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Educazione, una problematicità

Scritto da redazione il 19/2/2012


Educazione, una problematicità

Educare porta con sé la problematica maggiore che possa esistere nel tessuto delle relazioni. Educare è fare propria una certa relazione in cui esiste un ben preciso modo di darsi in un fatto che la connota per dialettica delle parti. Le parti in questione sono le persone che giocano nella dialettica stessa. Il termine gioco usato è quello tipicamente noto in etologia come meccanismo di affinamento dei comportamenti. Quando il piccolo usa giocare lo fa con la fisionomia di un’imitazione del gruppo dei più grandi in vista di un investimento nelle pratiche sociali maggiori. Gioco è imitazione si è detto ed è un lasso di tempo dedicato ad un modo di darsi specifico, il gioco è scientifico perché prova dei meccanismi generali di comportamento guida basato sull’esperimento che inconsapevolmente portato a compimento mediante l’utilizzo di strumenti semplici ed intuitivi tipici della fase speculativa. Speculum introduce bene il significato di ciò che vorremmo intendere, ovvero la continua smania di perfezionamento sociale che per qualcosa di simile alla cifra dell’istinto porta seco la necessità di rispecchiare certi comportamenti. Questo avviene anche tra adulti e se qui l’oggetto ultimo non è l’apprendimento sociale primario, la connotazione che più gli si avvicina è quella di momentum ludico in cui si recita la parte che la tipica contingenza sociale offre ed impone. Il gioco è affaire tipico del regno animale, ovunque esista movimento, traslazione fisica ed un certo grado di coscienza porta un necessario corollario di apprendimento. Nell’uomo l’acquisizione della conoscenza matura per tutto l’arco della vita e non solo nella fase della crescita a testimonianza della complessità dell’uomo che struttura per fasi la propria teoricamente lineare ed infinita capacità di crescita sociale. Il motivo ridondante della crescita umana è la linearità che ben denuncia i limiti della circolarità di certe teorie del passato dove tutto avrebbe un acme e poi una decrescita, un climax ascendente seguito da uno discendente che culmina con la morte fisica. Lo spirito dell’uomo è una complessità, una struttura in continuo divenire che adatta se stesso al tipo di informazioni che riceve dall’esterno. Un meccanismo che qualcuno definirebbe servomeccanismo cibernetico capace di strutturarsi e ristrutturarsi alla bisogna del fatto che ci si pari di fronte. Ogni problema A è captato, elaborato in base all’esperienza maturata e diretto a B, una soluzione pronta e ponderata su scia della capacità di risoluzione ed attitudinalmente indirizzato ad una fase conclusiva all’apparenza che lascia spazio alla prossima e futura fase interpretativa che segue direttamente i movimenti ed i modi di darsi della coscienza. La coscienza si dà e dandosi è modo del percepire, intenzione fondante che si muove in direzione dell’oggetto-problema. Bene, il gioco è tutto questo meccanismo di difesa della coscienza alla sua funzione di scoperta del mondo, un fatto di capillare importanza che determina i modi del percepire come intrinseci nella natura comportamentale attraverso il gioco. Il fare ludico è attratto gravitazionalmente dal percepire il mondo come darsi della coscienza nel suo compito originario di comprensione come tenere insieme la conoscenza.
Bene, educare è qualcosa che ha in sé tutto quanto detto fin qui, cioè un ludico modo di darsi dei moti di coscienza originari e necessari alla comprensione del mondo che ci circonda. Il gioco è la proposizione che sta alla particella coscienza e alle impressioni categoriali del divenire ed estesamente a quelle spazio temporali. Giocare è acquisire le competenze primarie di giustificazione del mio essere qui ed ora, ovvero possibilità di captare l’imago incessante del divenire come formazione di senso del mondo. “Pazziare” da paizo greco connota una dimensione del gioco come scherzoso darsi di noi agli altri, ma questo “pazziare” è già di per sé momento in cui categorialmente decidiamo di darci in un contesto preparato dai nostri schemi mentali in uno sprazzo temporale ben radicato nel momentum che è anche spaziale ed è sempre crescita di competenze per lo più di natura sociale. Giocare è cosa seria perché ha in sé la portata di un divenire della nostra personalità, insieme dei modi di darsi del nostro percipiens che indica la persona della percezione assieme alla sua propria totalità di apertura al mondo come coscienza.
Il gioco risulta fondamentale tassello dell’affermazione della personalità ed educare, se è vero che è trarre fuori come etimologicamente prospetta, rimanda alle fasi di personalizzazione della coscienza che nel percepire rinvia ad una serie di continui rimandi alla canalizzazione interna del mondo che ci circonda. Le relazioni che si creano altro non sono che il movimento dialettico di sovrapposizione di coscienze in cui una domina l’altra. Nel far ciò il discente, chi bisogna educare, è vittima di un tentativo di educazione che trae fuori nient’altro che un qualcosa che scaturisce dall’esperienza del gioco di un’altra persona maturato ed esplicato in una precedente dialettica di sottomissione. La dialettica insita nel concetto di educazione prescrive la mancanza di determinismo che segue in un fase critica successiva all’impatto educativo che si basa primariamente sullo speculum dell’imitatio. L’educazione è allora in primis dialettica e pone in svantaggio il discente, una prova di forza tutt’altro che liberale, ma importante nell’acquisizione del concetto di regola. La società liberale si basa sulla coercizione e la normatività. Educazione come introduzione tacita alla normatività del sistema è il punto focale e mai ammesso dai pedagoghi. Il pensiero critico è fase che segue logicamente e temporalmente l’educazione poiché per dare B bisognerà conoscere A ed A è l’educazione, B il proprio elaborato alla normatività del sistema, un’appropriazione delle regole secondo la soggettività unica del sentire della coscienza.


Giuseppe Marrone
            
(in foto, Rousseau)


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