La cura e il “prendersi cura”

Scritto da antonietta pistone il 5/5/2021


La cura e il “prendersi cura”

È da un po’, diciamo da quando è iniziata la pandemia, che i miei corrispondenti privilegiati, per gli articoli che posto su GazzettaWeb, sono gli Ospedali Riuniti di Foggia, attuale Policlinico, con i suoi numerosi comunicati stampa, che vantano conoscenza, ricerca e competenza dei nostri medici e dei reparti nei quali si trovano ad operare.

Mi auguro, come cittadina e come foggiana insieme, che gli articoli che postiamo non siano soltanto il frutto di una retorica stantia e retrograda, e che corrispondano alla realtà dei fatti e delle cose, sul piano operativo.

Da troppo tempo in qua, ormai, della scienza medica si fa una mera questione di modelli teorici, da cattedra universitaria, e da insegnamento dottrinale, e come tali indiscutibili.

Mi chiedo, però, se al di là di tutto questo sapere millantato, ci sia poi di fatto anche il rispetto per la persona umana, per il malato e il paziente ospedalizzato, nonché per la sua famiglia.

Me lo chiedo perché, nel corso dell’attuale emergenza pandemica, mi è capitato, disgraziatamente, di dover sostare in pronto soccorso per ben due volte, una delle quali in codice rosso. Ho dovuto attendere la prima volta otto ore e, soprattutto la seconda, in derisione al rosso emergenziale, con mia madre dentro in fin di vita, circa dieci ore, per ottenere un ricovero in reparto.

Mi domando, a questo punto, dove risieda l’umanità della cura, mentre sul lettino freddo e duro dell’ambulanza è stesa una persona che non ha nemmeno più un filo di voce per parlare.

Giunta in pronto soccorso senza una diagnosi, ella spera che quel qualcuno che continua ad affaccendarsi attorno a lei cerchi di capire dove possa esistere un reparto che se ne prenda cura, prima di dover morire in stato di abbandono, mentre fuori, da giorno, si fa lentamente notte.

Le cartelle cliniche non gridano, al cambio del turno dei medici e degli infermieri, proprio come fanno, invece, certi pazienti che non hanno più nemmeno fiato in gola per urlare la loro richiesta di aiuto, rimanendo apparentemente inascoltati nella generale indifferenza.

E se impedite, causa covid, l’ingresso ai figli nei reparti, almeno abbiate il buon senso di chiedere loro notizie dei genitori ricoverati, prima di pronunciare sentenze    superficiali, e per questo anche assai poco professionali.

Perché, mi chiedo, ci stavate capendo qualcosa? Ciò anche in considerazione del fatto che siete poi giunti a comunicarci la morte senza dirci la causa esatta, il perché ed il come la situazione sia giunta all'irreversibile. E, soprattutto, dove sia incominciata la discesa, lenta ma inesorabile.

Il malato che vi arriva, ex abrupto, in ospedale, non potete conoscerlo già, se non è stato prima vostro paziente. E, tante volte, lasciatemelo dire, non lo conoscete nemmeno se lo avete visto e visitato più volte.

Non siamo oggetti da attenzionare; né numeri di un’indagine scientifica. Pretendo che mi sia restituita la mia dignità di persona!!!

Siamo esseri umani, e vogliamo medici che siano umani, quando abbiamo bisogno di un loro apporto nelle nostre vite.

A nessuno piace stare in ospedale. A nessuno piace varcare le soglie del Pronto Soccorso. A nessuno piace essere ricoverato, piuttosto che ricevere cure nella propria casa.

Ma poiché ci sono situazioni delicate, e di estrema gravità, che richiedono il ricovero, e poiché da onesti cittadini paghiamo le tasse, esigiamo il nostro diritto alla cura.

Cura che non può essere fredda somministrazione di farmaci o di diagnosi sputate fuori come sentenze, nemmeno tanto precise.

Cura vuol dire dialogo, vuol dire un volto umano e sorridente, che ci faccia coraggio nel momento della prova, quando abbiamo paura.

Cura è qualcuno che ci rimbocchi le coperte la sera, come facevano i nostri genitori prima di darci la buonanotte da bambini.

Cura è aiutarci a mangiare, se non lo sappiamo fare più perché siamo vecchi e malati.

Cura è offrire un bicchiere d’acqua, fare una carezza, stringere una mano.

Cura è l’ascolto silenzioso del dolore e della sofferenza, anche quando chi le prova non è in grado di poterle esprimere a parole.

Cura è un aiuto nel lavarsi, un braccio per sostenersi, un appoggio per chi sta perdendo l’equilibrio che lo possa mantenere in vita.

Senza questo tipo di cura, la medicina è pratica disumana.

E il medico è un mero esecutore di una prassi che non conserva nulla della sua primordiale umanità.

Quante volte abbiamo preferito medici meno bravi ma più disponibili, più pronti a mettersi in discussione, a cimentarsi nell’ascolto, a dialogare!

Meno saccenti, ma più umani, in una parola.

Perché l’ascolto autentico è il primo approccio alla cura.

Ecco, io credo che la medicina debba ritornare a scoprire le radici della sua umanità.

Il medico, in qualsiasi specialità egli si sia formato, è prima di tutto un essere umano che “si prende a cuore un altro essere umano”.

Questa è la cura.

I titoli, i convegni, i “prof” e i “dott” da soli non servono a nulla.

Sono un’offesa alla comune intelligenza.

Non servono a chi se ne fregia, che sempre poca cosa rimane.

Non servono a chi ne dovrebbe usufruire, perché il malato non è di questo che ha bisogno.

Se allontaniamo la cura dalla sua radice umana, non pratichiamo la cura, ma sperimentiamo l’orrore di una scienza disumana.

E la morte, la mala morte di chi finisce nella solitudine disperata, ne è la conseguenza più che naturale.

Soprattutto per chi è stato abituato a ricevere, dalla sua famiglia, quelle cure amorevoli che gli vengono così negate con l’ospedalizzazione.

La mia triste esperienza di tutta questa scienza millantata dagli articoli di giornale è, invece, legata a diagnosi che paiono superficiali, frettolose, spesso assolutamente incomprensibili.

Al bisogno, percepito, di liberarsi del paziente ricoverato perché la macchina ospedaliera deve continuare la sua folle corsa verso il nulla.

Perché dopo averne triturato uno, sotto il bisturi della sala operatoria, c’è già il prossimo in attesa di farsi stritolare dagli ingranaggi del sistema sanitario nazionale. Il migliore….quello italiano…ma di quale meglio stiamo parlando!? Stiamo parlando di budget, di numeri, di pezzi!?

Breve storia triste di una sanità malata e in fin di vita

Vi racconto in breve la mia esperienza di questa macchina infernale che è, oggi, la nostra sanità: mia madre è stata ricoverata con femore rotto. Operata con protesi d’anca. Dimessa dopo consulenza urologica probabilmente con la stessa infezione urinaria con la quale era entrata, circa dieci giorni prima, in ospedale. Perché la situazione era stata definita priva di qualunque urgenza. E rimandata a 15 giorni dopo, quando sarebbe risultata già morta. Nessuno mi ha contattata, in occasione di questa consulenza.

Oggi mi chiedo: qualcuno si è preso la briga di leggere tutte le carte che avevo consegnato in ospedale al momento del ricovero, dove era ben descritto lo stato di salute generale di mia madre (uno stato complesso!), le patologie che aveva, le analisi pregresse, fatte fino a due giorni prima dell’accidentale caduta in casa, che l’ha portata all’intervento?

Qualcuno ha letto quelle carte con la dovuta attenzione? Certo, nessuno ha speso due minuti per cercarmi e contattarmi, anche soltanto telefonicamente: io avrei potuto illustrare il quadro di una situazione non semplice che, credo, non sia stata considerata, come avrebbe dovuto, nella sua totalità (e non settorialmente osservata per singole patologie). Perché la sottovalutazione di quel quadro d’insieme ha portato a dimissioni frettolose ed inopportune.

Anche in considerazione del fatto che, a leggere la cartella clinica di dimissioni, pare che dopo l’intervento di protesi d’anca di circa dieci giorni prima, mia madre non sia stata ricanalizzata. E nessuno si è posto il problema di sollevare il dubbio sulla questione, fintanto che è stata ricoverata. Anzi, è stata dimessa con l’assunzione di un blando lassativo, il Portolac, che si dà ai bambini la sera, prima di andare a dormire.

In queste condizioni, è stata mandata a fare una fisioterapia, dove, come prova la cartella clinica, la situazione ha continuato a degenerare irreversibilmente, perché lì, nonostante tutte le evidenze delle analisi di laboratorio, che provano uno stato settico e una condizione di grave allarme dei livelli di coagulazione sanguigna, dal primo giorno di ricovero, continuavano a riferirmi di curare la spossatezza di mia madre leggendola come rifiuto psicologico della struttura ospedaliera, piuttosto che rimandarla    velocemente al Policlinico per trattare, con le terapie adeguate, in un reparto specialistico, il suo stato infettivo, la scadente toilette intestinale, e gli elevati livelli di coaugulazione del sangue. Anche in considerazione del fatto che, dopo la prima settimana, era evidente che le cure che mia madre riceveva si dimostravano assolutamente inadeguate e innocue a migliorare le sue condizioni, progressivamente ed inesorabilmente in peggioramento, secondo quanto dicono sempre le analisi di laboratorio.

Lo stato di gravità, nei giorni successivi, si è così esteso e generalizzato ad altri organi, complicandosi con un’ostruzione intestinale, sottovalutata, e non trattata come tale, per almeno una decina di giorni prima che si prendessero ulteriori provvedimenti.

Questa situazione ci è stata, invece, comunicata da un giorno all’altro quando, finalmente, i medici che la tenevano in cura presso la struttura di riabilitazione fisica si sono decisi, perché sommersi dagli eventi patologici ulteriormente sopraggiunti, ad inviarla nuovamente in Pronto Soccorso presso il Policlinico Riuniti di Foggia.

Ma, ormai, era già troppo tardi, e la situazione si era fatta irreversibile.

Lì, dopo quasi dieci ore di attesa in codice rosso, l’hanno ricoverata ormai stremata, e in fin di vita, in condizioni gravissime per la sua ultima notte.

Questa è la mia breve storia triste…Una storia che racconta cose vere, e molto distanti da quelle scritte nei titoloni dei giornali, su queste strutture ospedaliere che ci dovrebbero salvare la vita (ma anche alleviare la morte), se mai ne avessimo bisogno.

Una storia fatta, per come l’abbiamo percepita noi familiari, di inefficienze, di lentezze burocratiche, di incomprensioni, di tanta sbrigativa e grossolana superficialità, di mancanza di dialogo e di confronto, persino con i figli e con i parenti tutti, in generale.

Ditemi se questi sono gli specialisti e la Medicina di cui abbiamo bisogno.

Ditemi se è questa la Medicina. Se è questa la cura.

Perché se la vostra risposta è positiva, io su questo giornale non pubblico nemmeno più un comunicato che vanti le gesta del Policlinico Universitario di Foggia.

E me ne vado a vivere in un paese del Terzo Mondo.

Se, invece, doveste darmi ragione, c’è più di qualcuno che dovrebbe rivedere il suo lavoro, e i suoi metodi operativi al Policlinico, tanto osannato dai giornali per la sua supposta e innovativa efficienza. E non soltanto lì, purtroppo per noi foggiani. Perché esistono anche altre strutture di cui non si fa altro che parlare bene, dove i pazienti vengono mandati a fare riabilitazione e ne escono in fin di vita.

E allora non è tutto oro quello che luccica. Evidentemente!

Antonietta Pistone