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Era meglio Capitan Findus

Scritto da redazione il 4/2/2012


Era meglio Capitan Findus

“Torni a bordo, cazzo!”. Questa è la frase ultimamente più nota sulle pagine dei giornali online e su quelle di fb. Sicuramente la più ripetuta e pronunciata ormai a guisa di slogan più o meno scherzosi. Perché in Italia le frasi ad effetto piacciono a tutti, fanno presa sull’audience e ci fanno sentire eroi almeno per un istante. Ma al di là di tutto questo, la fatidica arcinota espressione, divenuta un detto adattabile per tutte le circostanze in cui si voglia richiamare qualcuno ad onorare responsabilmente il proprio dovere, sottolinea un tragico momento della conversazione intercorsa telefonicamente tra due uomini di mare. Capitan Schettino, il comandante della Concordia ormai arenatasi sullo scoglio dell’Isola del Giglio, e De Falco, della Capitaneria di Porto di Livorno. Il primo, in barba a tutti i codici e ai doveri del Comandante, aveva da poco abbandonato la nave, con ancora molti turisti a bordo, alcuni dei quali dopo quasi un mese di ricerche risultano tuttora dispersi, mentre peggiorano le condizioni atmosferiche e lo stato delle acque marine; il secondo, letteralmente in preda al panico per aver compreso la gravità del gesto del collega che, secondo ultime fonti, si sarebbe persino spogliato della divisa di marinaio prima di dichiarare l’abbandono della nave e salire sulla prima scialuppa disponibile per salvarsi la vita. Francesco Schettino lavorava a bordo delle navi Costa Crociere da più di dieci anni. Prima dell’evento sciagurato della Concordia era unanimemente ritenuto un ottimo marinaio. E molti dicono che la nave non affonderà proprio grazie alla perizia del capitano che l’ha saputa portare quanto più possibile vicina alla riva. Il problema era che così vicino alla riva quella nave non doveva proprio esserci. Si dice anche che era costume delle navi Costa Crociere navigare in prossimità dei porti quando si avvicinavano a località note e turisticamente ambite. In questo modo gli uomini della compagnia avrebbero garantito pubblicità ai luoghi avvistati ma anche alle loro navi da turismo. Si dice anche che ormai la crociera è la tipica vacanza molto gettonata, e che le agenzie di navigazione fanno davvero affari d’oro anche in periodi di bassa stagione, durante i quali sono proprio i viaggiatori meno ricchi a potersi comunque permettere un break di una settimana su navi da sogno. Se questi transatlantici sono macchine per far soldi, in linea con la dominante mentalità affaristica del capitalismo postmoderno, è anche vero che ciò non può essere ritenuto in deroga ai compiti di chi governa la nave stessa. Mi viene in mente Socrate, con il suo richiamo ai doveri del buon cittadino e padre di famiglia, quando l’amico Critone lo invita a salvarsi per il bene dei figli. Socrate risponde che potrebbe provare solo vergogna di se stesso dinanzi ai figli, se il suo comportamento avesse messo in discussione quei principi per i quali si era battuto in vita. La coerenza è un insegnamento come il senso del dovere. E ricordo Platone e il mito della biga alata, che racconta di un nocchiero capace di governare il carro solo in quanto faccia appello alla ragione, unica facoltà in grado di tenere in equilibrio le passioni umane troppo legate alla sfera intellettiva o a quella del corporeo. E Kant che nella Ragion pratica esalta il senso del dovere per il dovere, imperativo categorico della morale formale, autonoma e libera dal contenuto, che indirizza l’agire umano verso ciò che è più giusto, piuttosto che a ciò che piace o torna di volta in volta utile. Ecco le morali filosofiche, laiche, a confronto con la morale dissoluta dell’uomo di mare che si distrae a cena con la bionda e beve un intero calice di vino mentre è in servizio sulla nave. “Non era lucido” si sente dire. Forse capitan Schettino non sapeva che non si può guidare in stato di ebrezza? Forse non conosceva i suoi doveri morali di comandante di un equipaggio? Forse il sentimento umano ha prevalso sui suoi doveri professionali? La codardia sul ruolo gerarchico che fa di un uomo qualunque un marinaio piuttosto che un commesso di cravatte? Socrate conosceva i suoi doveri. E ha testimoniato il suo attaccamento al lavoro filosofico fino alla morte. Respingendo la possibilità di salvarsi con la nota frase “una vita senza filosofia e ricerca non vale la pena di essere vissuta”. Ma c’è ancora chi pensa, come Schettino, che “la filosofia è quella cosa con la quale e senza la quale si resta tale e quale”. E di questa mentalità possiamo tutti più o meno apprezzarne gli effetti. Platone sapeva che governare un carro implicava l’uso supremo della ragione. Ma per essere lucidi non si può bere un fiasco di vino prima di mettersi alla guida. Capitan Schettino come i giovani del sabato sera ha derogato alla ragione per darla vinta al suo uso sregolato e dedito al piacere del momento. Dimenticandosi di portare al seguito ben quattromila anime. E cosa è mai il dovere di cui ci ammonisce Kant per chi beve in servizio, non rispetta la rotta superando tutti i limiti di pericolo segnalati, abbandona nave ed equipaggio con passeggeri a bordo e si mette sulla riva dello sbarco ad attendere gli sciagurati, vittime delle sue inspiegabili manovre?

Sere fa sono stata ad ascoltare a Foggia, presso la libreria Ubik, le parole indignate di Carmine Castoro sulla spettacolarizzazione dei sentimenti e del dolore che Maria De Filippi attua sistematicamente nei suoi programmi televisivi. Presentato dal giornalista Roberto Parisi, Castoro ha ricordato lo scempio, che è oscenità, e che si perpetua anche in tutti i palinsesti che ripetono come un tragico copione sempre le stesse noiose routine. Vedi programmi come il notorio Grande Fratello, che spia per mesi un gruppo di giovani nella famosa casa per consentire poi al vincitore di raggiungere quella gloria agognata da chi rappresenta il nulla assoluto della contemporaneità, che solo il predominio invincibile della società dell’immagine può letteralmente salvare dall’abisso del vuoto e dell’anonimia più totale. E tutto questo mentre su altri canali si trasmettono le reali tragedie della storia umana, come la memoria della Shoah, e dell’Olocausto nazista, o il naufragio della Costa Concordia, o la crisi economica ormai globale e il repentino e sistematico spostamento a destra delle rotte (questa volta) politiche elettorali europee. Carmine Castoro, laureato in filosofia e giornalista professionista è ormai al quarto libro “Maria De Filippi ti odio” dopo “Roma Erotica”, “Giù dove fioriscono i sogni”,    e “Crash TV - Filosofia dell’odio televisivo”, in cui già ha affrontato i temi della spettacolarizzazione televisiva e della società dell’immagine, che ruba il presente e il futuro dell’essere umano, in nome di una non meglio identificata popolarità, guadagnata a prezzo della perdita della personale dignità storica e individuale.    “Più sguardi meno schermi”, mi scrive sulla dedica del libro. Lui, l’amico affezionato del liceo, il collega fedele dell’università, con il quale ricordo le abbuffate di dolci, di cui siamo ghiotti entrambi, ai lati della scrivania della sua casa barese in affitto. Ma anche le passeggiate per negozi di abbigliamento su Via Sparano, allorché ci dovevamo rifare il guardaroba. Ed ora eccolo lì, Carmine, che parla alla gente arrivata in libreria per ascoltarlo…Quando tutto viene gettato in pasto agli organi di informazione che distorcono la notizia per fare audience è naturale che ogni uomo si faccia sempre più sordo e indifferente ai richiami antichi ma intramontabili al senso del dovere responsabile. Basta spogliarsi di una divisa, come fanno gli attori del cinematografo, per perdere un’identità e guadagnarne un’altra, quella che ci fa più comodo al momento. Ed è così che al dialogo si preferisce la retorica; che al vero si sostituisce l’utile; che sui maestri si eleggono i politici e i mestieranti del convincimento e del facile consenso che tutto allinea e semplifica, cosificando la realtà e le persone come strumenti rivolti ad un fine ultimo quale il profitto. Il conoscere tutto di tutti, il fare a pezzi le persone nella loro intimità, è senz’altro una forma di oscenità, ben diversa da quella della pornografia sessuale, dalla quale ci si può sempre difendere perché si sa di cosa tratti. Quando, invece, ci si mette comodi davanti alla tv, la sera, dopo aver trascorso una pesante giornata di lavoro, si è oggettivamente indifesi, perché rilassati, e abbandonati tra le braccia di mamma tv, che può fare di noi tutto quello che vuole. Qui l’oscenità è vera pornografia ideologica. Ma esiste un’oscenità di Dio che non ha difesa se non nel senso del dovere, alla maniera di Kant, vissuto come un imperativo inderogabile della morale. Di fronte alle telecamere che spiano tutti nella loro intimità, dalla vita privata, agli affetti, al lavoro, si può salvare solo chi fa il proprio dovere fino in fondo, e si mette tranquillo con la propria coscienza davanti al compito dalla personale professionalità di volta in volta richiesto. Se amare è un compito doveroso dell’essere umano, non c’è persona amabile che possa risultare ridicola anche se tradita da chi ha amato. Se fare il proprio dovere è sempre e comunque un compito precipuo dell’essere umano, non esiste uomo al mondo che abbia perso se stesso e la famiglia con tutti i suoi cari per aver fatto fino in fondo il suo proprio dovere. Ma fintanto che questa elementare regola del buon vivere sociale non sarà entrata nelle coscienze della comunità condivisa, sarà sempre meglio un Capitan Findus, con i suoi bastoncini di merluzzo, croccanti e gustosi per grandi e piccini. Proprio come i pasticcini che mangiavamo a sbafo io e Carmine tra un esame e l’altro, annoiati studenti universitari, ma pur sempre presi da una sola, grande passione per la scienza filosofica a noi tanto cara e indispensabile.

Antonietta Pistone

Nota bibliografica    
Per questo articolo si rimanda alle letture di seguito:

1) C. Castoro, Maria De Filippi Ti Odio
2) Platone, Il Critone
3) Platone, Il Fedone
4) Platone, L’Apologia di Socrate
5) Platone, Il Mito dell’Auriga nel Fedro
6) Kant, Critica della Ragion pratica




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