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Considerazioni a margine dell’incontro su “Filosofia e Politica”

Scritto da redazione il 29/4/2011


Considerazioni a margine dell’incontro su “Filosofia e Politica”

DAL DIALOGO SOCRATICO A FACEBOOK
Dall’esperienza umana del contraddittorio uno spiraglio verso la verità

La scorsa settimana abbiamo visto come, alla fine del lungo dialogare tra Protagora e Socrate, le posizioni di partenza si siano ribaltate. Questo è avvenuto dopo che Socrate annoiato (o indispettito) dal lungo monologo di Protagora, ha minacciato di andarsene, aggiungendo, ironicamente, che la sua scarsa memoria non gli consentiva di seguire i lunghi ragionamenti.
Il compromesso era stato raggiunto a condizione che si procedesse con la forma di quel dialogo serrato che alla fine avrebbe indotto entrambi a rivedere le posizioni. La forma dialogica è dunque assunta da Socrate a modello di critica dell’opinione e diviene poi in Platone la via dialettica (da dialéghestai, ragionare insieme) che attraverso la discussione può orientare verso la verità.
Per Platone, più che l’elaborazione sistematica, è essenziale il dialogo, perché attraverso di esso si instaura il rapporto di comunicazione col lettore-uditore. La sua preferenza per il dialogo lo porta anzi a una qualche diffidenza verso la forma scritta, che non è idonea a rispondere a chi interroga, né a scegliere gli interlocutori. Lo rileviamo, in particolare, dalle ultime pagine del Fedro, in cui si narra del dio Teuth, inventore della scrittura, che presenta la sua scoperta a Tamo, re di tutto l’Egitto, sostenendo che le lettere faranno “più sapienti gli Egizii e più memoriosi; però ch’elle sono medicina di memoria e sapienza”. Di avviso opposto è il re, il quale sostiene che il risultato è proprio il contrario: la scrittura provoca infatti lo smemoramento poiché, confidando in essa gli Egizii ricorderanno le cose grazie a “segni di fuori”, “non per virtù di dentro e da se medesimi (…) E quanto a sapienza, tu procuri ai discepoli l’apparenza sua, non la verità”, con l’aggravante di farli ritenere conoscitori, mentre sono in realtà ignoranti.
Si innesta qui la nota querelle sull’esistenza di un Platone essoterico (per le opere scritte destinate a tutti) e di uno esoterico (per le dottrine non scritte, “segrete”, destinate a pochi discepoli). È una questione che è stata sollevata di nuovo dalla Scuola di Tubinga (Gaiser e Krämer), ma che può ritenersi superata ove si consideri - sulla scia di Gadamer – la grande preminenza in Platone degli insegnamenti scritti sugli orali.
L’insistenza sul valore del dialogo non deve portarci fuoristrada, perché essa è strumentale rispetto a un fine fondamentale: non accettare per pigrizia intellettuale quello che accade intorno, rassegnandosi a considerare come fatale l’incidenza del caso o accreditando per vero tutto quello che ci propina l’imbonitore-sofista di turno. Occorre invece confrontarsi con l‘altro, senza    sposarne acriticamente le opinioni. Socrate minaccia di andarsene perché il sapere sciorinato da Protagora è finalizzato alla sua monetizzazione, non alla crescita della conoscenza. Per Socrate invece il sapere nasce dal confronto dialogico che favorisce una presa di coscienza personale, che arricchisce la consapevolezza nei propri mezzi da metter a frutto in maniera autonoma, fondendo e rielaborando gli strumenti forniti da Prometeo, non quelli di Epimeteo, preconfezionati e già pronti per l’uso.

Il tempo di facebook
Dialogo, dunque, sempre e comunque. Ma cosa ne è oggi, al tempo di internet e facebook?
La prof.ssa Pistone, intervenendo dopo la relazione del prof. Di Iasio, conferma la difficoltà di oggi d’intrattenere un dialogo autentico. Fingiamo di dialogare con i mezzi informatici, ma siamo monadi che di fatto restano nelle loro posizioni.
Il tema viene ampliato dalle pertinenti osservazioni dei giovani, che evidenziano la dicotomia    tra società della comunicazione e isolamento che i nuovi strumenti sembrerebbero eliminare, ma che di fatto incentivano. Nonostante ciò il fenomeno facebook dilaga come una moda imperiosa. Secondo uno studio di pochi mesi fa (International Communications Market Report) in Italia accede a facebook il 66% di chi usa internet, ed è una percentuale che ci vede primi al mondo, seguiti dagli USA (64%) e dal Regno Unito (62%). La mania si sta facendo strada anche tra insospettabili nonnetti.
È chiaro che non è il mezzo in sé a dividere, ma l’uso distorto che a volte se ne fa e che non agevola la vera comunicazione. L’approccio che avviene per via informatica è utile per aumentare velocemente la possibilità di contatti, ma poi abbiamo necessità di guardare negli occhi il nostro interlocutore, di stringergli la mano, cogliere un’emozione, un rossore che il mezzo informatico e l’immagine a video non possono trasmettere.

Professione di umiltà
Occorre dunque rivitalizzare la cultura del dialogo, una cultura che ci insegna a metterci in discussione, a fare professione di umiltà. Protagora e Socrate, dopo essersi avveduti di aver cambiato le posizioni originarie, convengono di incontrarsi di nuovo. Le questioni sono aperte e la conclusione raggiunta è solo provvisoria. La nostra ansia di ricerca è una necessità lineare, infinita, che caratterizza il nostro essere razionale e che ci differenzia e ci eleva rispetto alla nostra semplice condizione di essere viventi che sono alle prese con bisogni ciclici da soddisfare. E la ricerca è frutto di continui aggiustamenti, mentre navighiamo nel mare della conoscenza. Ce lo ricorda un filosofo austriaco Otto Neurath: “Siamo come marinai che riparano la barca mentre stanno in mare”.
Quanto all’umiltà, gli esempi di altri media (Tv in primis) sono deprimenti. Ogni sedicente dialogante si preoccupa solo di annientare l’interlocutore, perché ritiene di possedere il Verbo e crede di essere idoneo a fornire solo le “risposte”; non lo sfiora il dubbio che sia necessario porsi delle “domande”.
La filosofia, per questo aspetto, è maestra assoluta. Approfondirne sempre lo studio ha anche un risvolto interessante, come suggerisce un vegliardo della filosofia contemporanea, Hans-Georg Gadamer: “Bisogna continuare a porsi domande per tutta la vita: così si resta sempre giovani”.
Non ci resta allora che interrogarci, domandare ed esaminare le risposte degli altri, per sperare di catturare frammenti di quella verità che possiamo immaginare come chicchi di grano dispersi in uno staio di loglio.
Vito Procaccini
articolo pubblicato su Voce di Popolo


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