Orizzonti di Pace. La pratica nonviolenta come orientamento politico

Scritto da redazione il 18/4/2011


Orizzonti di Pace. La pratica nonviolenta come orientamento politico

"Non credere alla possibilità di una pace permanente vuol dire non credere alla santità della natura umana. I metodi adottati finora sono falliti perché è mancato un minimo di sincerità da parte di coloro che ci si sono provati. Ma essi non s’accorsero di questa mancanza. La Pace non si ottiene con un parziale adempimento delle condizioni, così come una combinazione chimica è impossibile senza l’osservanza completa delle condizioni necessarie per ottenerla. Se i capi riconosciuti dell’Umanità che controllano gli strumenti di distruzione rinunciassero completamente al loro uso, con piena conoscenza delle relative implicazioni, si potrebbe ottenere la pace permanente. Questo è evidentemente impossibile, se le grandi potenze della terra non rinunciano al loro programma imperialistico. E questo sembra a sua volta impossibile, se le grandi nazioni non cessano di credere nella competizione che uccide l’anima e di desiderare la moltiplicazione dei bisogni e, quindi, l’accrescimento dei beni materiali." Ieri mi è sembrato che fosse in questo brano di Gandhi il miglior augurio possibile da rivolgere ai lettori del mio blog in occasione della Domenica delle Palme, per la Pace. E il motivo di questa scelta ricade sul fatto che sono rimasta sconvolta l’altra mattina a scuola, quando, dopo aver spiegato il metodo nonviolento di Gandhi per la liberazione dell’India dal dominio inglese, ho ritenuto di dover aprire un dibattito tra gli studenti, sulla possibilità reale della nonviolenza. E il primo dato che è emerso, facendo un confronto con l’Imperialismo del Novecento, è stato quello relativo al fatto che l’ideologia del Maestro indiano è utopica almeno quanto il pensiero del socialismo reale di Marx. Probabilmente, secondo i miei alunni, è stata questa la ragione per la quale non si è poi mai concretamente attuata nella storia la pratica nonviolenta come orientamento politico. Anche l’economia della condivisione rimane sempre una speranza quasi religiosa di cambiamento piuttosto che una prassi effettivamente ipotizzabile in futuro. C’è poi da dire che non è accettabile il mito del buon selvaggio, e che non è ipotizzabile una bontà innata nell’uomo, che pare invece naturalmente predisposto alla sopraffazione e al dominio sul territorio e sui propri simili. Secondo questo orientamento non è accettabile una politica che abbia come suo principale perno l’ideologia nonviolenta, mentre è completamente comprensibile il perché del diffondersi in ogni epoca e luogo dei regimi di tipo imperialistico, che sono poi quelli che hanno finito per dominare le scene della storia del Novecento, attraverso le dittature e i totalitarismi, sfociando infine nelle due guerre mondiali. Ma soprattutto è stato sconcertante ascoltare il racconto di un alunno che, intervenendo nella discussione, ha esordito dicendo che i metodi nonviolenti rimangono, allo stato attuale, una mera utopia, tenendo conto che persino luoghi deputati per principio all’educazione dei giovani come la scuola coltivano l’odio, piuttosto che fare davvero formazione. E questo perché la logica dominante nelle istituzioni scolastiche è attualmente orientata al successo ad ogni costo, e finisce col determinare una corsa alla competizione, che non sempre viene correttamente gestita entro i limiti della correttezza umana sia dal docente che dagli stessi discenti. Il suo racconto, in particolare, si riferisce ad un bisogno reiterato della sua precedente professoressa di storia di dimostrare a tutti i costi l’ignoranza del mio alunno nella materia scolastica da lei insegnata, adottando una serie di comportamenti che hanno determinato poi di fatto la sua bocciatura ed il successivo cambiamento di scuola. Noi docenti sappiamo tutti che, anche desiderandolo, non possiamo pretendere una preparazione costante e giornaliera, che sia perfetta, nella disciplina che insegniamo. Perciò interrogare lo stesso alunno il giorno dopo averlo sentito vuol dire sapere di trovarlo impreparato quasi di sicuro. Perché alcuni docenti agiscono così? Qual è il loro obiettivo? Dovrebbe essere soddisfazione comune poter giungere a fine anno senza aver lasciato nessuno indietro. O gioire a mettere voti buoni. Perché mai impera nelle scuole questa forma ostentata di ostracismo? Rattrista sentire da giovani di diciotto anni che pensano la realtà già in modo così disilluso. E fa specie capire che siamo proprio noi adulti a comunicare questa modalità di approccio. Se l’educazione alla pace comincia dai banchi, non è difficile comprendere come sia inverosimile vedere realizzato il sogno di una società nonviolenta quando è proprio la scuola a fomentare sentimenti di gelosia e di invidia tra i compagni dello stesso gruppo classe, conferendo al voto decimale un valore estremamente superiore a quello che gli dovrebbe spettare di diritto, e finendo così per screditare implicitamente tutto il lavoro di studio e di conoscenza che dovrebbe stare dietro il sistema della valutazione scolastica. E dalla scuola la mentalità si estende al di fuori, nella società, nell’orientamento politico, nel mondo del lavoro, e persino in famiglia, dove non si è più amati perché ci si trova ad essere inseriti in un contesto affettivo puro e semplice, e perciò senza doverlo meritare, ma solo in quanto si agisce e si produce in un certo modo, e preferibilmente secondo le richieste genitoriali, alle quali bisogna obbedire e sottostare. Fino a quando non ci ribelleremo a questo sistema di cose, che ci fa pensare che la macchina, il denaro, le cose, valgano più dell’uomo stesso, non avremo nessuna possibilità di poter cominciare a pensare un’umanità nonviolenta. Fino a quando non impareremo a pensare alla pace come ad un obiettivo possibile, la nonviolenza non potrà rientrare nei proponibili obiettivi della nostra civiltà. E, senza nemmeno rendercene conto, avremo scotomizzato dalle nostre coscienze anche l’uomo stesso come valore. Dimenticando il suo senso e significato più proprio e vero, che è quello di essere il centro di ogni azione dell’umanità che cammina percorrendo la sua storia.
Antonietta Pistone