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Briganti, malavitosi o patrioti e difensori dei loro concittadini?

Scritto da redazione il 8/9/2015


Briganti, malavitosi o patrioti e difensori dei loro concittadini?

POGGIO IMPERIALE – Briganti, malavitosi o patrioti e difensori dei loro concittadini? A distanza da una secolo e mezzo dell'Unità d'Italia la storia ufficiale scritta dai Savoia e dai loro sostenitori ci consegna ancora l'immagine di un re che accorre a liberare i meridionali dopo che un suo indeciso suddito con la camicia rossa fa la prima parte del lavoro buttando a mare i Borboni. Un mito insegnato da centocinquant'anni nelle scuole del Regno d'Italia prima e della Repubblica poi che sin dal 1861 è stato negato e contestato dagli stessi protagonisti di quelle vicende. Lo stesso Garibaldi, dopo aver consegnato il regno del Sud a Vittorio Emanuele II, si pentì in pubblico di quella impresa, per il sangue versato e l'esito politico che ne era scaturito.
A discutere di questi temi, sulla scorta del libro del viestano Michele Di Carlo, si sono ritrovati sabato sera a Poggio Imperiale molti appassionati per un esame delle vicende che insanguinarono il Gargano e la Capitanata all'indomani della spedizione dei Mille. E Vieste, dolorosa protagonista de “Contadini e braccianti nel Gargano dei briganti”, è risultata il simbolo di una guerra feroce dove i vincitori non hanno avuto pietà né rispetto per i vinti, per la loro memoria. “A Vieste è accaduto quello che è successo in tutto il Sud – ha ricordato Osvaldo Lucera – Gli autori delle memorie citati nel libro di Di Carlo citano i nove morti per mano dei briganti ma non i quasi trenta trucidati dalle truppe del generale Pinelli arrivate da Manfredonia per “pacificare il paese” come dicevano loro. E infatti Vieste si svuota quando vede arrivare le truppe dei Savoia, sapendo di quali stragi fossero capaci. In tutto il Mezzogiorno 51 paesi sono stati cancellati, distrutti e svuotati dagli eccidi, cancellati dalla carta geografica per mano di altri italiani che dovevano imporre le loro leggi e il loro ordine”.

Allegato:


La docente Antonietta Zangardi, (responsabile del Centro Studi Terranovese – Simposio Culturale), ha ringraziato il sindaco D'Aloiso che ha portato i saluti dell'amministrazione e ha sottolineato le similitudini tra i fatti di Vieste e quelli avvenuti un mese prima a Poggio nel 1861. “Nel giugno di quell'anno – ha ricordato – una grande colonna di armati irregolari che sostenevano la causa dei Borbone, guidati dal sammarchese Angelo Maria del Sambro e dal poggese Bernardo D'Aloia, invasero il paese bruciando le carte del municipio. Poggio Imperiale fu uno dei pochi centri dell'ex Regno di Napoli dove, nonostante le pressioni dei nuovi padroni di casa, la popolazione votò in maggioranza contro l'annessione al Regno dei Savoia. Infatti non va dimenticato che il regno sardo piemontese cambiò nome con i nuovi confini geografici, diventando d'Italia, ma non ci furono nuove leggi costruite per la nuova realtà nazionale. Semplicemente, le leggi piemontesi vennero estese e applicate ai nuovi territori”.
Michele Di Carlo, docente a Vieste e ricercatore di memorie patrie, ha disegnato un ampio affresco delle forze sociali ed economiche che manovrarono per arrivare al risultato dell'Italia che conosciamo oggi. “I fatti di Vieste del luglio 1861 – ha ricordato tra l'altro – l'occupazione del paese per alcuni giorni da parte dei partigiani dei Borboni sono narrati in maniera molto vivida dai diari di due facoltosi cittadini di cui uno è tuttora anonimo. Pensate: a distanza di un secolo il custode di quelle carte preferì consegnarle al circolo Cimaglia senza le parti iniziali e quelle finali pur di impedire il riconoscimento dell'autore. E questo la dice lunga su quanto quei fatti, i loro protagonisti e i loro discendenti sentano il peso di contraddizioni e conflitti mai risolti”.


Allegato:


L'autore del libro ha tracciato un ampio affresco sui giganteschi scontri politici che portarono a una guerra sociale dentro quella politica. Da una parte l'aggressione pianificata dei Savoia contro i Borboni grazie all'appoggio diplomatico e militare dell'Inghilterra per cambiare i confini e cancellare cinque stati nazionali dalla penisola, dall'altra quella sociale contro i garibaldini che venivano visti come portatori di un conflitto economico. Braccianti contro latifondisti: i primi avevano seguito l'eroe dei due mondi credendo alla promessa della terra ai contadini, mentre i secondi volevano accaparrarsi le terre demaniali. Cavour ovviamente scelse i secondi, assecondò le loro ambizioni economiche, le loro occupazioni, in cambio dell'appoggio al nuovo regime. I democratici, prostrati dalla lunga marci da sud ai confini del Lazio, finirono sconfitti perchè non riuscirono a portare a termine le loro riforme, rimaste a metà. I Savoia cambieranno i dirigenti insediati da Garibaldi; contadini e braccianti, ridotti alla fame e arruolati per molti anni in un servizio militare lontano da casa, iniziarono un'emigrazione che assunse proporzioni mai viste prima, svuotando di braccia ed energie il Mezzogiorno.
"Sui cinque anni che sconvolsero il Meridione tra il 1860 e il 1865 - ha concluso Saverio Cioce, giornalista e scrittore, autore della postfazione del libro di Di Carlo - non c'è una menoria condivisa nè una cronaca storica obbiettiva. Il tema è ovviamente scottante ancora oggi. Un solo esempio: Cialdini e Farini, i vertici militari dell'esercito sabaudo nelle operazioni anti-brigantaggio, responsabili e mandanti degli eccidi, furono criminali di guerra per le stragi compiute e pianificate dai massimi gradi oppure eroi della patria come vengono celebrati in migliaia di monumenti e strade? Sinora la risposta istituzionale è stata quella di venerarli come padri della patria. Eppure se i tre quarti dell'esercito italiano furono impegnati nel Sud per undici mesi di fila per stroncare militarmente ogni accenno di dissenso, bisognerà pur capire quello che è successo. Se è vero come è vero che i 50 mila soldati garibaldini, quasi tutti meridionali al termine della guerra,    furono liquidati e che altrettanti furono quelli che non si presentarono alla leva su un totale di 70 mila nei primi anni di leva dopo l'Unità, allora bisogna riaprire le memorie che ci sono state consegnate. E i fatti di Vieste diventano il simbolo di una ferocia che si poteva e doveva evitare".

Allegato:


    A margine della serata le splendide canzoni di Stefania Cristino, accompagnata da eccellenti suonatori di Lesina, hanno commentato le vicende narrate con musiche e canzoni ispirate a quei fatti.



    


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