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DONI DI NATALE - (breve riflessione per la silloge “Io sono” di Giucar Marcone)

Scritto da redazione il 29/12/2013


DONI DI NATALE - (breve riflessione per la silloge “Io  sono” di Giucar Marcone)

Da Antonietta Zangardi,
Breve riflessione per la silloge “Io    sono” di Giucar Marcone

Tra i regali che preferisco a Natale , i libri occupano il primo posto e devo dire che questo è stato un anno fruttuoso.
Insieme a un romanzo, un saggio e un’antologia, un libro di poesie ha attratto la mia attenzione ed ha alimentato la mia curiosità: “Io sono”, poesie di rabbia, speranza e amore di Giucar Marcone delle Edizioni del Poggio.
Ho sfogliato volentieri le pagine di questo libretto ed ho apprezzato la sensibilità con cui il poeta ha aperto la sua anima e, con disarmante semplicità, ha affrontato i temi eterni dell’uomo, camminando come in un sogno lontano alla ricerca di valori perduti.
Il poeta mi ha trasmesso delle emozioni ed ha riacceso in me pensieri, spunti di riflessione e nostalgia per ciò che potrebbe essere perduto se non interviene il poeta con i suoi versi.
Il tema del mondo, casa di tutti, è attualissimo. “Io sono” è la poesia con cui è intitolata la silloge. Chiedono il loro posto, una loro posizione stabile e a pieno titolo nel mondo in cui viviamo, l’ebreo, il palestinese, il rom, il migrante africano, il barbone e con loro tutti quelli che, non avendo dimora, sono destinati ad elemosinarla. Il mondo è di tutti e la sua ricchezza è la diversità.
La nostra generazione che ha coltivato la cultura dell’uguaglianza, oggi è costretta a riconoscere le differenze, perché le diversità sono una risorsa.
Il poeta racconta la vita dove “il vagito del primo respiro è uguale all’ultimo alito dell’essere”.
La vita è fatta di amore e di odio, felicità e dolore; l’immaginazione e la realtà si cozzano, ma l’immaginazione non conosce dolore, tutta la gente è amica e l’amore è amore, mentre nella realtà vi albergano la competizione come regola e la sconfitta come colpa.
E noi? Anche se siamo delle comparse, siamo liberi di osare, perché la vita è come
“ un sole gioioso che non si stanca d’illuminare il sorriso”.
Altro tema che il poeta racconta è quello delle radici che legano ai luoghi del cuore.
Ognuno di noi ha dei luoghi cari che ama presentare nei suoi versi. Il poeta, nei paesi che egli ama ravvisa una sorta d’immobilismo, perché vivono senza futuro, malgrado ciò sono radicati nel cuore dei propri figli.
Egli ama Castelluccio Valmaggiore perché è parte di se stesso, lo ama per la semplicità della gente silenziosa e rassegnata, per il bosco “ sentinella discreta di un quotidiano vivere senza futuro”.
Mai avrei immaginato che il poeta avesse nel suo cuore, insieme ai luoghi della sua storia, anche Poggio Imperiale, piccolo borgo, spesso bistrattato e denigrato, povero di giovani e quindi di ricambio generazionale, un paese dove sembra che alberghino immobilità, indifferenza e pregiudizio.
Eppure il poeta    usa parole come semplicità, cordialità, accoglienza per descrivere Poggio Imperiale, che racchiude nel suo panorama il Gargano    “… che esplode in uno scenario da favola di questa porta fatata, piattaforma eccellente per la Montagna del Sole”. Poggio Imperiale è Terra di valori e di cultura, di scrittori e di poeti.
Vi sono momenti nella vita in cui si nutre qualche avversione per le proprie radici, anche perché sembra che le menti, che prima si nutrivano e succhiavano linfa vitale, non ritrovino altro che sterilità, confusione, mancanza di ruoli specifici, di punti di riferimento. Per immetterci nel futuro la ricetta del poeta Giucar Marcone è elementare, naturale e genuina: ritrovare nelle origini di fatica e di sudore, nelle tradizioni e nel folklore “l’orgoglio e l’amore per sorridere al domani”, in questa che è “Terra    di anziani, di vita lunga e serena nell’alveo della famiglia”.
Nei versi ritrovo ancora un tema tanto caro a tutti, ma tanto difficile da descrivere e soprattutto da trovare nel nostro mondo conflittuale: l’amicizia.
L’amico scrittore e poeta Stefano Capone, nella sua breve vita, con profonda modestia ha schiaffeggiato i guardiani del tempio della cultura, ha scosso gli animi col suo grido silenzioso, con l’intelligenza ha umiliato la presunzione degli intoccabili e, morendo, ha conquistato l’infinito.
Chi ascolta più la voce dei poeti, se la coscienza, quell’arcana presenza che giudica ogni respiro, sembra correre verso il vuoto dei sentimenti e i sogni sono seppelliti sotto il macigno dell’ipocrisia?    
Ancora una ricetta semplice ed una geniale intuizione per il vivere: solo la poesia è “l’esile speranza per un mondo migliore” e il poeta ne è l’interprete sincero.



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