Maria De Filippi Ti Odio

Scritto da redazione il 3/2/2012


Maria De Filippi Ti Odio

Il brano è tratto dall’introduzione di Maria De Filippi ti odio. Per un’ecologia dell’immaginario televisivo di Carmine Castoro, edito da Caratteri Mobili (pagg. 200, euro 15, caratterimobili.it). Castoro, giornalista professionista e autore televisivo, ha firmato numerosi programmi per il palinsesto notturno della Rai e per canali Sky. E’ stato inviato e opinionista di numerosi quotidiani e magazine nazionali, e attualmente si occupa di filosofia e media per il settimanale Il Futurista. Ha pubblicato Roma erotica (Castelvecchi) e Crash tv. Filosofia dell’odio televisivo (Coniglio).

Sarebbe troppo facile ed errato “odiare” Maria De Filippi per una soggettiva, più o meno condivisibile antipatia verso il modo in cui presenta, perché magari ha un aspetto e una voce androgini, veste e si atteggia in maniera poco femminile, perché è goffa sui tacchi a spillo e in abito da sera, o per un qualche retroscena di vita privata che ne svaluterebbe la reputazione pubblica. Tutto questo non mi interessa, non mi appartiene.
Maria De Filippi, per me, è l’epicentro, lo snodo nevralgico, il sole nero di un più generale assetto delle immagini e delle parole spettacolarizzate, che è come una ragnatela, la propagazione di un’eco da un orizzonte di potere più o meno centralizzato, che ha trasformato tutti in valvole e pistoni di una macchina che gira a vuoto. Senza più linee guida, finalità, sequenze logiche, storia e sviluppo reale delle emozioni.
Il mio approccio alle ore e ore di programmazione delle sue trasmissioni - Uomini e Donne, Amici, C’è posta per te, Italia’s got Talent - che solo una enorme magnanimità definirebbe ancora di “intrattenimento”, attinge alla severa tipologia di domande che solo la filosofia sa porre. A cosa serve questo straparlare di nulla, sversato dai suoi programmi come una colata di fango? Cosa cerca chi appare in essi e disperatamente si impegna per ottenerne un posto? Che potere viene tracciato col partecipare e l’assistere a questi format? Che scorie rimangono nella mente degli spettatori, quali inviti, quali basse seduzioni, quali strascichi di inadeguatezza o illusioni di completezza? Perché questa infinita mattanza sociale tele-pilotata di pensieri, passioni, concetti, persone che si danno continuamente nella menzogna, nella doppiezza, nella strage di ogni razionalità e di ogni dignità? Foucaultianamente, come sono cambiate le nostre condotte, come sono stati riscritti e ridistribuiti i nostri valori, che dimensione di sogno e compensazione si sono costruite migliaia e migliaia di persone – adolescenti e giovani, soprattutto – da quando esistono i “troni”, i “corteggiatori”, le gare di ballo e canto, le improvvisazioni del “talento”, i pianti riparatori delle sventure amorose e familiari, griffate De Filippi?
In prima istanza, basterebbe una patente di trash e tv-spazzatura a delineare i confini di questo potere-sapere. Volgarità, improperi, risse, infamanti smascheramenti, sovraesposizione “tamarra” della corporeità, mezzi scoop, finti scoop, servitù volontarie al sacro altare della televisione da parte di un intero esercito a caccia di presenzialismo e apparizioni mediatiche più o meno gettonate. Ma non basta.
Solo da settembre, abbiamo assistito ad almeno tre episodi di attacco fisico, scongiurato solo dividendo all’ultimo momento i contendenti che stavano per aggredirsi e picchiarsi. In uno di questi, partendo a razzo dalla sua poltrona, era una donna agé a schiaffeggiare un pretendente, nella versione senior di Uomini e Donne. In almeno altrettanti casi, sono volate minacce di percosse sotto casa, e di regolamenti di conti fuori dal contesto della registrazione…
Nella prima puntata di C’è posta per te abbiamo assistito a una drammatizzazione in salsa hollywoodiana di un caso, neanche tanto sconvolgente e irrisolvibile fra le mura domestiche, di incomprensione fra una mamma e i suoi figli, con, udite udite, Robert de Niro che piangeva calde lacrime di “commozione” per la patetica situazione di questo nucleo familiare, ricostruita in un tripudio di bambini-putti danzanti, lucine che si accendevano, delicate ombre cinesi e il tono viril-deamicisiano di “santa Maria” tutta protèsa con una letterina dolente a dare alla vicenda una cornice protettiva e solidale, a metà strada fra grembo materno e mangiatoia di Nazareth…
In uno degli ultimi tormentoni di Uomini e Donne, invece, abbiamo assistito all’ennesimo caso emblematico (Gabrio e Chiara) di ragazzi disposti a tutto, a falsificare sentimenti, alterare le regole, dire bugie in diretta, difendere una bontà e una limpidezza inesistenti, incrociare in maniera para-criminale finti profili sui social network con il finto porsi da “bisognosi di affetto” davanti alle telecamere, pur di prolungare il timer di esistenza della loro “vita virtuale” domiciliata a Cinecittà. Mentre è sempre più prassi consolidata che se si fallisce con il/la primo tronista, si trovi misteriosamente motivi di interesse nel/la secondo, pur di fare nuove “esterne” e gironzolare ancora fra equivoci e pettegolezzi, in un limbo di puro caos acustico dove regna solo una generalizzata schizofrenia fra chi si è e chi si vorrebbe essere.
No, per capire, giudicare e, possibilmente, liberarsi da questo spregevole populismo, da questa melassa indigesta servita in tavola quotidianamente dalla gran gourmet Maria, non basta la categoria del trash. Già anni fa, in un mio precedente libro, avevo suggerito quella del crash, come attrito fra due mondi mimetici, quello del televisivo e quello del reale. Adesso, con ogni probabilità, siamo vicinissimi allo splash, all’immersione delle esistenze e dei loro desideri nell’acquario autoreferente e propellente dell’apparato tecno-spettacolare, in quella sorta di Auschwitz pubblicitaria dove il consumo vorace delle merci va di pari passo con la consunzione delle identità, delle relazioni, dei luoghi e delle temporalità. Oggi le identità sono perturbate e scisse; le relazioni mercificate e de-simbolizzate; i luoghi vaporizzati e iconici; il tempo ellittico ed ellissoidale, ovvero sempre mancante di una storia e strozzato fra due “fuochi”, quello della materialità con le sue dolorose contingenze e l’altro, ossessivo e antropofago, della aleatorietà spuria dell’immagine e del darsi nella distanza da sé. La Grande Bolla, la Tele-Incubatrice svelle il sé dal mondo esterno e lo condanna a una, voluta e forzata, estroflessione che è già ipertesto, sceneggiatura, come ricerca di un paradiso perduto e gestione tecnica dell’apparire stesso (guarda caso proprio alla riapertura di Uomini e Donne senior Gemma e Ennio si lasciano dopo una lunga love story rimanendo per la nuova stagione, e ogni qualvolta, nelle varie programmazioni, taluni volessero abbandonare, vengono subito ricondotti al debito di share che gli pende sul capo da consigli biecamente “umanitari” della conduttrice.
Dieci anni circa di affermazione dei format defilippiani sono una generazione bastevole a creare una perniciosa curvatura nella comprensione stessa dell’essere e nella consapevolezza del “noi”. “Nel reality televisivo – dice La Porta in Meno letteratura, per favore! - uno è invitato a recitare se stesso, ma l’autenticità recitata non è più tale. Si censura la parte di sé opaca e depressa. O meglio: anche la depressione deve diventare – entro quel format – spettacolare, dotata di glamour. Si potrebbe dire: il reality televisivo, che pure accoglie l’intera gamma dell’emotività dei suoi protagonisti, non riesce a dare cittadinanza al tragico… E sappiamo che esorcizzando il tragico – o esorcizzandolo attraverso la sua spettacolarizzazione – non si può dire alcuna verità significativa sulle cose”. Senza più l’enigma dell’esistenza, nella sua completezza e complessità, navigano con rotta sicura i format della De Filippi (e i tanti epigoni e complici) che sempre più si mostrano come l’apparecchiarsi soft-killer di una distrazione-distrofia-distruzione dell’umanità, del dolore, dei sentimenti, dell’intimità, dell’arte.