Libere e personali riflessioni sulla situazione odierna in Italia

Scritto da redazione il 12/1/2012


Libere e personali riflessioni sulla situazione odierna in Italia

Mi piacerebbe stendere delle considerazioni generali sull’attuale situazione italiana, in relazione a quanto ho potuto constatare dall’estero e non direttamente in patria. Queste righe non vogliono avere la presunzione di essere lette a tutti i costi, né tantomeno io mi sento in dovere di renderle note allo stesso modo come atto di superbia. Queste opinioni nascono unicamente dalla passione che nutro verso la politica e la sua comprensione che ho voluto liberamente condividere.
Attraverso la fine dell’avventura politica di Berlusconi alla guida dell’Italia è possibile individuare degli elementi già ampiamente noti ma che proprio perchè noti (per dirla alla Hegel) non erano conosciuti, o al limite non volevano essere ammessi: la finanza e i mercati nella contingenza storica attuale hanno il potere supremo, cioè quello di scegliere chi deve e chi non deve governare in determinate nazioni; il berlusconismo e l’antiberlusconismo sono stati e continuano ad essere simulazioni socio-culturali, una gigantesca farsa d’egemonia culturale e di totalitaria distinzione della società tra onesti/giustizialisti/invidiosi/lettori di Repubblica e furbacchioni/impuniti/lettori di Libero. Il tutto riassunto nel più esplicativo degli slogan degli ultimi vent’anni: "l’Amore vince sempre sull’Odio", di berlusconiana appartenenza.
Questi due elementi – il potere finanziario e lo scontro simulato    – costituiscono l’ossatura di questo breve intervento. Considerando le dimissioni del Padrone-di-se-stesso Berlusconi, i Mercati e gli spread hanno fatto in tre giorni ciò che l’antiberlusconismo ha tentato di fare in 18 anni, ossia tagliare la testa al Re Luigi. Non sono serviti urlanti giustizialisti, toghe rosse, accaniti gossippari della vita notturna di Berlusconi, né tantomeno i belati del Partito democratico. E per sfortuna nemmeno la mobilitazione di milioni di lavoratori e studenti. Sono bastati invece grafici di spread, bund tedeschi, risatine di Merkel-Sarkozy e diktat dalla BCE per far dimettere il Monarca. L’Italia è l’orto dello straniero su terreno sovrano.
La questione fondamentale sta nel fatto che Berlusconi non è mai stato né Re né Imperatore, come lo ha dipinto per oltre 15 anni la sua simulata opposizione. Un Re non perde due elezioni politiche nell’arco di dieci anni e un Imperatore non si fa detronizzare da ordini superiori sovranazionali. Berlusconi al massimo è stato, in tutto quello che la sua esperienza politica può esprimere, un dominus che ha pensato unicamente a legalizzare (illegittimamente) la sua posizione e il suo patrimonio: personale condizione penale, televisioni, banche, etc. Ciò che l’Italia ha pagato in questi anni nell’avere un personaggio come Berlusconi non sta in ciò che lui ha fatto, ma proprio in quello di cui non si è occupato.
Tuttavia la virtù, probabilmente unica, di Berlusconi è stata la sua natura stessa di politico che, a differenza di un tecnico chiamato a far da ministro o Presidente del consiglio, richiede necessariamente di una legittimità popolare per governare. Questo punto è parso chiaro proprio nel periodo appena precedente alle sue dimissioni: l’Europa chiedeva all’Italia di tagliare e imporre sacrifici e Berlusconi temporeggiava per quel non perdere quel poco del consenso rimasto. Non definirei Silvio Berlusconi un martire; i martiri sono tradizionalmente persone dotate di grande valore umano da cui generalmente solo imparare. Ma vittima sicuramente, una vittima che ad ogni modo di sicuro non riusciremo a rimpiangere.
L’opposizione antiberlusconiana dal canto suo ha brindato e portato caroselli in piazza nel momento dell’ufficialità delle dimissioni, addirittura definendo quella giornata “un nuovo 25 Aprile”, con l’unica differenza che nel giorno della vittoria della Resistenza l’Italia era riuscita a riconquistare la sua sovranità nazionale, mentre esattamente con la fine del Governo Berlusconi e l’entrata di quello Monti l’Italia la riconsegna allo straniero. Non confiderei nemmeno più di tanto nell’intelligenza tattica dell’opposizione rispetto agli eventi appena prossimi alle dimissioni del Cavaliere ma è da considerare assolutamente decisivo il suo supporto al piano di matrice Napolitano-Monti di commissariamento/pignoramento dell’Italia sull’orlo della crisi del Debito pubblico.
I giudizi positivi che sono stati fatti sul Governo Monti e Monti in persona si sono realmente sprecati. Tutti giudizi al di fuori di ogni argomento di natura programmatica: percentuale di sobrietà del Professore, lo stile impeccabile di neo-Premier e dei suoi ministri, sobrietà e ancora sobrietà. Il cittadino medio antiberlusconiano è diventato la nuova espressione della mediocre Italietta che lungi dal concentrarsi su questioni reali e priorità, s’interessa se la cravatta è al posto giusto, se la parlantina è abbastanza elegante e se la figura che facciamo nei meeting all’estero è quella che ci compete.
L’antiberlusconismo in ultima analisi è stato il miglior allievo della Berlusconi-idea, e la sua lezione l’ha imparata appieno: in ambito pubblico ciò che realmente conta è l’aspetto delle cose. L’antiberlusconismo si è definitivamente conformato attorno a questa “Ideologia della apparenza”. Negli ultimi dieci anni abbiamo imparato un’intera inedita terminologia grazie soprattutto ai giornali e al chiacchiericcio antiberlusconiano, come escort o bunga-bunga. Ma di spread, bund o persino Debito pubblico nemmeno l’ombra, sembrerebbero vocaboli coniati o ripresi il mese scorso. Coloro che ne parlavano da destra peccavano di boriosità e chi da sinistra di complottismo. Il solo elemento positivo di tutto questo è la trasformazione camaleontica dell’antiberlusconiano medio da paparazzo assetato di notizie sulla villa ad Arcore ad economista improvvisato.
Purtroppo la sobrietà del Governo Monti si è limitata solo ai commenti di natura estetica; sobrietà tramutatasi in ruvida indelicatezza: una Manovra (all’indietro) di circa 35 miliardi sulle pensioni, quando istituti di credito, grandi patrimoni, rendite finanziare non vengono toccate. Ecco qual è il più criminale dei totalitarismi: tagliare sulla vita di milioni di lavoratori e pensionati del futuro per (a detta dello stesso Monti) “essere capiti dai Mercati”. La chiamavano "l'epoca della fine delle ideologie". Persino lo spese di guerra non hanno trovato spazio nella Manovra e si parla di un enorme apparato di 2 miliardi di euro al mese (ovvero 24 miliardi annui) per armamenti, servizi di Difesa e mantenimento delle truppe in Afghanistan. E se doveste aver sentito parlare dei 35 miliardi spesi dal nuovo esecutivo per l'acquisto di nuovi cacciabombardieri F-35, ecco, meglio lasciar stare. In questo Gino Strada, tra i tanti idoli della sinistra, pare essere uno dei pochi sulla scena pubblica a non cadere nel tranello del tabù quando si tratta di discutere di spese miliari.
Un ulteriore aspetto che intendo considerare è quello riguardante una parte dell’opposizione in generis dell’Italia, di quella astrattamente anti-Sistema. Una parte considerevole di politici antiberlusconiani, attivisti e moltissimi giovani stanno, rispetto a quanto mi è parso di vedere, affrontando ed interpretando la discussione attorno alla crisi con una impostazione sbagliata, benché occorra dire che molti siano in buona fede. Tale impostazione è quella cosiddetta anti-casta, che si traduce nei suoi termini più profondi in anti-politica. Che in Italia ci siano i costi per la politica più elevati al mondo ed un numero eccessivo di privilegi per gli eletti è un dato chiarissimo, ma questo non vuol dire delegittimare gli elementi di fondamento del sistema degli incarichi pubblici. Il movimento anti-casta porta con sé essenzialmente tre inesorabili problemi:
1) In un periodo storico di delegittimazione della Politica in favore di un’economia libera dai vincoli pubblici, esso non può far altro che cavalcare l’onda e dare un senso alla ragione d’esistere dei commissariamenti nazionali in stile Grecia-Italia.
2) Nei suoi presupposti, non necessariamente in quelli più estremi, è profondamente anticostituzionale. Elenchiamo vari punti: eliminazione o riduzione consistente degli stipendi da parlamentare; eliminazione dei finanziamenti pubblici di ogni tipo ai partiti (dai rimborsi elettorali ai finanziamenti ai giornali di partito); ritorno ad un sistema elettorale maggioritario (ossia una testa un voto).
Ora, l’eliminazione o riduzione drastica delle paghe agli onorevoli è cosa folle: ogni carica pubblica deve essere retribuita in maniera adeguata, per responsabilità ricoperta e per fare in modo che anche i lavoratori ed in genere persone dei ceti bassi possano avere incarichi istituzionali. L’eliminazione di ogni finanziamento pubblico ai partiti significherebbe eliminare la possibilità di ogni gruppo politico, anche minore, di potere avere rappresentanza, come anche avere la sua voce (finanziamento ai giornali di partito), chiamasi pluralità costituzionale di informazione. In terzo luogo, il sistema maggioritario è il sistema elettorale che consegna solo a coloro che possono permettersi una campagna elettorale efficace la possibilità di essere eletto. Viva dunque il proporzionale dei tempi della Prima repubblica dove anche gli operai potevano essere inseriti in lista da partiti (realmente) popolari.
Per concludere - ed in questo mi faccio prendere da un po’ di retorica da italiano all’estero - tra l’80% del patrimonio culturale, storico ed artistico mondiale che l’Italia possiede, vi è anche - senza timore di essere smentito - un patrimonio politico e sociale chiamato Costituzione, che, dopo sessanta anni dalla sua nascita, ci continua a suggerire la direzione da prendere e ci parla prettamente di tre cose: solidarietà sociale, pace e soprattutto sovranità nazionale, senza la quale i due principi precedenti non posso trovare applicazione alcuna.
Il reale programma rivoluzionario odierno è salvaguardare la Costituzione, applicarla, e dare finalmente nome e cognome al vero potere.
Alessandro Volpe