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Dai Monti al Mare

Scritto da antonietta pistone il 10/9/2016


Dai Monti al Mare

Anche quest’anno, durante il mio soggiorno estivo sulle montagne del Parco Nazionale d’Abruzzo della Maiella, l’amico campogiovese Giovanni Presutti ha voluto omaggiarmi del suo libro più recente, ultima fatica letteraria dopo numerose altre pubblicazioni, tra le quali bisogna ricordare quelle a contenuto storico, come Il Brigante Primiano, Raus, Garibaldi un Vita a Caprera. e quelle più legate alla storia delle tradizioni locali e al territorio, come Sapore di Casa, Luce della Memoria.

Il testo, intitolato Dai Monti al Mare, ripercorre velocemente le tappe più significative della vita del suo autore, che si è svolta, prevalentemente, tra Campo di Giove e la Maddalena, disegnando un percorso esistenziale che si snoda, per l’appunto, dai monti al mare, come ben suggerisce la prima di copertina.

Ho letto con grande piacere le lievi pagine del libro, che mi hanno allietato perché mi hanno riavvicinato ai ricordi delle montagne dove sono cresciuta; invitandomi, inoltre, ad incuriosirmi sulla bellezza naturale dell’arcipelago sardo che, invece, non ho mai conosciuto.

Ma è soprattuto lo stile agile e scorrevole del Presutti, ad aver permesso che mi accostassi, senza sentire il peso della lettura, alle pagine del suo libro, ricche di illustrazioni fotografiche a colori, che catturano l’interesse sin dal primo approccio.

Per aver così tanto gradito il dono di questa lettura, voglio farvi provare direttamente, attraverso le parole del suo stesso autore, la gradevolezza di questo stile letterario che, a tratti, nella narrazione dei luoghi, e del loro incanto, si fa pura poesia.

Giovanni Presutti

Nato a Campo di Giove, vi trascorre la prima giovinezza fino ai venti anni quando si arruola nella Marina militare con la specializzazione di “segretario”. Ogni anno in agosto ritorna per un breve periodo alla sua casa paterna. Nel corso di circa quarant’anni di servizio, tra diverse destinazioni a terra e imbarchi, approda nell’isola sarda di La Maddalena, dove crea la sua nuova famiglia e vi risiede. In Marina frequenta corsi professionali negli Istituti militari, uno a Venezia e due alla Maddalena. Raggiunge il massimo grado di sottufficiale. Dedica il tempo libero all’approfondimento culturale e all’innata passione per le lettere. Diviene giornalista pubblicista. Ha collaborato per due anni alla pagina culturale del quotidiano “L’Isola” e a diverse riviste specializzate con articoli di critica artistica e letteraria. È inserito su svariate antologie e su alcuni libri di scrittori delle epopee garibaldine, del brigantaggio postunitario e di specifici episodi della seconda guerra mondiale. Ha pubblicato quattordici libri. È Membro dell’Istituto Internazionale di Studi “G. Garibaldi”, sezione regionale Sardegna. Ha ottenuto diversi riconoscimenti e lusinghiere citazioni su quotidiani, riviste e libri. È stato nominato Accademico di Merito “ad honorem” dal “Centro Cultural, Literario, e Artistico” de “O Jornal de Felgueiras” (Portogallo). Nominato Accademico di Merito per meriti acquisiti nel campo delle lettere, dall’Accademia Culturale d’Europa, sez. italiana di Viterbo.


Dai Monti al Mare

Da pochi anni finita la guerra, d’inverno a Campo di Giove (Aq), con oltre un metro di neve, noi ragazzi con le scarpe rotte e i piedi quasi sempre bagnati, ci rintanavamo nell’unico locale pubblico del paese per trascorrere inoperose giornate gravide di noia. Don Camillo, un signorotto della famiglia Nanni, nel bar con la solita Nazionale in bocca, fumava tenendo un orecchio incollato alla radio sempre accesa per le varie notizie. Commentando poi il lungo inverno che protraeva i suoi rigori quasi sempre fino all’inizio della primavera, il nobiluomo prospettava di trasferirsi a Sanremo, città dei fiori, dove secondo lui le condizioni metereologiche sono sempre clementi, soprattutto non nevica mai e vi si può godere un’eterna primavera. Lo ascoltavamo estasiati, increduli al pensiero che esistesse davvero un luogo dove d’inverno non s’accumula neve. Un sogno da favola!

E chi l’avrebbe mai detto che un giorno quel sogno per me doveva tramutarsi in realtà? Quasi un miracolo, e mi ritrovo in Marina militare. Dopo varie destinazioni di servizio, approdo alla Maddalena dove tuttora risiedo, isoletta con clima più mite di Sanremo, grazie all’azione mitigatrice del mare che la circonda ed alla sua posizione su un parallelo più vicino all’equatore. Un continentale isolano! I montanari hanno sempre nell’animo le loro montagne, come agli isolani pare di percepire lo sciabordio del loro mare quando se ne allontano: per entrambi, ciò costituisce un amore ancorato al cuore finchè questo e la memoria reggono. Il mio animo è diviso in due, tra montagna e mare con i loro segreti incanti.


La mia montagna. Tutte le montagne hanno un fascino particolare, ognuna in relazione alla propria peculiarità. La Majella è venerata dagli Abruzzesi come una dea amorosa: la Majella Madre. Nel versante occidentale, alle sue pendici si annidano le mie radici. Terra lasciata a diciannove anni per arruolarmi nella forza armata di mare. Ma ogni anno ritorno per un breve periodo, così posso godere la suggestione di rimescolarmi col passato. Ripercorro le stradine di campagna per rivedere le mie terre non più fruttuose, ormai abbandonate come tutte le altre per la radicale trasformazione della società contadina. Su quei campi mi sembra di percepire ancora gli odori della terra coltivata e mi pare udire le voci degli antenati affaccendati nei lavori agresti. Se resto fermo e osservo tutt’intorno, avverto come il ritorno di una eco lontana che ripropone i loro canti lenti e malinconici per ingannare lo stomaco che langue. E poi, ecco, pare di vedere le loro antiche figure assumere la posizione verticale per asciugarsi il sudore della fronte mentre osservano la Madre spirituale che si eleva davanti a loro. Basta uno sguardo, è così vicina che pare di averla sulla testa: alta, imponente e maestosa, sembra proteggere il lavoro di quelle formiche umane. Prima di impugnare di nuovo la zappa, con la mano incallita e annerita di terra, ognuno si fa il segno della croce, quale auspicio e ringraziamento per quel poco che la terra pietrosa e ingrata potrà offrire. Al solo ricordo delle ristrettezze del tempo, avverto una sottile malinconia, quasi un dolore, pur se fa capolino la piacevole memoria della genuinità dei prodotti di allora e la cultura che contemplava il rispetto per il prossimo e la sacralità della famiglia, quali sani valori della vita. Oggi, quei valori sono caduti come tanti fragili paraventi, e rimane il rimpianto per un passato destinato a non tornare.

Per non piangere prendo un sentiero lungo il quale corre l’antica storia del mio paese, per andare a immergermi nella magia del bosco. Un pisolino ristoratore sarà il toccasana. Mi sdraio sul tappeto di foglie con piacevoli arabeschi disegnati dai giochi di luce filtrata tra i rami. Rifletto sul beato tempo della fanciullezza, così salta fuori dalla memoria il bambino che ogni uomo racchiude in sé, e mi rivedo correre felice dietro al cerchio. Come una dolce sinfonia, giunge da lontano il gracidare delle rane del laghetto e il frinire delle cicale che finalmente conciliano un sonnellino. Più tardi, da una radura, mi sveglia il bramito di un cervo in cerca d’amore.

Nel versante occidentale, la catena della Majella si innalza da Le Piane di Campo di Giove, Pian Cerreto e Quarto di Pescocostanzo per elevarsi al disopra di tutti i rilievi dintorno. Montagna più fiorita d’Italia, essa si snoda compatta per sessanta miglia con 61 rilievi. La vetta più alta, Monte Amaro, con i suoi 2.793 metri, dopo il gran Sasso d’Italia, è il monte più alto dell’Appennino. Le vette della Majella sono tondeggianti, fatta eccezione del Porrara, con cima spartiacque proibitiva anche per i più temerari scalatori. La sua parete ha un aspetto dolomitico con paurosi appicchi rocciosi. Nelle luminose giornate estive, al tramonto, il sole dà un festoso saluto chiazzando di rosso fiamma il cielo di occidente, il cui riverbero si stampa sulle rocce sporgenti del Porrara che assumono una bella colorazione rossastra, quasi per dissimulare la loro pericolosità, offrendo uno scenario superbo dalla suggestiva orrida bellezza.

Sulla Majella non mancano diversi pianori sommitali. Il più vasto è la Valle di Femmina Morta ad oltre 2.500 metri tra Monte Amaro e Monte Tavola Rotonda, è un balcone sospeso nel cielo d’Abruzzo e costituisce un invidiabile campo sciistico. Tutta la catena montuosa è ricoperta dalla base fino a circa metà rilievo da faggete. Ai piedi dei monti, non è raro incontrare un arboscello che cresce ad alberello, chiamato dai botanici majociondolo, il bellissimo maggiociondolo che sviluppa lunghi e odorosi grappoli di fiori gialli.

Su questi monti e tra i loro boschi, oltre a una varietà di fauna selvaggia minore, vi sono la lepre, il cinghiale, la lince, l’istrice, il camoscio d’Abruzzo ritenuto il più bello al mondo, il cervo, il diffidente lupo, la stravagante volpe che spesso arriva fino all’abitato per contendere ai gatti il mangime posto sulle scodelle, il goloso orso bruno che alcune volte razzia galline nei pollai, miele negli alveari e rovista i cassonetti per la spazzatura nell’abitato. Non è molto difficile per gli escursionisti fare qualche incontro con alcuni di questi animali.

Sulle comode groppe della Majella, l’appassionato della montagna può godere la visione di ampi scenari, allungando lo sguardo ad impensate lontananze. Lassù, dimenticato il frastuono dei centri abitati, nella pace del silenzio assoluto e così vicino al cielo, l’uomo si riconcilia con se stesso e avverte una profonda spiritualità, un inconscio ritorno di fede: autentico mistero della montagna!


Il mio mare. Le vicende della vita hanno voluto che da montanaro divenissi anche uomo di mare, addirittura isolano della Maddalena, a circa due miglia dalla Sardegna. Era inevitabile che subissi un fascino particolare anche dal mare. Al contrario dei monti, il mare è vivo, si muove e ha voce. Spesso in movimento, specie nelle stagioni brutte, va a braccetto col maestrale per schiumare di rabbia sugli scogli e talvolta per infuriarsi contro incauti naviganti. Ma in estate si agita raramente e comunque con moderazione. Quasi sempre calmo, lascia godere giornate di bagni in un mare pulito e limpido, dalle varie tonalità di un blu cobalto al largo, alle diverse gradazioni di verde smeraldo presso i litorali.

Verso sera, quando tutti i bagnanti fanno ritorno a casa e la spiaggia riprende possesso del silenzio, ancora in costume da bagno, amo allungarmi presso la battigia per sentire sui piedi il contatto della risacca. Cessato il clamore della gente, ora anche la voce del mare, nel lieve andirivieni delle onde, è più nitida, carezzevole e pastosa. In queste circostanze, tra l’uomo e il mare, come tra due vecchi conoscenti, si instaura un amichevole, muto colloquio che infonde una piena sensazione di pace, quasi di beatitudine celestiale, mentre una leggera brezza porta il gradevole profumo dell’elicriso, così abbondante nelle vicinanze delle spiagge. Per il bagnante, questo dialogare in segreto col suo mare costituisce una innata necessità: un piacere di cui alimentarsi in solitudine, ad occhi chiusi, prima di lasciare la spiaggia. Finalmente torna a casa appagato, portandosi sulle labbra un sapore di salsedine, come un rassicurante bacio ricevuto dal mare, che gli consente, nell’approssimarsi della notte, di fugare il ritorno di ancestrali angosce e dubbi per l’insondabile mistero dell’aldilà.

Uno dei più diffusi desideri dell’isolano è disporre di un gozzo per vivere le belle giornate in mare, tra le isole dell’arcipelago o a pesca al largo, in un riposante, assoluto silenzio. Le onde appena tremolanti gli vanno incontro per far sentire, lungo le fiancate della barca, la voce amica del mare. Senza natante, il maddalenino non rinuncia all’emozione della pesca con la canna. In banchina o su uno scoglio, tra un lancio e l’altro dell’esca, riprende possesso di uno spazio temporale tutto suo da dedicare, in attesa che un pesce abbocchi, ad indisturbate profonde meditazioni.

L’isolano non vorrebbe mai staccarsi dal suo Scoglio. Quando per diversi motivi è costretto a farlo per trasferirsi altrove, nel momento in cui il traghetto lascia gli ormeggi, avverte come uno strappo del cordone ombelicale che idealmente lo lega alla sua terra. Sbarcato sulla costa dirimpettaia, allontanandosi vede scomparire piano piano La Maddalena. L’ultimo tonfo al cuore lo avverte quando nel rilievo più alto si eclissa anche il glorioso torrione di Guardiavecchia, che svetta solitario nel cielo, da sempre simbolo degli abitanti dell’isola. Fino al Duemila, gestito dalla Marina Militare, quel torrione rivestiva il compito di stazione meteo e semaforica. Era punto di riferimento e fonte di notizie meteorologiche non solo per le navi in transito nelle Bocche di Bonifacio e i pescherecci del nord Gallura, ma anche per i nostri isolani che volgevano lo sguardo lassù per leggere i presagi di tempesta e capirne la provenienza dalla disposizione dei triangoli (noti come palloni), che i nostri bravi semaforisti opportunamente alzavano sull’albero segnali. Nell’osservazione notturna, tali presagi si potevano osservare dai colori di apposite luci. Poi, l’immobile è passato alle dipendenze della capitaneria di porto di La Maddalena e dal 2003 svolge il compito di stazione di controllo del traffico marittimo nelle acque circostanti.

Fuori della sua isola, il maddalenino si aggiorna spesso sulla vita nella sua città. La nostalgia gli rimette in mano la canna e, immedesimandosi in una ideale battuta di pesca sul suo Scoglio, gli pare

di avvertire un gradevole profumo di zerri arrostiti che lo convince a dare l’addio ai rigidi inverni continentali. E finalmente rimette piede sulle assolate spiagge del suo arcipelago: un irresistibile, magico richiamo del mare!


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