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Bene e Male

Scritto da redazione il 9/1/2012


Bene e Male

Alla ricerca di risposte non scritte
IL BENE, IL MALE
Il “silenzio” di Dio interroga la nostra responsabilità di cristiani

Sant’Agostino nelle Confessioni così si esprimeva parlando del tempo: “Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede lo so bene; ma se volessi darne una spiegazione a chi me ne chiede, non lo so più…”. Ci vengono in mente queste perplessità quando pensiamo al bene e al male. Crediamo di sapere di cosa si tratti, ma le difficoltà emergono quando tentiamo di mettere un qualche ordine nei pensieri che si affastellano nella mente.

Proviamo a partire dalle culture arcaiche, in cui il bene e il male erano emanazione di una divinità buona e di una cattiva. Ne ritroviamo l’eco in Platone, che si riferisce a due “anime del mondo” che sarebbero all’origine del bene e del male, escludendo però che da Dio possa derivare il male di cui sono responsabili solo gli uomini. Il bene è invece espressione della solarità che illumina tutte le cose, dando loro consistenza. Alla luce del bene viene in evidenza il mondo delle idee al quale partecipa il mondo sensibile, espressione del vero perché risponde a un’idea divina, e del buono perché voluto da Dio. Aristotele avrebbe poi escluso il carattere trascendente del bene, ponendo l’accento sul bene come qualcosa di tangibile e praticabile da parte dell’uomo.

Quanto al male, Epicuro ritiene che la sua semplice esistenza rivelasse il disinteresse degli dei per le vicende umane. Ne deriva come corollario che se avessero a cuore le sorti del mondo dovrebbero estirpare il male; se non intervengono è perché sono maligni o impotenti. Posizione severa quella epicurea, che poi gli stoici ribaltano, ponendo fiducia nella provvidenza divina sul mondo. In questa ottica, la percezione del male può essere tale ove la si consideri da un’angolazione particolaristica, ma assume una diversa connotazione collocandola nell’armonia complessiva del tutto.

Questa concezione viene ripresa e sviluppata da Agostino, ma già Plotino aveva chiarito che il male non è una sostanza, o un essere, ma la negazione, la privazione di essere; questo non essere è rappresentato dalla materia a cui va collegato il male. Agostino condivide la considerazione del male come entità non positiva, ma anzi meramente negativa, come un non essere, ma va oltre il neoplatonismo, perché nella visione cristiana anche la materia è opera di Dio e, come tale, non può essere all’origine del male. Ed ecco la domanda cruciale: se origine di tutto è Dio, che è Bene, come mai esiste il male?

Per Agostino il male è la manifestazione di livelli inferiori di essere rispetto a Dio, sicché quello che ci appare un male osservandolo dalla nostra ottica parziale e finita, ha una sua logica se esaminato nella grande perfezione complessiva. Si riaffaccia così il principio per cui ogni ente è vero, nel senso che ha una sua ragion d’essere che sfugge all’uomo. Il male diventa allora una deficienza, una imperfezione, è la mancanza di qualcosa che un ente dovrebbe avere in ragione della sua natura. Viene addotto a questo proposito l’esempio della mancanza di ali, che è un male per l’uccello, non certo per l’uomo.    

C’è poi, per Agostino, il male morale, quello che sfocia nel peccato, originato da una scelta dell’uomo di fronte alla possibilità che gli viene offerta: da un lato il Bene supremo, dall’altro i beni “finiti”. Quando opta per i beni inferiori, l’uomo fa un uso errato della sua libertà, opponendo il male del suo peccato al bene della libera volontà assegnatagli da Dio.

C’è infine, per Agostino, il male fisico, che si manifesta attraverso il dolore, la sofferenza e che, collocato in una prospettiva metafisico-teologica, avrebbe valore positivo, perché sarebbe non una punizione ma una prova per verificare la consistenza della fede.

Una scelta coerente

Nel quadro sommariamente delineato, come ci collochiamo noi nel nostro tempo? Sale sempre angosciosa la domanda sulla “assenza” di Dio quando il male e le tragedie imperversano nel mondo. Per contro solo raramente rendiamo grazie a Dio per il bene che ci circonda e che si manifesta nel dono dell’amore, nello spirito di solidarietà e amicizia, nel sorriso di un bimbo o nello stupore di fronte al bello e alle meraviglie della natura.

Di questa visione sbilenca, distorta della realtà troviamo esempi nella grande letteratura dove spesso il bene è banale e il male è attraente, mentre l’attenzione è puntata su personaggi equivoci, oscuri, depravati. Pensiamo alla Moll Flanders e a Lady Roxana di Daniel De Foe, alla Thérèse Desqueyroux    di Mauriac o alla stessa Monaca di Monza di Manzoni.

Riteniamo implicitamente che tutto quello che c’è di buono e di bello ci sia legittimamente dovuto, senza domandarci il perché. Scriveva Simone Weil: “Anche il bello ci obbliga a domandarci: perché? Perché questo o quello è bello? Ma pochi sono capaci di pronunciare in se stessi questo per parecchie ore di seguito. Il perché dell’infelicità dura ore, giorni, anni: non può smettere se non per sfinimento”.
Diremmo anzi che lo sfinimento non arriva mai, perché abbiamo sempre qualcosa di tragico di cui lamentarci.

Fino alla vigilia della seconda guerra mondiale l’attenzione era puntata sul disastroso terremoto che distrusse Lisbona nel 1755; poi sono arrivate le deportazioni, i lager, i gulag e queste pagine nerissime della nostra “civiltà” contemporanea sono diventate il simbolo del male. Non mancano, purtroppo, le tragedie individuali, come quando ci troviamo di fronte ad un male incurabile che ghermisce un bimbo.

Di tutto questo chiediamo ragione a Dio, senza soffermarci mai sui nostri comportamenti. Scrive la filosofa morale americana Susan Weiman, che nelle guerre “ogni parte implicata insiste con grande convinzione sul fatto che le azioni dei propri oppositori sono veramente criminose, mentre le proprie sono meri espedienti” (Storia filosofica del male, Laterza).

Occorre allora che impariamo a discernere il bene dal male, facendo appello alla nostra coscienza. L’intellettualismo greco, costruendo un’idea oggettiva del male contro cui nulla poteva la volontà dell’uomo, finiva con l’escludere ogni responsabilità umana. Noi dobbiamo invece cimentarci, prendere posizione nel conflitto tra il bene e il male, rifiutando l’ignavia perché non è neutralità, ma complicità col male. “Chi non punisce il male – ammoniva Leonardo da Vinci – comanda che si faccia”.

E non possiamo neppure crogiolarci nell’accidia, che è anzi più grave dell’ignavia, in quanto rivela indolenza, pigrizia nell’operare il bene.

Facciamo dunque responsabilmente la nostra scelta di cristiani e in momenti estremi di grave sconforto ricordiamo la conclusione di La notte di Elie Wiesel, scrittore americano di origine rumena. Vi si racconta di tre impiccagioni in un campo di sterminio nazista. Uno dei tre sventurati era un bambino e la sua agonia durò più di mezz’ora. Alla domanda tragica: dov’è Dio?, una risposta salì dal profondo: “Dov’è? Eccolo, è appeso lì a quella forca”.
Vito Procaccini    


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