I PIRATI DEL MERCATO

Scritto da redazione il 14/3/2012


I PIRATI DEL MERCATO

L’incredibile involuzione dalla politica alla speculazione finanziaria

La gravità della crisi attuale ci suggerisce di proporre, dopo quelle delle settimane scorse, qualche ulteriore riflessione. Può essere utile un rapido excursus lungo le tappe del pensiero e dell’attività umana, passando dalla politica all’economia, alla finanza, alla speculazione.
Partiamo dalla politica e non sembri esagerato rifarsi alla filosofia dell’antica Grecia, perché, volenti o nolenti, è da lì che nasce il pensiero dell’uomo. Ecco dunque Platone che definisce la politica come “scienza architettonica”, che elabora un progetto teorico, corredandolo di un corpus di norme idonee all’applicazione concreta del progetto. Aristotele pone invece l’accento sul carattere antropologico della politica e sulla sua evoluzione, a partire dal nucleo base della famiglia.
La crisi della polis greca sfocerà in un assetto sociale che si coagulerà in un’aggregazione non più precaria, ma stabile, perché regolata da norme condivise. È la societas ciceroniana con cui la politica confluisce nel diritto, chiamato a ordinare sia i rapporti privati della civitas che quelli amministrativo-politici della res publica. Nel Medioevo i rapporti si umanizzano nella communitas, indirizzando la politica verso il bene comune, secondo il disegno provvidenzialistico di san Tommaso. Con Machiavelli la politica si “libera” della morale e acquista una sua autonomia, per cui il principe deve esercitare il potere secondo le proprie necessità, senza preoccuparsi di essere buono.
La fase successiva segnerà la differenziazione tra politica ed economia, con la politica che curerà la dimensione verticale dei rapporti sociali e l’economia che riguarderà l’organizzazione orizzontale della società. Questa volta è l’economia che con alterne fortune cercherà strade autonome “liberandosi” dalla soggezione della politica. L’intensificarsi dei traffici farà il resto, sicché sarà l’economia ad assumere un ruolo preminente, spesso imponendo le proprie scelte alla politica. Il volume mondiale degli scambi commerciali determinerà il superamento della dimensione “familiare” delle imprese e la necessità di disporre di mezzi finanziari ingenti, frazionabili in piccole quote di rischio, le azioni, o in quote di debito, le obbligazioni.
Nasce così la finanza che collabora e supporta l’economia, consentendo il reperimento delle risorse. Il suo tempio è la Borsa, dove gli operatori trattano titoli di ogni genere e nazionalità, valutando con i prezzi che man mano si formano l’attendibilità delle aziende di riferimento.

L’invasione speculativa
Ma codesti operatori fanno anche esercizio di fantasia, inventando “prodotti” finanziari sempre più sofisticati sui quali scommettere lucrando sulle differenze di quotazione che di volta in volta il mercato determina dietro il loro impulso, incuranti – ovviamente – di coloro che finiscono sul lastrico. Questi “prodotti derivati” sono le “nuove armi di distruzione di massa”, come in maniera immaginifica ma non troppo li definisce Andrea Di Stefano, direttore di Valori.
Non c’è che l’imbarazzo della scelta nella foresta della terminologia rigorosamente anglosassone: future, Cds (credit default swaps), subprime, ecc. e tutto avviene senza che una superiore autorità sovranazionale (e men che mai nazionale) intervenga per disciplinare lo sviluppo selvaggio della speculazione.
Si sta ora cercando a fatica di introdurre una tassa su queste transazioni finanziarie, ma (ammesso che si riesca a vincere l’opposizione inglese che tutela la sua City), si tratterebbe solo di un modo per far cassa e non già per disincentivare il fenomeno. Non si può costruire un argine con un fuscello, visto che, come è stato calcolato, la marea montante della speculazione equivale a 350 volte il valore dell’economia mondiale.
È evidente come questo potere debordante del sistema speculativo finanziario non solo sia lontano dalle esigenze delle imprese e della produzione, ma abbia anche fagocitato il mondo della finanza in cui era stato originato. Oggi, grazie ai mirabolanti progressi della tecnologia più sofisticata, il sistema obbedisce ad automatismi al limite della follia, per cui le transazioni avvengono per via informatica e si avvitano in un vortice parossistico, senza che l’uomo intervenga fisicamente. È il mondo dei movimenti finanziari computerizzati ad altissima velocità (high frequency trading), capace di far saltare qualunque equilibrio.
L’uomo, apprendista stregone, ha avviato maldestramente un processo infernale che ora non riesce più a governare e suonerebbe beffardo confidare in un libero mercato capace di autoregolarsi, perché i tempi dell’uomo e della politica sono diventati biblici al confronto con la rapidità fulminea degli strumenti che lui stesso ha realizzato. In queste condizioni sarebbero forse in difficoltà anche i giganti politici europei (De Gasperi e altri), ai quali accennavamo la settimana scorsa. Oggi, mentre la casa europea brucia, si continua a temporeggiare con tatticismi di bottega.
Abbiamo assistito ad un incredibile processo di cannibalismo, con l’economia che ha emarginato la politica, finendo poi soggiogata dalla finanza che, a sua volta, è stata fagocitata dalla speculazione. Quando e come finirà tutto questo?
Economia, finanza e speculazione sono come avvolti in un empireo di autoreferenzialità, che ha ridotto a macerie ogni collegamento con l’etica, parola che immaginiamo al solo pronunciarla faccia venire l’urticaria a finanzieri e speculatori. Occorre allora tornare al punto di partenza, all’uomo e, stante le difficoltà della politica “alta”, impastoiata nei giochi di potere e prigioniera dei continui ricatti elettorali, l’iniziativa non può che partire dal basso. Il movimento degli Indignatos e di Occupy Wall Street si collocano su questa scia nel tentativo di ri-orientare il senso di marcia verso la Politica e l’Economia (con le iniziali maiuscole) e ricercare il volto umano in questo mondo globalizzato.
Vito Procaccini