GazzettaWeb.info
COLLABORA
corsi
ParlarePubblico
Sei qui: GazzettaWeb
Invia questa pagina ad un amico Versione stampabile

CONSUMI E POLITICA

Scritto da redazione il 29/2/2012


CONSUMI E POLITICA

Qualche opzione per affrontare le difficoltà di questo tempo

La crisi attuale richiede un sussulto di responsabilità individuale e politica

Il calo dei consumi
Per usare un eufemismo, possiamo dire che il nuovo anno, sotto il profilo economico-finanziario, non sia cominciato bene. Gli organi di informazione sciorinano quotidianamente notizie, facendo quasi a gara a chi dà quelle peggiori, quasi in una spirale di cupio dissolvi al limite del masochismo.
L’ultima notizia viene dall’ISTAT e si riferisce ai consumi. A dicembre scorso si è registrato un calo delle vendite dell’1,1% rispetto a novembre, con il ribasso più sensibile da luglio 2004. Il confronto tra tutto il 2011 e il 2010 va ancora peggio, perché le vendite al dettaglio sono diminuite dell’1,3%. Due notazioni ci sembrano rilevanti. La prima si riferisce al ribasso dell’1,1% che ha interessato un mese, dicembre, in cui solitamente per effetto della tredicesima e delle festività natalizie si registra un aumento delle vendite. La seconda riguarda i settori merceologici. L’ISTAT ha calcolato che la diminuzione interessa per l’1,2% i prodotti non alimentari e per    l’1% quelli alimentari e quando si riduce la spesa per l’alimentazione…
Il calo riguarda sia la piccola che la grande distribuzione, con l’unica eccezione dei discount, dove, com’è noto, è possibile trovare prodotti di media qualità a prezzi interessanti, anche perché non gravati dai costi per la pubblicità. Stiamo dunque imparando a riflettere, tenendo sotto controllo la spinta compulsiva agli acquisti, mentre cerchiamo di fronteggiare la crisi rivisitando la scala delle priorità e superando la soggezione rispetto ai messaggi pubblicitari.
Può essere un gesto di maturità che ci consente di superare la tentazione dell’autocommiserazione che inaridisce l’impegno, mortifica la nostra capacità di riflessione e potrebbe anche avviare un processo di maturazione verso un nuovo modo di essere, una nuova sensibilità nel nostro rapporto con le cose. Mahatma Gandhi è maestro in questo approccio quando sostiene che “la civiltà, nel senso reale del termine, non consiste nella moltiplicazione, ma nella volontaria e deliberata restrizione dei bisogni”.

Una crisi profonda
Tutto questo potrebbe essere utile e forse sufficiente ove si trattasse di crisi temporanea e localizzata. I grandi esperti ci ammoniscono invece che purtroppo quella attuale non è una sfavorevole congiuntura passeggera e che ci vorranno tanti sacrifici e molti anni per riemergere. Questo ormai lo abbiamo capito bene, ma in primo luogo non possiamo esimerci dal porre una domanda: dove erano costoro e i loro magniloquenti centri studi, quando le prime avvisaglie non lasciavano presagire niente di buono? Forse hanno avuto timore di spaventare il pupo, ma il risultato è che oggi il focherello è diventato un incendio devastante e investe tutta l’Europa, con riflessi sul mondo intero. E siamo così al secondo punto: la crisi è anche internazionale e non è facile governarla. La corazzata dell’Unione Europea è diventata un vascello in balia di un mare procelloso agitato dalla grande finanza e dalla speculazione.
Sarebbe facile criminalizzare il mondo che si muove dietro queste due parole, ma ci asteniamo dal farlo, perché, pur con qualche distinguo, appare legittimo che gli intermediari curino gli interessi di chi affida a loro il proprio danaro. Il punto dolente è invece quello della speculazione pura, che ha trasformato le borse del mondo da luogo di incontro della domanda e dell’offerta di titoli in un gigantesco tavolo verde, dove operatori senza scrupoli “giocano” speculando sui differenziali delle loro scommesse.
I titoli viaggiano così su un ottovolante impazzito, con un orientamento di fondo tendente al ribasso, mentre gli speculatori sono del tutto indifferenti rispetto alla considerazione che all’andamento di quei titoli sono legati i destini dell’economia reale di tanti Paesi, con l’imprenditoria che si ingegna per creare ricchezza e tanti lavoratori che sono impegnati a prestare la loro opera. In questo contesto non sono – beninteso – esenti da responsabilità i singoli Paesi (l’Italia in primis), che si sono cullati nella politica della cicala, lasciando incancrenire il problema dell’entità del debito pubblico.
Ora, di fronte al marasma finanziario, la risposta della politica è timorosa, balbettante o addirittura assente e ripone fiducia nel mercato come supremo e geniale riequilibratore del sistema.

Una politica responsabile
La portata della crisi richiede invece una svolta (è questo il significato di “crisi” in greco antico), con una coerente assunzione di responsabilità, un sussulto di orgoglio politico che non si limiti a mettere in ordine i conti dello Stato, ma che cerchi di riprendere le redini della situazione, ripristinando un’idea di bene comune, oggi appannata, e contrastando gli interessi arrembanti di pochi agguerriti speculatori internazionali che, col supporto di alcune banche, approfittano delle debolezze di un sistema senza regole per dettare la loro legge.
Non mancherebbero gli accorgimenti tecnici per porre le briglie a questo cavallo ingovernabile. Ad esempio, una diversa regolamentazione delle vendite allo scoperto, vincolando una buona parte dei titoli oggetto di contrattazione,    potrebbe ridurre in un alveo fisiologico l’ambito della speculazione. Altri interventi potrebbero essere individuati se i Paesi dell’Unione Europea operassero di concerto in questa direzione. Non ci pare che al momento prevalga questo orientamento, perché sono altri gli interessi che muovono la politica dei singoli Stati e sui quali ci sembra opportuno un approfondimento.

Vito Procaccini


Gazzetta Web