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Che sì jùte a Cevetèlle?

Scritto da redazione il 27/2/2013


Che sì jùte a Cevetèlle?

Ho letto con vivo interesse alcuni recenti articoli di Raffaele de Seneen pubblicati su questo stesso giornale Gazzettaweb.info, riguardanti favole estratte “dai cassetti della memoria di AUSER-FOGGIANTICA – Favole foggiane”.
Sono particolarmente attratto dalle storie e dai ricordi che riescono a ricondurci, come per incanto, al nostro passato, alle nostre tradizioni di un tempo che non c’è più, e che costituiscono il legame indissolubile tra il presente e tutto quello che lo ha preceduto, mettendo peraltro in luce la schiettezza e la semplicità di come eravamo.
Ed è con questo spirito che ho scritto nel 2008 un libro dal titolo “Ddummànne a l’acquarúle se l’acqu’è fréscijche – Detti, motti, proverbi e modi di dire Tarnuíse” - Edizioni del Poggio.
Un lavoro di ricerca, che mette in luce antichi aspetti di Poggio Imperiale - il mio paese di origine -    simboleggianti un prezioso patrimonio da non disperdere, anche per fornire alle nuove generazioni testimonianza di una tradizione che deve necessariamente sopravvivere, poiché non ci può essere futuro senza memoria.

[Per maggiori approfondimenti, si rimanda al Sito/Blog    www.paginedipoggio.com ]

Relativamente ai citati articoli di Raffaele de Seneen, è mio intendimento - in questa sede    - soffermarmi per qualche istante su quello intitolato “A maèstre ‘u panarìlle (La maestra del panierino)” del 15/12/2012, in quanto l’autore ci porta a conoscenza del vecchio modo di dire foggiano:“Che sì jùte a Cevetèlle!?” (Che sei andato a scuola alla Civitella?), aprendo - nel contempo - un interrogativo circa le motivazioni che potrebbero averlo generato, oltre che riguardo all’effettiva esistenza di una scuola denominata “Civitella” in quel di Foggia.
La cosa, a dire il vero, mi ha incuriosito a tal punto che, a puro titolo personale, ho cominciato a fare qualche ricerca in proposito.
Queste le conclusioni alle quali sono pervenuto.
Nel corso dell’anno 1829, Monsignor Antonino Maria Monforte, Vescovo della Diocesi di Troia (1824-1854), alla quale Foggia apparteneva per “giurisdizione spirituale”, si recò nella Città di Foggia per eseguire la Santa Visita, che lo impegnò per molto tempo.
In quel periodo, eresse uno stabilimento di educazione per i giovani sotto il nome di Convitto o Scuola Ecclesiastica, che godeva dei privilegi accordati ai Seminari Diocesani. Dotò la Scuola Ecclesiastica di lire ottocentocinquanta annue per concessione avvenuta nel 1837 della Commissione esecutrice del Concordato del 1818, derivante da censi suolari, una volta posseduti dai PP. Minori Osservanti di Gesù e Maria.
E, così, Monsignor Monforte acquistò con mezzi propri e con il concorso del Municipio di Foggia per ducati tremila l'ampio casamento, denominato “Civitella”, destinando la parte superiore a Seminario Scuola Ecclesiastica e le rendite dei fondaci a beneficio di essa.
Eretta in Foggia la Cattedra Vescovile con Bolla del 25 Giugno 1855, la Scuola Ecclesiastica fu tramutata con tutte le sue rendite in Seminario Diocesano.
Le presenti fonti sono rinvenibili nella storia della Biblioteca Diocesana di Foggia accessibili sul sito ( http://www.bibliotecaprovinciale.foggia.it/sbp/Diocesana_fg/biblioteca.htm ).
Orbene, alla luce delle suddette informazioni, credo che possiamo avanzare una prima ipotesi di risposta circa l’eventuale esistenza di una scuola “Civitella”, sostenendo che – probabilmente – c’è stata a Foggia    una Scuola Ecclesiastica insediata nell’antico casamento denominato “Civitella”.
Più difficile risulta, invece, poter individuare le motivazioni che hanno generato il detto foggiano, soprattutto nei termini interpretativi esplicitati dallo stesso Raffaele de Seneen, il quale, testualmente, sostiene che « ‘A scòle ‘a Cevetèlle    (la scuola della Civitella), che ricordo nelle sue varie forme ed occasioni di utilizzazione se non proprio in modo spregevole, almeno minimizzante, ridicolizzante: “Che sì jùte a Cevetèlle!?” (che sei andato a scuola alla Civitella?), a voler significare di aver imparato poco o niente ».
Appare infatti abbastanza azzardato ipotizzare che gli allievi di una Scuola Ecclesiastica (o Seminario) non imparassero “proprio niente”, anche perchè alcuni di essi venivano poi avviati verosimilmente alla vita sacerdotale.
Occorre, dunque, ricercare altrove motivazioni più coerenti e convincenti, riportandoci piuttosto al periodo storico cui ci si riferisce, allorchè il livello di istruzione giovanile era notoriamente e diffusamente precario, soprattutto in considerazione del peculiare momento della nostra storia patria.
E, forse, proprio in tale contesto, il particolare tipo di scuola (ecclesiastica), ove l’insegnamento era presumibilmente affidato ai sacerdoti del tempo, esponeva i medesimi allievi ad una condizione di inconsapevole “antagonismo” con i coetanei dell’epoca, che non frequentavano invece alcun tipo di scuola. Il giudizio “di merito” verso i soggetti che frequentavano la scuola “Civitella” potrebbe quindi aver avuto dapprima un significato di puro “sfottò”, fino a subirne, nel corso del tempo, il ribaltamento del senso, trasformandosi in un giudizio “negativo”.
Del resto, è notorio, che analoghe considerazioni venivano rivolte anche nei confronti dei rampolli delle casate nobiliari o comunque delle famiglie più abbienti, considerati poco avvezzi ad affrontare la “durezza” della quotidianità, che i “figli del popolo” dovevano – obtorto collo – giornalmente fronteggiare.
Ma, questa, è solamente un’ipotesi; magari un’ipotesi azzardata e lontana dal significato che al “modo di dire” si intendeva veramente attribuire. Sta di fatto, però, che - comunque sia -    la circostanza ha destato interesse e “scatenato” la fantasia, come solo le favole di un tempo sapevano fare.
di Lorenzo Bove






Foto: “Il Palazzo della Posta - Duca di Civitella”(demolito nel 1952 per motivi igienico-sanitari)
in “La Foggia che non c'è più” di Alberto Mangano www.manganofoggia.it





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