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Alla scoperta di Italo Svevo – Una rilettura della Coscienza di Zeno

Scritto da redazione il 21/7/2013


Alla scoperta di Italo Svevo – Una rilettura della Coscienza di Zeno

di Antonietta Pistone
Zeno Cosini è il protagonista del romanzo di Italo Svevo La Coscienza di Zeno, scritto nel 1923. Il testo narra, in forma di diario, la vita e le avventure dell’inetto, tipica figura d’uomo del Novecento, a cavallo tra le due guerre mondiali. Zeno, che non riesce ad ottenere nella vita se non il contrario di tutto quanto desidera, è in cura da uno psicanalista, il dottor S, finzione letteraria di Sigmund Freud, inventore del metodo dell’ipnosi e scopritore dell’inconscio. Il medico chiede al protagonista, ai fini della diagnosi e della terapia psicoanalitica, di raccontargli tutta la sua vita, prendendone nota su alcuni quaderni che Zeno consegnerà poi al dottor S, perché questi possa esaminarli nel dettaglio, per studiare il caso. Zeno è ossessionato dalla malattia. Egli vive nella fobia costante di essere sempre e comunque preda di qualche virus. Probabilmente, la convinzione di avere una salute precaria rinforza in lui le plausibili scuse portate, di volta in volta, a discolpa dei suoi fallimenti. Motivi che presenta a se stesso e alla sua propria coscienza, prima che ai familiari e agli amici con cui si trova a dover avere a che fare. Ovviamente Zeno è un ipocondriaco. E le cause del suo disagio sono da rintracciarsi nelle note del suo carattere, tendenzialmente ondivago e inconcludente, che lo portano a desiderare qualcosa, per poi mutare obiettivo e progetto di vita strada facendo, senza mai prendersi completamente sul serio le sue responsabilità di uomo adulto e maturo. La sua incapacità ad esistere affermando se stesso e le sue proprie idee inizia sin da ragazzo, quando la forte personalità del padre lo mette davanti ai suoi limiti, e alla incapacità di orientare in adattamento l’indole troppo docile ed accomodante, che finisce per farlo diventare un perdente agli occhi degli altri. In realtà Zeno scopre, attraverso la psicoanalisi, di essere preda del complesso di Edipo, e di aver vissuto un'esistenza costantemente in competizione con la figura paterna, lui sempre segretamente innamorato della madre, dalla quale non sarebbe riuscito, negli anni, a tagliare il cordone ombelicale che lo teneva legato a lei, come a ogni donna della sua vita. Il desiderio di vendetta nei confronti del padre, che lo porterà a desiderarne la morte per possedere la madre, si riverserà poi del tutto sul suo più acerrimo nemico in amore, il cognato Guido, ai cui funerali Zeno non si sarebbe presentato, tutto intento com'era a salvaguardarne l'immagine pubblica, di cui si prendeva apparentemente cura attraverso la gestione del fallimento aziendale, ma in realtà per nascondere il suo odio nei suoi confronti. Infatti, pur essendosi innamorato di Ada, Zeno finisce per sposare la sorella, senza vera convinzione, ma solo per non allontanarsi più dalla vita della donna che amava e che lo respingeva, per congiungersi indissolubilmente al suo antagonista. Donna che, di fatto, finirà per riempire di problemi la stessa esistenza di Zeno e il suo progetto matrimoniale con Augusta. Fino a non sapere, lui stesso, chi avesse mai amato davvero, col trascorrere degli anni. La sua insoddisfazione affettiva, nonostante la devozione della moglie e la preoccupazione per la famiglia che dal matrimonio era venuta, lo portano così a cercare tra le braccia di un’amante quell’amore che avrebbe poi rincorso, senza trovarlo, per tutta la vita. Amore, o illusione d’amore, che lo avrebbe legato a tre donne, la moglie Augusta, la cognata Ada, e l’amante Carla, senza che ne avesse desiderata davvero nemmeno una delle tre. Così Zeno, pian piano, si trova a vivere un’esistenza di apparente estetismo sensuale che non gli appartiene, e che non sente sua. Senza rendersi conto che questo sentimento di estraneità dalla sua stessa vita paradossalmente lo porterà ad assumersi responsabilità e doveri di cui, nonostante tutto, avrebbe poi dovuto comunque farsi carico. Ne conseguono l’abbandono di Carla, che preferisce la certezza del matrimonio all’ambiguità dell’amore consumato in segreto; il fallimento della ditta commerciale del cognato Guido; la malattia di Ada, troppo gelosa del marito…e quell’ultima sigaretta, mai spenta, che diventa un po’ il simbolo dell’inconcludenza del personaggio di Svevo. Forse troppo tardi, ma anche per Zeno Cosini arriverà il momento del riscatto, a cominciare dall’abbandono della psicoterapia, perché incapace di curare il male di vivere dell’uomo contemporaneo, il cui io appare come dissolto e scisso dall’instabilità del presente storico, che si consuma tra le violenze e le atrocità della prima guerra mondiale, cui lo stesso protagonista stenta a credere ancora nel 1915. E così Zeno è costretto a subire l’ultima umiliazione della sua vita da inetto: la pubblicazione delle sue memorie da parte del dottor S che si prende in questo modo la rivincita per essere stato abbandonato dal Cosini, a metà percorso psicoanalitico. Si scorge, nel romanzo, una presumibile avversione dello stesso Svevo nei confronti della terapia psicoanalitica, accompagnata da un evidente scetticismo nei metodi di diagnosi e cura delle patologie nevrotico-depressive. La Coscienza di Zeno termina, infatti, con due belle pagine di considerazioni sulla realtà dell’uomo contemporaneo, che abita un mondo insalubre di per se stesso, inquinato dalla follia che è già malattia sociale, e che, inevitabilmente, si trasforma in disagio esistenziale per chi è più psichicamente fragile, o è stato lungamente provato dagli eventi della vita. Insomma, Zeno finisce per essere un personaggio assolutamente normale nel Novecento. Un uomo che si è adattato alla realtà che ha vissuto, cercando, quanto più possibile, di sopravvivere alla catastrofe di quello che sarà poi chiamato il secolo breve. Un marito che riesce anche a farsi amare dalla moglie, e che viene stimato dalla suocera, fino ad essere ritenuto il migliore degli uomini della famiglia. E che riacquista, così, poco alla volta, una dimensione rinnovata di autostima, che lo induce a rifiutare la terapia nella convinzione, spesso comune a chi prova un disagio mentale, di essere finalmente guarito. Perché si è guariti se la malattia diventa la dimensione condivisibile della comunità. Se tutti sono un po’ folli, un po’ matti, un tantino disadattati al loro stesso ambiente sociale. In fondo, anche un po' impotenti, per se stessi e per gli altri, di fronte agli eventi più imprevedibili ed imponderabili dell'esistenza umana.


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