmbracă vesta albă şi vine
spre noi cu două pahare pline,
aburite, punând câte unul în dreptul fiecăruia pe masă.
                                                                                     GEO VASILE, Bucarest, dicembre 2014


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