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Bisogno intelligente di normativa. Non si può accettare la dissoluzione della morale

Scritto da redazione il 21/3/2011


Bisogno intelligente di normativa. Non si può accettare la dissoluzione della morale

CONCLUSA LA TRE GIORNI DI COLLOQUIA A FOGGIA.

Grande maratona di tre giorni quella dell’ultima edizione di Colloquia, vetrina della filosofia giunta al suo terzo appuntamento con il Festival delle Idee di Foggia, voluta dalla Fondazione Banca del Monte in collaborazione con la Provincia di Foggia e la rete televisiva di TeleBlu. Nomi di rilievo nel panorama dei pensatori nazionali ed internazionali si sono avvicendati al tavolo dei relatori dell’Auditorium della Biblioteca Provinciale Magna Capitana per discutere sul tema “Confini, la norma e il suo contrario”. Benedetta Tobagi, scrittrice figlia del giornalista del Corriere della Sera Walter, assassinato nel 1980 dalle Br; il favoloso Marcello Veneziani; Gianni Vattimo con il suo pensiero debole; il teologo laico Vito Mancuso; ma soprattutto Roberto Vacca, dall’istrionica e arguta intelligenza delle cose, guardate dal punto di vista del tecnico ingegnere che si interroga in modo filosofico; e Maurizio Ferraris, con la sua calda ironia capace di scrutare al fondo dei problemi, hanno tutti espresso un’immediata esigenza di ritorno alla normalità della regola, spesso oggi violata nella convinzione che sia antiquato il richiamo alla normatività della legge, e nella errata concezione di machiavellica memoria che sia lecito ed intrinsecamente giusto violarne i confini. Il nostro mondo contemporaneo si avviluppa nella contraddizione eterna tra imposizione e rispetto formale della disciplina ad ogni costo, e regole infrante per desiderio di giustizia o semplice curiosità dissacratrice. Il parere generalmente emerso dai relatori è che non ci siano confini nettamente stabiliti tra ciò che è giusto e ciò che non lo è; ma che, in ogni caso, non si debba tenere un comportamento in linea con la regola formale se si ritiene quella regola fondamentalmente sbagliata o iniqua. Socrate avrebbe fatto meglio a salvarsi la vita, perciò. Per Veneziani rompere la regola è come abbattere un muro, ma non tutti i muri sono fatti per rimanere eternamente eretti. Si pensi al muro di Berlino, che ha permesso ad intere famiglie separate di ritrovarsi, e ad un’intera cultura storica di riconoscere la propria identità. Non è possibile, perciò, un discorso che abbia le caratteristiche della generalità teorica. Stesso tema affrontato attraverso la cinematografia dalla Tobagi, che ha mostrato al pubblico alcune scene tratte dai film “Animal Kingdom” e “In un mondo migliore”, in cui si osserva rispettivamente la regola infranta dal branco e l’incesto non vissuto ma idealizzato a livello subliminale. Per Vattimo, invece, oltre la libertà c’è solo ed unicamente la libertà. Non è possibile immaginare per l’Essere una normatività, non essendo l’Essere una struttura, quanto più semplicemente l’evento, inteso come ciò che accade. Il relativismo nichilistico dell’assenza di valori fondanti ed universalmente noti e riconosciuti si ritrova nella filosofia dell’antimetafisica di Nietzsche e dello stesso Heidegger, al cui Essere e Tempo, inteso come Sein und Zeit, si fa il verso celiando sull’ambivalenza della e o della è che farebbe diventare il capolavoro del filosofo tedesco, padre dell’esistenzialismo, Sein ist Zeit, cioè Essere è Tempo. Ma se è così, allora ha ragione Vattimo quando sostiene che non è possibile più alcuna metafisica di fondamento per i valori. Mancuso, al contrario, con la sua teologia laica, parla del logos, inteso in modo eracliteo come l’insieme della norma e del suo contrario, in un’alternanza continua di obbedienza e trasgressione, proprio come accade per l’epicheia, il discernimento tra il rispetto della norma e la sua infrazione. Vacca, invece, pur essendo un tecnico per formazione, e avendo dimostrato l’imprescindibile esigenza delle norme, perché esistenti anche in natura nei fenomeni fisici più facilmente osservabili e comprensibili solo alla luce delle loro regole intrinseche, è    abilmente dialettico nel dimostrare che servono competenze e conoscenze, anche normate, come ad esempio nella professione di ingegnere. L’attuale tragedia di Fukushima e il conseguente pericolo di radiazioni nucleari fuoriuscite dal reattore, in Giappone, dopo lo tsunami, non deriva solo dal terremoto di forti proporzioni, ma anche dall’inesperienza e dall’imperizia degli ingegneri che non hanno saputo prevedere nel costruire il reattore ogni possibile danno derivato da eventi e calamità assolutamente ricorrenti in zone di alta sismicità. Vacca prevede, perciò, il possibile ritorno di un nuovo Medioevo. Cultura, oggi, non vuol dire parlare di nucleare o di clima. Cultura è sconfiggere l’ignoranza e il pregiudizio, per evitare che il rischio incombente di questo novello Medioevo possa diventare realtà. Maurizio Ferraris (in foto) chiude gli incontri del fine settimana, sottolineando, entro un lungo e profondo discorso sulla necessità della norma, la differenza esistente tra epistemologia e ontologia. La prima consente l’emendabile, nel rispetto del falsificazionismo popperiano. La seconda si occupa dell’inemendabile. E potrebbe essere una soluzione al dramma dell’odierno populismo, in cui l’atteggiamento contro la norma e la sua oggettività è stato poi banalizzato dopo l’esperienza di Rorty che ha tentato di portare avanti un discorso a favore della solidarietà, dell’ironia e della rivoluzione del desiderio, tentando di applicare il famoso detto di Nietzsche “non ci sono fatti, ma solo interpretazioni”. Ferraris, fondatore del Laboratorio di Ontologia Sociale, ha dimostrato, con la stessa intelligente ironia che avrebbe dovuto spegnere l’obbligo della normatività comportamentale, come sia impossibile ridurre tutti i fatti ad interpretazioni, senza cadere nella più banale contraddizione con se stessi e con gli altri, mettendosi apertamente in ridicolo. Chi infatti ha quotidianamente svuotato di significato le parole e il loro senso intrinseco ha anche potuto farne un uso spregiudicato, relativistico, appunto. Affermare “Napoli pulita in tre giorni” o “ i missili libici non sono un pericolo” e crederci, equivale, difatti, a sostenere di poter ripulire la città di Napoli in tre giorni completamente o pensare che i missili libici siano contraffatti o falsi. Ciò significa sostituire alle parole solo i loro suoni, senza riconsegnarle ai loro rispettivi significati. Se così fosse, infatti, alle parole dovrebbero seguire i fatti che le parole stesse indicano, e non innumerevoli svariate interpretazioni, ed eventuali smentite, delle stesse. Conclusione quasi unanime, nonostante le differenze ideologiche dei relatori partecipanti a Colloquia, pare perciò essere il bisogno intelligente di normativa, non a scopo asfitticamente disciplinare, ma per evitare incomprensioni e fraintendimenti nella relazione e non scivolare nel relativismo o nel nichilismo se si parla di epoche e di atteggiamenti comunemente sentiti e vissuti. Tra il non avere riferimenti, insomma, e la fondazione ontologica dei valori che raccomanda il filosofo genovese Pier Paolo Ottonello, è preferibile pensare ancora che sia possibile una fondazione ontologico-metafisica dei valori. Il rischio è la follia. E Nietzsche, distruttore della morale, è morto pazzo, senza essersi reso conto che Kant lo aveva avvisato del pericolo corrente che avrebbe comportato la totale dissoluzione della morale.
Antonietta Pistone


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