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‘U bruzzesìlle

Scritto da redazione il 23/12/2012


‘U bruzzesìlle

DAI CASSETTI DELLA MEMORIA DI AUSER-FOGGIANTICA

FAVOLA DI NATALE FOGGIANA
        
‘U bruzzesìlle, questa la parola meglio evocata nella frase “Benedìche, stàije cùme a nu bruzzesìlle!” (Benedico, hai l’aspetto di un bambino abruzzese), paffuto, in carne, guance colorite.
        Doverosa premessa va fatta sul “benedìche” (benedetto, ti benedico, dico bene di te), parola chiave a cui far seguire un complimento diretto ad un neonato, un bambino.
        Parola dovuta e richiesta, vecchia e tacita consuetudine, necessaria nell’immaginario comune fatto di religiosità e magia per eliminare dal successivo apprezzamento, ogni ipotesi di invidia che avrebbe colpito il piccolo col “malocchio” ed i problemi da questo derivanti.
        Anche se, per ogni evenienza, le mamme si premunivano mettendo addosso ai bambini santini, e ninnoli a forma di corna, ferri di cavallo.
        Ma per trovare il nostro “bruzzesello”, dobbiamo andare indietro nel tempo: epopea della transumanza, ed è facile intuire in altre regioni: Abruzzo, Molise, Sannio.
        Di lì partivano le “masserie di pecore” transumanti: pastori, pecore, salmerie, muli e cani, e poteva capitare che il pastore portasse con se il figlioletto di 7-10 anni.
        La pastora, la moglie del pastore, abituata alle annuali partenze e lunghe assenze del marito, in quella particolare occasione trovava sicuramente una lacrima da far scorrere sul suo volto scolpito nella pietra per il figlio che si allontanava per la prima volta. Il “pastorello”, il figlio, probabilmente no, preso com’era da un’avventura tutta nuova che si apprestava a vivere col padre.
        Ma è probabile anche che il “pastorello” non conoscesse fino in fondo le intenzioni del pastore-padre.
        Infatti, arrivati a Foggia sede della Mena della Dogana delle pecore, mentre il “massaro”, fiduciario del padrone delle pecore, svolgeva tutti gli adempimenti: conta delle pecore (in seguito professazione segreta del numero delle pecore), assegnazione dell’erbaggio e preparazione per la partenza verso la locazione, il pastore-padre, per un impegno già preso l’anno precedente, affidava il figlio-pastorello ad una famiglia nobile o benestante della città.
        Qui, molto probabilmente, era il “pastorello” a piangere, che aveva superato abbastanza bene il distacco dalla mamma-pastora perché preso dall’imminente avventuroso viaggio, ma ora, col distacco dal padre-pastore rompeva l’ultimo legame con la sua famiglia, gente e terra.
        Perché tutto questo?
        L’inconsapevole “pastorello” veniva “affittato” ad una famiglia nobile o benestante del luogo che aveva un figlio della sua stessa età con il compito di fargli compagnia, diventare un suo temporaneo compagno di giochi. Spesso ancora capitava che le possibilità ed il benessere della famiglia ospitante non trovassero pari riscontro nella floridezza fisica del bambino di casa, che pur avendo tanto e tutto sovente non gli mancavano vizietti propri dell’agio di cui godeva, e spesso, gracile e pallido, soffriva di inappetenza.
        Soprattutto la cura di questo ultimo aspetto era affidata al “pastorello” amico di giochi, ma anche commensale del bimbo di casa. Il “pastorello”, con il suo comportamento a tavola davanti a tanto ben di Dio, mangiava di tutto senza creare e crearsi problemi. Questo suo comportamento si sperava creasse nel suo nuovo amico, fra una chiacchiera e una risata, un senso di emulazione per superare i falsi problemi di inappetenza.
        E’ quasi certo che la “cura” nel tempo, e nelle diverse occasioni, abbia dato i frutti sperati tanto da trovare in quella frase benedicente significativa conferma.
        A maggio, dopo la Fiera di Foggia, la masseria di pecore faceva la “scasata”: smontava il campo, caricava reti, paletti e pentolini sui muli, radunava le pecore per riprendere la via dei monti, e il papà-pastore andava a riprendersi presso la famiglia affidataria il suo piccolo.
        Qui, ancora lacrime per il distacco, cinque-sei mesi trascorsi insieme dal “pastorello” col “foggianello” avevano creato un rapporto, cementato un’amicizia. Ma bisognava tornare a casa, la mamma-pastora era in ansiosa attesa.
        Foggia, zona Porta Grande – Epitaffio, la Fiera è finita, si può partire. La confusione è grossa: greggi, cani, muli, pastori. Lo riuscite a vedere il nostro “pastorello” che sta iniziando il suo viaggio di ritorno dalle Puglie a casa sua!?
        Eccolo lì! Segue di un passo il padre-pastore, anche lui ha una “paroccola” (bastone terminante in cima con un ringrosso tondeggiante) a giusta misura, e un tascapane dietro le spalle, dentro, un vestito nuovo, a volte anche un paio di scarpe, il compenso già pattuito per le sue prestazioni di amico di giochi e commensale.
        Sarà festa al paese quando vedranno in lontananza l’arrivo delle greggi, la festa della“Remnuta”, del ritorno. Il nostro “pastorello” finirà stretto fra le braccia di mamma-pastora, papà-pastore due-tre giorni di riposo, poi riprenderà la via dei monti con le greggi per assicurare loro aria fresca ed erbaggi, lo attende il “procojo”, la capanna di pietre.
        Forse il nostro “pastorello” tornerà ancora nelle Puglie a far compagnia e giocare con qualche coetaneo, ma due-tre anni ancora, poi sarà “pastorecchio”, pastore giovane, e avrà il suo da fare nella masseria delle pecore.

Raffaele de Seneen


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