La crisi ci induce a rivedere il nostro rapporto con le cose

Scritto da redazione il 29/1/2012


La crisi ci induce a rivedere il nostro rapporto con le cose

SOBRIETA’, UNA VIRTU’ DA RECUPERARE
Un consumo intelligente per superare le difficoltà odierne

Il 23 gennaio ci siamo occupati della forma di individualismo che si manifesta, tra l’altro, nella spinta compulsiva agli acquisti. Richiamando l’attenzione sull’attuale pesante crisi finanziaria ed economica, auspicavamo l’adozione di un diverso stile di vita che fosse ispirato alla sobrietà, un vocabolo ignorato da molti e che ora, obtorto collo, torna di attualità.
Non passa giorno, infatti, che non giungano notizie allarmanti sulla situazione e che rivedono al ribasso le previsioni di poche settimane prima. Gli eventi hanno colto quasi di sorpresa i grandi soloni addetti alle previsioni e sono gli stessi che oggi si sbilanciano in vaticini poco rassicuranti: gli effetti della crisi si faranno sentire per un decennio circa. A noi, poveri mortali, fatti comunque i dovuti scongiuri, tocca cercare qualche rimedio e non è detto che l’occasione non possa essere propizia per un riesame dei nostri comportamenti quotidiani.
L’esito di questa operazione dipende in buona parte da noi, perché occorre convincerci della bontà del comportamento che adotteremo, facendo appello ad un senso di consapevolezza individuale.
C’è già chi grida al catastrofismo e deforma la sobrietà in “sobrismo”, un neologismo che come tutti gli “ismi” segna la degenerazione, l’esagerazione che genera l’ideologia della sobrietà. Non si tratta, in effetti, di tornare alla candela, ma di elaborare o riesaminare la scala delle priorità, distinguendo l’indispensabile dal necessario, l’utile dal superfluo e dal voluttuario. Ammettiamo pure che non è operazione facile, perché alcuni decenni di “consumo libero”, drogato dai media e dalla pubblicità, ci hanno indotto a ritenere indispensabile quello che forse era solo utile.
È tempo dunque di riappropriarci dei nostri comportamenti, di sottrarci dalle lusinghe delle apparenze e degli status symbol, di rimettere ordine anche nelle decisioni quotidiane di spesa. Per avere un’idea di come si è modificato il nostro status di consumatori, ricordiamo che nel 1958 il Radiocorriere, settimanale che riportava i programmi radiofonici, regalò ai suoi abbonati un taccuino per annotare le spese di casa. Oggi molti sono affetti dalla sindrome della carta di credito, alimentata anche dalla relativa facilità di accesso al credito al consumo; in questo modo diventa meno agevole rendersi conto delle proprie reali condizioni ed è più impegnativo disciplinare meglio i nostri orientamenti di spesa, con la conseguenza che    – pur senza avvedercene – viviamo al di sopra delle nostre possibilità.
Potremmo da semplici consumatori diventare consum-attori, un innocente giochino di parole che ci renderebbe protagonisti delle nostre scelte e liberi dagli allettamenti e dai condizionamenti invasivi del mercato.
Ci vengono in mente a questo proposito, le scene di arrembaggio che a Roma alcune settimane fa hanno interessato un grande magazzino di prodotti informatici e che ha determinato addirittura un blocco del traffico stradale per alcune ore. Tutti pronti a sopportare ore di coda all’ingresso e poi alla cassa per assicurarsi gli ultimi ritrovati con uno sconto allettante. La scorsa estate abbiamo anche assistito increduli agli assalti che i riots hanno condotto a Londra e Birmingham svaligiando e distruggendo negozi, a caccia di iPod, cellulari e prodotti griffati che non potevano comprare. In questo caso non si è trattato di un acquisto conveniente, ma di una conquista bellica, con tanto di prodotti rubati esibiti come trofeo, come si addice, appunto, ad una vittoria militare.
Dobbiamo supporre che fossero articoli davvero indispensabili come il pane, tanto che per procurarseli occorresse organizzare un assalto come ai forni di manzoniana memoria.

Padroni o servi?
Si tratta, è vero, di casi estremi e ogni generalizzazione sarebbe arbitraria; servono tuttavia per qualche riflessione utile sul tipo di rapporto con le cose che abbiamo instaurato in questi decenni di benessere. C’è da domandarsi se siamo noi a possedere le cose o se sono le cose che ci possiedono col ricatto, la lusinga, la tentazione. Siamo i servi delle merci o siamo noi a provvedercene perché riconosciamo un loro preciso valore, una loro specifica utilità? Possedere per essere, o essere per possedere?
Rimandiamo ad altro momento qualche riflessione sulle conseguenze dell’accaparramento sul piano sociale e solidaristico, e ribadiamo qui il valore della sobrietà, della parsimonia, dell’equilibrio che ripristini la giusta proporzione tra mezzi e fini e che tutti insieme dobbiamo realizzare nel rapporto con le cose.
Il filosofo scozzese MacIntyre, ordinario di filosofia morale negli USA e fiero oppositore del relativismo etico, parla di “virtù collettiva”, sostenendo una concezione comunitaria dell’etica. I criteri delle scelte morali individuali e anche la legittimità dell’ordine sociale trovano il loro fondamento non nei diritti individuali, ma nella cultura morale di una collettività.
Chi può edificare questa cultura morale? La pubblicità spregiudicata, la politica guerreggiata, l’economia che relega l’uomo a strumento di produzione? Dove sono i maestri del pensiero?
La Chiesa è da sempre in linea con la valorizzazione dell’uomo e su questa scia il suo messaggio è universale, aperto quindi ai non credenti. Valga per tutto un passo, il n. 36, della Centesimus annus. “ Non è male desiderare di vivere meglio, ma è sbagliato lo stile di vita… quando è orientato all’avere e non all’essere e vuole avere di più non per essere di più, ma per consumare l’esistenza in un godimento fine a se stesso”.
Sta a noi aderire ad uno stile di vita sobrio e possiamo farlo anche singolarmente, senza aver timore di non riuscire a cambiare alcunché. In ogni caso – come scrive il “frugalista” Leo Hickman – è “meglio cercare di essere parte della soluzione che rimanere parte del problema”.    
Vito Procaccini