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SOBRIETA’ COME PARZIALE RIMEDIO

Scritto da redazione il 8/2/2012


 SOBRIETA’ COME PARZIALE RIMEDIO

Non demordere di fronte alle difficoltà

Tanti gesti quotidiani per contribuire ad alleviare la crisi

A proposito della possibilità di cambiare stile di vita per affrontare meglio le difficoltà della crisi attuale, citavamo la scorsa settimana un pensiero sintetico ma profondo: “meglio cercare di essere parte della soluzione che rimanere parte del problema”. A questa soluzione è giunto Leo Hickman, il “frugalista” inglese. Il vocabolo è ora nel New Oxford American Dictionary, a testimonianza che certi comportamenti hanno ormai rilevanza nel comune sentire.
Certo, gli stili di vita non si cambiano rapidamente, o meglio, accettiamo volentieri, e con una certa compiaciuta indolenza, i cambiamenti che solleticano l’egoismo, la voglia di apparire, l’inesausto desiderio di comodità. In questa fase ci lasciamo andare dolcemente come su un piano leggermente inclinato e così quasi non ci avvediamo di quanto rapidamente stiamo cambiando.
Più laborioso è invece il percorso inverso, quando un improbabile impeto di resipiscenza, o – più verosimilmente – le difficoltà imposte dalla crisi economica, ci inducono a rivedere i comportamenti. Ci accorgiamo, a questo punto, di come il modello di vita sia diventato una sorta di costellazione di “diritti acquisiti” e, come tali, inviolabili: ogni variante lungo il percorso inverso della risalita rischia così di lasciare traccia sulla nostra psiche, perché ci sentiamo come defraudati di quelli che ritenevamo essere diritti conquistati in via definitiva.
A parziale giustificazione di questo atteggiamento possiamo addurre la considerazione dell’andamento sin qui sempre migliorativo delle condizioni generali di vita. Fatale, dunque, che in presenza dell’attuale dura crisi, avvertiamo difficoltà di adattamento, che tuttavia può essere almeno in parte fronteggiata rieducandoci alla sobrietà.
I suggerimenti pratici sono i più diversi. Si potrebbe partire da un uso più attento dell’acqua potabile e su questo fronte in Italia abbiamo molto da lavorare, considerato che proprio    in questi giorni il consesso mondiale riunito a Durban (Sud Africa) per il dopo-Kyoto, ci ha classificato tra i Paesi più spreconi.
Si potrebbe continuare con un uso più giudizioso dell’energia elettrica e domandarci quante lampade lasciamo inutilmente accese nelle nostre case e negli uffici privati e pubblici.
Che dire, poi, dell’abuso dell’automobile, che è quasi una nostra protesi e che utilizziamo anche per fare poche centinaia di metri, lamentandoci poi anche di non trovare un parcheggio comodo.
Inoltre, con il riuso e il riciclo potremmo finalmente porre un argine al dissennato malcostume dell’usa e getta, grazie al quale riempiamo in men che non si dica anche le discariche più capienti.
Bisognerebbe anche migliorare il rapporto con le cose che accumuliamo inutilmente e con il cibo che consumiamo.    Non possiamo identificarci con i beni materiali che possediamo, senza rischiare di diventare noi stessi delle cose, e, per altro verso, non dovremmo avere difficoltà a rivedere le abitudini alimentari, se pensiamo all’obesità che affligge le popolazioni del Nord del mondo.
Potremmo essere interessati ad uno spirito di carità cristiana, pensando ai bisogni degli indigenti che vivono a due passi da casa o nel terzo mondo; ma potremmo anche pensare semplicemente alle conseguenze che un errato regime alimentare produce sulla salute fisica e ai costi sociali che gravano sulla sanità pubblica, chiamata ad arginarne le conseguenze. Il sacrosanto “diritto alla salute” è una conquista di civiltà (che ha portato non a caso al miglioramento generale delle condizioni di vita e all’allungamento della stessa vita media), ma non andrebbe disgiunto da un regime alimentare più responsabile, nell’interesse proprio e della società.

Il “benaltrismo”
Ma ecco subito la solita obiezione: ci vuole ben altro per cambiare la situazione. Il benaltrismo è un altro dei malvezzi italioti e rivela il nostro indugiare quando si tratta di assumere la nostra parte di responsabilità per le questioni di interesse collettivo. Nessuno vuole    banalizzare i problemi che pure ci sono, ma la complessità diventa spesso un alibi, lo schermo dietro il quale ci nascondiamo per giustificare        l’inerzia, la mancanza di iniziative individuali. Ed eccoci lì, pronti a demandare ad altri le soluzioni, mentre noi ci mimetizziamo nell’attesa messianica di questa fantomatica palingenesi che altri dovrebbero costruire.
Dimentichiamo che dai comportamenti individuali o settoriali può derivare una presa di coscienza generale. Non mancano gli esempi che si potrebbero seguire.
Pensiamo all’iniziativa “Nuovi stili di vita” in atto nella diocesi di Pescara-Penne, finalizzata a promuovere i necessari cambiamenti strutturali partendo dalla vita quotidiana ed esercitando compiutamente la propria capacità di scelta.
Pensiamo all’iniziativa “Sagre virtuose”, avviata questo autunno nel Friuli-Venezia Giulia da Legambiente, con l’ARPA (Agenzia Regionale di Protezione Ambientale) e le Pro-loco. Sono premiate con un apposito “festone” le sagre in cui sono utilizzati piatti di ceramica, si serve acqua di acquedotto in caraffe di vetro con ghiaccio, vengono servite bibite alla spina, sono privilegiati i prodotti a km zero.
Ricordiamo anche l’ampia eco mediatica suscitata da Michelle Obama che si occupa di verdure nel suo giardino presidenziale.
Sono temi che meriterebbero una riflessione. “Meditare è un’occupazione potente e piena: io preferisco formare la mia anima piuttosto che arredarla”. Lo scriveva qualche secolo fa Michel de Montaigne. Riusciremo noi a trovare il tempo per costruire una nostra personalità, invece di prodigarci per il non essenziale?    
Vito Procaccini


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