7 dicembre 1860: una tragedia rosetana

Scritto da redazione il 19/11/2013


7 dicembre 1860: una tragedia rosetana

Ci hanno sempre detto che la storia, quella con la “s” maiuscola altro non è che “maestra di vita”.
Io dissento da questo assioma, da questo principio, in quanto classifico “matrigna” quella storia che ancora oggi viene divulgata sull’unita’ d’Italia, ed e’ un falso divulgatore chi da sempre la sostiene, che la interpreta. Costoso altro non sono (come diceva Gramsci) che dei “salariati”, cioè pagati per raccontare bugie.
Al sottoscritto piace moltissimo, invece, la storia “benigna”, la cosiddetta “contro storia”, quella che appassionati, autodidatti, gente priva di titoli accademici, ma soprattutto non vogliosa di prebende, estrapola dai documenti, dalle    corrispondenze, dalla sentenze, dai carteggi, senza aspettarsi compensi e senza voglie di cattedre da occupare. Gente, insomma, che capisce che tra quelle carte e’ nascosta la verità. i “salariati” gramsciani ci additano, con disprezzo, con il titolo di “revisionisti”, cioè storici che per principio, forse addirittura per uno scopo ideologico, ma comunque politico, hanno deciso di andare controcorrente.
Io, rispondo a costoro, con pubblicazioni e documenti all’attivo, che si può “revisionare” una macchina, un metodo, un sistema, ma non si può revisionare la verità. La verità e’ una sola e, se permettete, oserei dire che e’ addirittura saggia e salomonica.
Può essere presentata colorata, con chiaroscuri, magari stilizzata, ma chi sa interpretare legge ciò che trova scritto in quei documenti, e non il commento di tizio o sempronio, pagato per diffondere pseudo verità.
… e allora ecco la domanda che vi dovreste porre: “ma perchè delle persone di Roseto, di generazioni successive, di ideali forse diversi da loro antenati, hanno deciso oggi, a 153 anni, di onorare 5 dei loro avi?
Perchè si sono presi la briga di invitare gente del posto e ospiti estranei alla società rosetana?
La risposta è semplice: è gente che cerca la verità e la cerca al di là del “salariato”; al di là di qualche parente dei “repressori” del tempo o al di là del rancore dell’attuale parante delle vittime, ammesso che ancora ce ne siano (forse sono quasi tutti emigrati).
Chi si pone una domanda del genere merita tutto il mio rispetto, la mia stima e merita il mio plauso di ricercatore, di amico e di conoscente di colui che cercò per primo una verità diversa da quella sbandierata per ufficiale.
Cosa e’ successo il 7 novembre del 1860 a Roseto?
Prima di rispondere e di aggiungere elementi nuovi a quanto già raccontato, permettetemi una piccola digressione personale.
Ho conosciuto don Michele Marcantonio in tempi non sospetti: agli inizi del decennio scorso. Mi interessavo allora di sette segrete pre unitarie della Capitanata (calderari … murattiani … carbonari … ecc) e scoprii che a Roseto, tra il 1820 – 1830, la setta dei calderari (composta quasi esclusivamente da religiosi e da decurioni) era molto attiva (sussistono, inoltre, anche molti riferimenti tra calderari e la banda dei Vardarelli).
Chiesi ed ottenni un appuntamento (a saperlo dopo, quando ho avuto modo di conoscere un suo amico diretto,    e’ evidente che tutto sarebbe stato molto più facile). Fu un incontro catastrofico, pur nel rispetto delle rispettive opinioni in merito.
Dopo circa un anno ritentai. Mi accolse di nuovo e mi dette un insegnamento di vita che puntualmente ho trascritto, come nota    a piè pagina, nella mia terza pubblicazione, quella dedicata al capo comitiva Giuseppe Schiavone, il brigante melanconico. Il consiglio che mi elargì fu il seguente: (ci tengo a riferirvelo perchè mi e’ stato di molto aiuto, anche se apparentemente può sembrare sibillino).
Quest’uomo, dalla cultura infinita, mi insegnò a saper    leggere, al di là delle parole scritte sui documenti e al di là della forma e del linguaggio dell’800, e    a saper interpretare lo scopo nascosto, il vantaggio finale, il fine ultimo di un qualsiasi documento scritto in burocratese. Infatti mi disse: “ … quelli seppero essere uomini, prim’ancora d’essere briganti! ed in quanto uomini commisero molti errori nel cercare di affermare un loro valore di    giustizia sociale; anche quelli che li tradirono erano uomini! come lo furono coloro che li condannarono. Sta a te capire la verità e la menzogna dov’è nascosta. Se riuscirai in questa impresa avrai fatto una buona cosa per te, per la verità, per la storia della nostra terra e per la giustizia di Dio. se non riuscirai a leggere oltre le parole di un burocrate francese o borbonico ovvero savojardo, lascia tutto e mettiti ad osservare la grandezza del cielo d’estate.”    
Ecco quindi dove si trova la verità.
Chi come me si occupa di queste faccende è ormai abituato a distinguere ciò che il giudice, il burocrate vuol diffondere da ciò che la verità gli impedirà sempre di camuffare.
… e allora qual è la verità del 7 novembre 1860?
Prima di denunciarla necessita incastonarla nelle disgrazie, nelle disavventure e nelle nocive conseguenze che il governatore Del Giudice seppe regalare agli abitanti di Capitanata ed eccovi allora quella che fu spacciata per verità:
A) fu una reazione borbonica!
Se la si potesse classificare come reazione borbonica è più che evidente che di fronte ad un tale evento tutte le anime pure dell’unitarismo italico non avrebbero dovuto fare altro che intervenire in massa! ma e’ lo stesso don Michele Marcantonio che la esclude quando scrive nella sua pubblicazione “1860    - Sangue e Unita’ – edizioni Catapano – Lucera - 1972:
“Roseto era già nota per una reazione, abilmente spacciata per borbonica, ma che di substrato politico nulla aveva, se non di vendette e abusi di violenti ed approfittatori in danno della popolazione”.
Quindi non fu una reazione borbonica.
fu un atto punitivo del tipo antidelinquenziale, una specie di bonifica, “per un ordine pubblico migliore e sicuro”.
Mi è riuscito difficile, per quanto sforzi abbia fatto, rintracciare tra le polverose carte d’archivio, una pur se minima traccia di ruberie, di grassazioni (quelle che in un tempo a noi vicino si chiameranno espropri proletari), di furti ed altro, penalmente perseguibile a carico dei cinque. Nulla di tutto questo ho trovato. Quindi fedina penale pulita!
C) fu una vendetta del tipo socio-politico?
Qui il mio e vostro amico, don Michele, profonde tutte le sue conoscenze, tutte le acquisizioni documentarie, effettua parallelismi ed analizza soprattutto i fermenti che una comunità come Roseto forse, anzi senza il forse, in quel preciso momento storico, stava vivendo: promesse non mantenute, visibilità offuscata dalle stesse persone che nel passato borbonico occupavano posti di responsabilità e che, con Garibaldi a Napoli e i Savoia a Torino, continuavano ad occupare e a riscuotere sempre le stesse prebende.
Ci potremmo, quindi, trovare dinnanzi alla classica rivolta contro il nulla che non cambia mai niente, ma che non genera altro che la repressione dei più intemperanti?
Dietro questa visione dell’accaduto molto c’è di vero, anzi! tantissimo: vedi i Capobianco, i Cardo, i Lanza, ecc. ecc. tutti liberali e galantuomini implicati nella vicenda da un lato, e poveri Cristi dall’altro.
Ma tutto questo non può bastare, specie per chi come il sottoscritto ha studiato quasi tutte le reazioni sparse nell’ex regnum normanno prima e svevo dopo (degli angioini e aragonesi no comment), con all’interno le classiche vendette personali. Reazioni scoppiate durante le fasi del consolidamento delle istituzioni unitari ed utilizzate er scopi e fini personali.
Perchè questa lettura non mi ha soddisfatto? Ma semplicemente perchè quella rosetana non ha paragoni, non ha eguali in tutto il resto della Capitanata. Fu un episodio a sé, caratterizzato da altro, ancorché depositato su di un sub strato reazionario e fortemente pro borbonico.
Ed allora andiamo nello specifico:
Cinque vite furono prese e messe contro un muro. Cinque innocenti furono passati per la armi. questo, a conti fatti e’ l’evento che qui stiamo rievocando.
Le domande da porsi allora diventano pochissime:
Chi sono le vittime?
Perché furono uccisi?
Chi decise di eliminarli?
Alla prima domanda si potrebbe così rispondere: i nomi delle vittime li troverete scritti sulla lapide dopo che sarà scoperta. Essi non rappresentano altro che le vittime dell’odio sociale, dell’odio politico, dell’odio di casta; sono vittime e come tutte le vittime meritano il rispetto dei vivi; meno male che oggi qualcuno si e’ ricordato di questo evento e gli sta rendendo onore. Erano cinque uomini che di rivoluzionario nulla avevano; di sovvertitori di un ordine ancora di là da venire, forse non ne capivano ne’ la portata ne’ la disuguaglianza intrinseca all’annessione, e non immaginavano certo un futuro fatto di emigrazione, di terra straniera.
Ma chi decise di eliminarli?
Io qui, a differenza di don Michele, pure dando il giusto rilievo al conflitto sociale in essere in quel periodo e in quell’epoca di cambiamento, e pur dando la giusta valenza di responsabilità a chi operava in loco, aggiungo qualcos’altro.
Me lo dovete permettere anche se anticipo qualcosa che sarà presente nella prossima mia pubblicazione:
A Foggia, proveniente da San Gregorio Matese, il 23 ottobre 1860, giunse un uomo strano, un uomo violento, un uomo dal comportamento tipicamente mafioso, un uomo che di politico nulla possedeva, ma che di atavica oppressione ne era pregno. Quest’uomo risponde al nome di Gaetano Del Giudice. Il Del Giudice aveva un fratello, farmacista, che diventerà in seguito deputato, come lo diventerà lui stesso, nel parlamento unitario. Il fratello Achille sarà accusato di dissipazione di patrimonio pubblico, mentre un cugino, tale Giuseppe Del Giudice, cacciatore di taglie, alla maniera del far west americano, una volta riempite le tasche di taglie fu costretto ad emigrare e nel nuovo mondo mise su un attività molto redditizia con i soldi guadagnati consegnando le teste dei delinquenti alla polizia borbonica prima e savojarda poi.
Gaetano Del Giudice, in quel di Foggia, si circondò di tre uomini disposti a tutto: i loro nomi sono:
Michele Rebecchi, sindaco e comandante della guardia nazionale di Monte Sant’Angelo;
Romano Liborio (omonimo del politico), sedicente comandante di una brigata cosiddetta garibaldina, indicata prima come “cacciatori veneti”, successivamente come “cacciatori dell’Ofanto” infine come brigata “pauceta” dell’Irpinia. Era originario di Molfetta e fini sotto processo per malversazione, furto, corruzione e appropriazione indebita di danaro pubblico. Fu processato sia ad Avellino che a Napoli. Romano riscuoteva la tassa di permanenza della truppa nel territorio momentaneamente occupato e divideva il ricavato con lo stesso governatore. Roseto, come tanti altri, fu costretto a pagare 3.000 ducati per la scampagnata garibaldina, mentre il clero rosetano ne sborsò 2000.
Un uomo dedito al delitto, alla ferocia, all’illegalità, al sadico per il divertimento del dolore indotto.
L’amico e compare di Romano, Michele Rebecchi, domò con il sangue, giungendo ad efferate sevizie, le reazioni di Monte Sant’Angelo, di San Marco in Lamis, di Vieste e Mattinata, di Manfredonia e quella più cruenta di San Giovanni Rotondo.
Quando Del Giudice verrà esonerato dall’incarico, il 15 gennaio 1861, per ritornarci nelle vesti di Prefetto nel 1862, ecco che si collegherà nuovamente con personaggi come don Giuseppe Cardo di Roseto e con Raffaele Granata di Lucera, altra ferocia a buon mercato ed altre violenze, con altro sangue.
… e allora, per concludere:
se i nostri 5 giovani, vittime dell’odio sociale e politico, morirono a causa del piombo dei cosiddetti “garibaldini” di Liborio Romano; che morirono a causa dell’illegalità diffusa, illegalità che si dilungò, partendo dal periodo dittatoriale e passando per quello luogotenenziale dal Cialdini, per concludersi con l’abrogazione della famigerata legge Pica, alla fine del 1864 (legge di una illegalità estrema); che morirono a causa delle faide rosetane, tra nuovi e vecchi adepti delle prebende e dei privilegi; essi morirono anche per qualcosa di altro?
Ed ecco allora ciò che scriverò sui mandanti di questa strage:
“Essi furono condannati a morire per la necessità di dover dimostrare con la morte e con la ferocia l’avvento di un nuovo stato che se da un lato spacciava fratellanza e solidarietà ad ogni piè sospinto, dall’altro ripagava con la morte, con il carcere, con le torture, con l’emigrazione tutti coloro i quali altro non erano che colpevoli della loro stessa condizione sociale. Gli artefici e gli interpreti di questo clima politico li ho elencati prima. E allora qual è la novità archivistica che don Michele non ha conosciuto, e non poteva conoscere? Essa è rappresentata dal mandato scritto a mano da Giuseppe Garibaldi al Del Giudice quando lo scelse come governatore della Capitanata. Vi cito solo un piccolo passo: “Non abbia rimorsi ne’ distrazione, colpisca sempre, ci sarò io a difenderla”. Ma nel libro lo si potrà leggerlo per intero.
Uno stato nato in questo modo non mi può appartenere e    lo regalo a piene mani (naturalmente a chi lo vuole e a chi lo cerca). Io mi tengo i Cotturo, i Farace, gli Sbrocchi, i Marrone, gli Zita, i Caruso, i Tardìo, gli Schiavone, i Crocco ed tutti gli altri che scelsero di non scendere da cavallo per genuflettersi di fronte ai nuovi venuti. Alle vittime e agli altri che rappresentarono sul campo di battaglia la vera terra della Napolitania vanno le mie scuse per la presenza nella nostra storia di uomini così indegni.
Giuseppe Osvaldo Lucera