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Centralità della scuola

Scritto da redazione il 16/2/2013


Centralità della scuola

Dispersione e valutazione, due questioni ancora in attesa di soluzione

di Vito Procaccini

La scorsa settimana ci siamo occupati di scuola. L’importanza dell’argomento e la sua stretta attualità all’inizio dell’anno scolastico, ci inducono a svolgere qualche ulteriore considerazione. E, francamente, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Il pianeta scuola è davvero variegato e complesso, ma non sarebbe male riflettere su dove si vuole andare e come.



                                             Dispersione scolastica

                        Accenniamo, ad esempio, alla dispersione scolastica, tema troppo grave perché i governi possano disinteressarsene. E infatti la Conferenza di Lisbona del 2000 aveva fissato come obiettivo per il 2010 la riduzione della dispersione al 10%. Oggi in Italia si veleggia eroicamente intorno al 20%. E non si tratta, ovviamente di una libera scelta, come accade nel fenomeno americano dell’homeschooling, per cui i giovani non vanno a scuola, ma studiano a casa. Negli Usa interessa ormai più di 2 milioni di studenti e si è diffuso soprattutto negli anni ’60, come risposta, nella land of the free, alla coercizione dei metodi scolastici. I genitori si avvalgono di curricula preconfezionati e si confrontano poi via web.

                        Da noi, a proposito di libertà, c’è qualcuno che si è divertito a fare della SCUOLA un acronimo alla Giamburrasca: Società Che Uccide Ogni Libero Alunno. Ma, a parte le facezie, la dispersione scolastica, tra evasione e abbandoni, è indice del fallimento formativo ed è tanto più grave ove si consideri la ripartizione territoriale nelle quattro grandi aree. Il 66% è infatti concentrato al Sud, segue il Nord-Ovest col 17%, il Centro col 15% e il Nord-Est col 2%.

Evidente il nodo mai risolto dell’amara connessione tra condizione economica e dispersione scolastica, che, manco a dirlo, è più grave negli istituti professionali rispetto ai licei. Le famiglie necessitano anche di qualche decina di euro che il ragazzino può portare settimanalmente a casa, facendo il garzone presso un bar o altro esercizio commerciale. E poco importa se viene evaso l’obbligo scolastico che il decreto Fioroni n. 139 del 2 agosto 2007 ha portato ad almeno 16 anni. Al Nord l’abbandono avviene intorno ai 15 anni, al Sud a 14 anni, con punte ancora più basse nelle grandi città. Nella migliore delle ipotesi, per questi ragazzi sarà la vita la dura maestra; nella peggiore sarà la malavita ad avvolgere tra le sue spire i giovani sbandati.

La nostra regione è terzultima, prima di Sicilia e Sardegna, nella percentuale di dispersione scolastica; per migliorare la situazione sono utili, ma non sufficienti, i Percorsi integrati di istruzione e formazione. Sicilia e Campania si contendono invece il “primato” per l’esercito dei Neet (non in education, employment or training), giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano, né frequentano corsi di formazione professionale.

Se questo è il presente di tanti giovani, ci chiediamo quale sarà in ambito internazionale il futuro, visto che continuiamo a distinguerci per la parsimonia della nostra spesa per l’istruzione? Occorre una svolta culturale, perché non ci saranno prospettive fino a quando questi interventi saranno considerati una spesa e non un investimento.



                        La valutazione

Un altro tema che accende vivaci dibattiti è quello della valutazione degli studenti. Si fronteggiano due scuole di pensiero, una indulgente, l’altra severa,    che si sono barcamenate negli ultimi decenni, cercando di applicare una normativa ondivaga nella formulazione dei giudizi.

Gli indulgenti si soffermano sugli aspetti psicologici e sulle conseguenze negative (a volte tragiche) che una valutazione di grave insufficienza può comportare in tanti giovani, che attraversano una difficile fase di formazione. Su questo fronte c’è chi propone di evidenziare certamente la preparazione inadeguata, senza però scendere    sotto una soglia fatidica: il quattro. Andare al di sotto sarebbe controproducente perché scoraggerebbe gli spiriti più deboli, fino a renderli irrecuperabili. Il quattro segnalerebbe comunque l’insufficienza, ma stimolerebbe il giovane a tentare di migliorare.

Si pongono diversamente i rigoristi, che rivendicano al docente un ruolo formativo che può passare anche attraverso una valutazione assolutamente scadente, purché, ovviamente, sia suffragata da obiettive considerazioni. L’operare diversamente potrebbe rivelare una certa pavidità, significherebbe declinare le proprie responsabilità in omaggio a una malintesa opzione per un accomodamento da perseguire sempre e comunque.

Su questa linea si schiera il Moige (Movimento Italiano dei Genitori) che paventa lo scivolamento della scuola verso livelli di lassismo, incompatibili con la sua identità di fondamentale agenzia educativa. Una scuola permissiva, che appianasse tutte le asperità non adempirebbe ad una della sue funzioni più importanti: educare alla vita e alle difficoltà che dovranno essere affrontate una volta ultimato il ciclo di studi.

Severi o indulgenti? Tema delicato quello della valutazione che, ricordiamo per inciso, sta ora investendo non senza polemiche anche i docenti universitari, chiamati in causa affinché il ministero, tramite l’Anvur (Agenzia Nazionale Valutazione Università e Ricerca), possa giudicare la qualità degli atenei. Ma, tornando alla scuola, riteniamo che non sia praticabile una linea di comportamento che valga per sempre, per tutti i soggetti e in tutte le condizioni sociali e ambientali. Molto è affidato alla possibilità di relazionarsi che l’ambiente offre, e che docenti e discenti devono favorire e cogliere, coinvolgendo e mediando. È infatti sulla relazione che si gioca la funzione dell’educazione, nel suo significato primigenio, quello etimologico di e-ducere, di condurre fuori, di consentire cioè al giovane di esternare la proprie capacità e attitudini, con giovamento anche da parte dell’insegnante.

Questa considerazione ci viene da lontano. È Seneca che nelle Lettere a Lucilio ??, osserva che “C’è un duplice vantaggio nell’insegnare, perché, mentre si insegna, si impara”. Un percorso a due, dunque, un percorso di vita e di crescita che, come tale, sfugge agli stereotipi, è sempre unico e originale e si rinnova continuamente sulla via della conoscenza.

Probabilmente non è senza significato che “conoscere” in francese sia connaître, nel doppio valore di conoscere e nascere insieme, con-naître.

                                                                                                                                                                                            


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