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CONSUMO E RELAZIONE

Scritto da redazione il 19/2/2012


CONSUMO E RELAZIONE

La crisi economica e finanziaria come opportunità

Riequilibrare il rapporto tra le cose e i beni relazionali

Tanto tuonò che piovve! La crisi, dapprima negata, poi da alcuni mesi paventata, evocata, minacciata, purtroppo oggi è arrivata. Se ne era parlato molto, quasi per esorcizzarla, ma non c’è stato nulla da fare. Così ha deciso la grande finanza internazionale, che ormai si fa beffa dell’economia e domina sulla politica, al punto da dettare anche la caduta dei governi.
Gli organismi internazionali ne prendono atto e ci amareggiano aggiornando continuamente e in senso peggiorativo sia i dati consuntivi che le previsioni. Sembrano veri e propri bollettini di guerra, paragonabili in effetti ad una incredibile terza guerra mondiale. Non ci sono, tutto sommato, morti e feriti, ma le conseguenze su abitudini individuali, assetti sociali ed equilibri internazionali sono di quelle che lasciano il segno.
Anche noi, come semplici cittadini non possiamo che prenderne atto, ma questo non vuol dire rassegnarci all’autocommiserazione. Il pittogramma cinese che indica il vocabolo “crisi” è composto di due caratteri, uno significa pericolo, l’altro opportunità. Sul pericolo non abbiamo purtroppo molto da aggiungere: quello che temevamo si è materializzato e con una gravità probabilmente insospettata.
L’opportunità è invece quella che potremmo cogliere, tentando di riflettere sulla nostra condizione e, in particolare, sul nostro modo di essere. Non è un caso che si parli di ben-essere e non di ben-avere, ma per realizzare il nostro benessere individuale – tassello di quello collettivo – dobbiamo risalire alle due componenti un cui esso si articola: l’acquisitiva ed espressiva.
Sulla prima siamo molto edotti e consiste nel procurarsi (o accaparrarsi, nei casi peggiori) la maggior quantità possibile di beni materiali, lasciandoci irretire dall’ansia di possesso inoculata dalla moda, dalla pubblicità, dal desiderio di apparire, dall’ostentazione.
La componente espressiva del benessere si riferisce invece alla nostra capacità di esprimerci, di relazionarci in famiglia e, in genere, con i nostri simili.

Un rapporto squilibrato
Negli ultimi tempi l’esaltazione dell’individualismo (di cui abbiamo trattato su queste colonne il 23 gennaio) ha fortemente squilibrato il rapporto in danno della dimensione relazionale. Riconsiderare l’acquisizione di cose si renderebbe dunque necessario per due ordini di ragioni.
In primo luogo sta mostrando oggi la corda un tipo di sviluppo indiscriminato, senza regole e senza limiti. L’homo faber crede di essere onnipotente, ma in realtà finisce spesso con l’impastoiarsi nella fitta trama di rapporti materiali che egli stesso promuove per alimentare il moloch del progresso. Paradigmatico a questo fine è l’uso, e soprattutto l’abuso, del nostro principale mezzo di locomozione, l’automobile. Nasce per velocizzare gli spostamenti, in ossequio all’ansia della fretta che contraddistingue la modernità, ma è diventata il nostro assillo, perché troppo spesso finiamo intruppati nel caos del traffico e velleitari sono i tentativi di urbanisti e architetti di snellire il movimento veicolare.
L’automobile è, appunto, il bene materiale espressione dell’individualismo e, parallelamente, il bus è il bene relazionale utilizzato dalle comunità. Le auto, solitamente con un solo passeggero, intasano le strade, mentre i bus viaggiano spesso vuoti.
Il secondo ordine di ragioni si riconnette dunque al perseguimento del necessario riequilibrio tra le due categorie di beni. Ma come realizzarlo? Negli anni scorsi Serge Latouche ha suscitato un vivace dibattito, oggi tutt’altro che sopito, denunciando “l’ossessione utilitarista e quantitativa”. L’economista francese propugnava l’idea della decrescita, della riduzione della produzione e conseguentemente del consumo di beni materiali. È stato accusato di predicare l’arresto dello sviluppo e l’arretramento sociale fino alla povertà.
Non è evidentemente questo l’obiettivo da perseguire, perché così si riduce la questione in una logica esclusivamente materialista. Occorre invece mirare ad un riequilibrio tra beni materiali e beni relazionali, modificando il modello di vita oggi orientato al materialismo. L’etica cristiana si muove in questo orizzonte, predicando una morigeratezza dei costumi e dei consumi, senza che questo significhi retrocedere alla povertà, o, peggio, alla miseria. Quest’ultima non è certamente un valore per il cristianesimo e neppure la povertà è una virtù. La Chiesa si occupa della povertà, ma non sostiene che questa sia un bene. Si predica la povertà come distacco dalle cose, ma non il pauperismo, che è l’esaltazione della mancanza di beni materiali che, come abbiamo visto, sono comunque una componente del nostro benessere.
Il riequilibrio tra le cose e le relazioni interpersonali è la sfida che ci attende e che può aiutarci a fronteggiare la crisi,”che è crisi di significato e di valori, prima che economica e sociale”, come ha puntualizzato il Santo Padre il 25 novembre, al Pontificato Consiglio per i laici.
Del recupero della socialità si è occupato anche Ivan Illich. Lo studioso viennese scomparso nel 2002, sostiene che “l’uomo ritroverà la gioia della sobrietà e l’austerità liberatrice reimparando a convivere, a dipendere dall’iniziativa dell’altro che conosce, anziché farsi schiavo dell’energia e della burocrazia onnipotente”(Le convivialità, edizioni Boroli, 2005).
Vito Procaccini    


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