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E SE PROVASSIMO A IMMAGINARE IL FUTURO?

Scritto da redazione il 17/5/2014


E SE PROVASSIMO A IMMAGINARE IL FUTURO?

Difficile pronosticare l’avvenire
E SE PROVASSIMO A IMMAGINARE IL FUTURO?

Alla fine della precedente riflessione (Tra postmoderno e futuro, Gazzettaweb del 1° maggio) ci chiedevamo se – come singoli e come comunità – avessimo gli strumenti per decifrare questo nostro tempo, che è angosciante, ma anche stimolante.
Per avviare un tentativo di risposta, può essere utile analizzare la realtà, che è diventata complessa perché frammentata in una miriade di centri di interesse.
Il sapere al tempo d’oggi non ha più la struttura gerarchica che lo ha caratterizzato nel passato e che ha visto di volta in volta primeggiare al vertice la filosofia, la storia come teofania, la fisica. La moltiplicazione dei campi del sapere e le interrelazioni tra di essi rendono praticamente impossibile, oltre che improduttivo, ricostruire lo scibile intorno ad una scienza “superiore”. Potremmo anzi dire che oggi il concetto di ignoranza non è più tanto legato all’approssimazione culturale, quanto piuttosto ad una mancanza o insufficiente conoscenza delle relazioni.
In altri termini, il sapere non è più quello che la cultura tradizionale ha cercato sempre di organizzare partendo da un centro – albero della conoscenza – da cui si dipartivano le varie discipline, come rami concatenati ad un unico ceppo. Oggi rimane il concetto della concatenazione, ma è scomparso il centro, perché il tutto è organizzato in “rete”, un reticolo a volte inestricabile, che visivamente rimanda in qualche modo alle linee delle metropolitane che avvolgono le moderne megalopoli.
Si comprende allora perché non ci sia più spazio per una mente “enciclopedica”, capace di padroneggiare aspetti diversi dello scibile. Forse l’ultima mente “superiore” è stata nel secolo scorso Bertrand Russell. Oggi siamo nel tempo postmoderno, anzi, secondo qualcuno, nel post-postmoderno, un sistema (scientifico e sociale) aperto, che fa a meno delle grandi “narrazioni” (dal comunismo al nazismo) che – come ci ricorda Lyotard – si riconducevano in qualche modo alla cultura unificante del mito, in aperto contrasto con la proliferazione delle discipline scientifiche.
Il declino delle narrazioni induce a riconsiderare anche l’idea del progresso. Un rivoluzionario critico come Walter Benjamin – morto suicida nel 1940, intrappolato tra la Gestapo e i franchisti – era tutt’altro che nostalgico verso il passato, riconosceva il grande valore di liberazione operato dal progresso, ma avvertiva come anche il progresso recasse con sé nuovi problemi, e non disdegnava la possibilità di rallentare per soccorrere chi fosse rimasto indietro.
Eventi e tecnologie
Questa visione risale a soli 70 anni fa, ma oggi sembra vecchia di secoli. L’accavallarsi tumultuoso di eventi rende difficile mettere a fuoco i problemi e quando finalmente si tenta in qualche modo di porvi rimedio, accade spesso che le mutate condizioni rendano inefficace qualsiasi azione. Tutto accade con una rapidità a cui non siamo ancora avvezzi. Basti pensare che in 50 anni la popolazione mondiale è passata da 2 a 7 miliardi. Non vogliamo rispolverare il catastrofismo di Malthus che nel 1800, quando la popolazione era di un miliardo,    paventava l’impossibilità di reperire cibo per tutti, ma come negare che questa progressione e la proiezione per i prossimi decenni creino qualche problema? Gli ultimi dati evidenziano che l’attuale agricoltura, tecnologicamente avanzata, produce il 17% in più di calorie per persona rispetto a 30 anni fa, ma nel frattempo la popolazione è aumentata del 70% (Donald Sassoon, Il Sole-24Ore , 6 aprile 2014).
Passando alle tecnologie avanzate, 30 anni fa le connessioni a internet erano soltanto mille, oggi sono più di 2 miliardi. Il 4 febbraio 2004 Mark Zuckerberg “inventava” Facebook; oggi gli iscritti sono più di un miliardo e l’anno prossimo aumenteranno del 30%. Quanto agli Smartphone, nel 2013 ne sono stati venduti più di miliardo, con un incremento del 38,4% rispetto al 2012; per inciso, l’Università di Bonn ha evidenziato in uno studio i danni derivanti da un uso ossessivo. Di fronte a questo incalzare vertiginoso della tecnologia e ai risvolti sui comportamenti sociali che ne derivano, è incongruo pensare di affrontare il futuro usando gli strumenti del passato. Abbiamo già rilevato l’inadeguatezza di un atteggiamento di puro rigetto del cambiamento. Anche la “resilienza”, volta ad adattarsi in qualche modo alle novità, non è risolutiva. Né può considerarsi davvero utile mettere a frutto l’esperienza, perché – come verifichiamo quotidianamente – cambiano ad ogni pie’ sospinto i parametri di riferimento. Una previsione “tecnologica” sarebbe una semplice estrapolazione dal passato e dal presente, volta a imprigionare un avvenire che si rivela refrattario a qualunque tentativo di irreggimentazione.
L’immaginazione
Ne consegue che, nell’attuale congiuntura, altro deve essere il nostro atteggiamento di fronte al cambiamento. Non si tratta più di prevedere il futuro, occorre invece inventarlo, anticiparlo, facendo leva sulla nostra capacità di immaginare. È l’immaginazione che ci apre gli orizzonti. Ce lo insegna Einstein: “La logica ti porta da A a B. L’immaginazione ti porta ovunque”.
Occorre dunque anticipare il futuro, per evitare che ci colga alla sprovvista, ma per fare questo è necessario sapere dove vogliamo andare. Eccoci allora alla dimensione profetica, come momento di rottura, di presa di coscienza della inutilità di una semplice proiezione del passato. Il mondo è diventato piccolo e ogni azione non può prescindere dall’idea di un pensiero globale e, soprattutto, multipolare e multiculturale, per l’emergere in ogni continente di realtà economiche e politiche inedite.
Dalla rottura il passaggio successivo è alla costruzione: è il momento utopico che passa attraverso la concezione di un nostro modo di esistere che metta in discussione le finalità ultime del sistema. La folle corsa all’accaparramento negli ultimi decenni ha determinato un incredibile sfilacciamento del tessuto sociale, con una sempre più accentuata divaricazione (a livello nazionale e planetario) nella disponibilità delle risorse, trascurando la possibilità – come ipotizzava Benjamin – di recuperare i soggetti che sono in difficoltà perché non    reggono il ritmo.
Profezia, utopia sembrano espressioni stellari, ma riteniamo che l’uomo non abbia alternativa. È in gioco il suo destino: accettare di essere passivamente travolto dagli eventi o almeno tentare di governarli. Le scelte sono impegnative, perché la situazione è assolutamente inedita. Tocca a noi tracciare il percorso.
Ci viene in mente il poeta spagnolo Antonio Machado, morto nel 1939, che nella poesia Caminante, “Viandante”, così si esprime:
Viandante, sono le tue impronte
il cammino e nulla più;
viandante, non c’è cammino,
la via si fa con l’andare.

Vito Procaccini


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