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Essere o Apparire?

Scritto da redazione il 25/3/2012


Essere o Apparire?

Anche quest’anno Foggia ha ospitato il Festival delle Idee, per la quarta Edizione di Colloquia, che ha visto relazionare al pubblico presente presso l’Auditorium della Biblioteca Provinciale sul tema Essere o Apparire, l’uomo o la scimmia. Da venerdì pomeriggio fino a Domenica mattina hanno parlato studiosi di filosofia, uomini del mondo della comunicazione e del giornalismo, scrittori, psicologi, esprimendo il loro parere su un    argomento così interessante. La sua trattazione completa non può evitare il problema filosofico che vede scontrarsi tra loro l’evoluzionismo darwiniano e la teoria biblica del creazionismo. Forse tra gli ospiti del convegno mancava proprio una presenza del mondo cattolico, un teologo che potesse rappresentare e significare le ragioni dell’uomo persona e dell’essere umano. Ad ogni modo, le relazioni che si sono alternate hanno fatto riferimento essenzialmente agli aspetti filosofici della diatriba Essere o Apparire. Di particolare interesse, a questo proposito, è stata proprio la relazione della dottoressa Vera Slepoj (in foto), la quale ha puntualizzato le sue riflessioni soprattutto sulla questione odierna relativa all’incapacità dell’uomo di vivere la sua vita, anche in solitudine, scegliendo cosa voler fare di se stesso, e cosa, pertanto, aspettarsi dagli altri. In questa prospettiva di dipendenza, l’essere umano si frantuma nei vissuti degli altri, senza tuttavia vivere fino in fondo la sua propria personale esistenza. E pertanto finisce con l’alienare se stesso nel mezzo virtuale che lo protegge dietro uno schermo, incapace di vivere la sua vita dal vivo con gli altri. La mancanza di reale condivisione induce l’uomo a costruirsi un mondo fantastico, letterario, e di fantasia, dietro il quale volutamente si trincera, nella convinzione, poi indotta, che quella sia la solo realtà che valga la pena di essere vissuta. La maggior parte delle malattie mentali della contemporaneità sono, difatti, il prodotto necessario e conseguente di tale abuso della tecnologia virtuale e del mondo dell’apparenza, in cui ciascun individuo finisce per esistere solo come immagine, icona, idolo, senza mai essere presente nella storicità dei suoi vissuti. Il dramma del nostro tempo è che questa apparente comunicazione, in un eccesso di informazioni, determina invece una concreta incapacità di comunicare e di comunicarsi, per scambiare ciascuno i propri vissuti con quelli dell’altro. Insomma nel mondo della realtà virtuale il dialogo socratico viene del tutto soppiantato dalla scrittura e dall’immagine fotografica, che offre di ognuno la parte migliore, quella che si intende mostrare, ma non certamente quella più vicina al reale. I bambini del postmoderno vengono educati dalle famiglie, spesso le prime ad essere grandi consumatrici di televisione, davanti allo schermo, abbandonati nei pochi tempi morti delle loro programmate attività quotidiane. Di fatto i più piccoli vengono sistematicamente lasciati soli di fronte a un mondo di informazioni che non sono    ancora in grado di decodificare criticamente. E questo mondo li surclassa del tutto, mostrando ai loro occhi una realtà patinata che così non è di fatto, ed illudendo i loro sogni di bambini, o di giovani adolescenti, che la realtà vera sia solo una questione relativa alla conquista di spazi di immagine e di apparenza, in cui poter continuare a dire implicitamente “io esisto”. Ovvia rimane la constatazione che il mondo virtuale così abusato deve essere in molti casi inteso come un’implicita richiesta di aiuto da parte di chi non ha avuto la fortuna di apprendere dai propri genitori dei validi codici comunicativi ed espressivi in grado di avvicinare progressivamente agli altri, al di fuori della mera realtà virtuale. Il nostro mondo è caratterizzato dal terrore della solitudine e degli spazi di tempo libero, non più vissuto come una possibilità per reinventarsi, ma temuto come una tragedia del vuoto che invade le nostre vite, assai insignificanti e di poco valore intrinseco. Così si finisce per stordire il proprio immaginario con una miriade di impegni culturali, sportivi, oltre che di lavoro, che sempre con maggiore veemenza vengono poi riproposti ai nostri figli, trasmettendo loro la falsa convinzione che bisogna essere costantemente impegnati a fare    qualcosa di costruttivo per tutta la giornata, limitando quanto più possibile i tempi morti. Il risultato che si ottiene è quello di un’infanzia che non sa più cosa sia il gioco. L’attività ludica con la quale in tempi ormai remoti si cresceva e si maturava nella convinzione che il gioco fosse una reale attività di apprendimento per il bambino. Oggi non abbiamo più dei bambini, ma degli adulti forzatamente precoci, e degli adolescenti disturbati ed incapaci di relazionarsi con gli altri, perché non hanno appreso nel gioco loro sottratto le regole dello stare bene insieme. Ed ecco che a questo punto solo il virtuale ci salva dal baratro della disperazione. La relazione di Roberto Cotroneo spiega come l’apparire sia anche un modo di essere, che non deve necessariamente subire una demonizzazione. La letteratura è una narrazione attraverso la quale ciascuno racconta se stesso, ed inventa, anche se necessario, la sua storia, proponendo la versione più accattivante dei fatti che intende narrare e prospettare agli altri. In quest’ottica i social network come facebook e twitter (ma ce ne sono anche altri nuovissimi) facilitano il compito di sviluppare una potente immaginazione, anche contribuendo indirettamente a questo gioco della personalità individuale, attraverso i falsi profili che ognuno può autonomamente creare per inventarsi nuove identità e fingere, così, di essere qualcun altro da ciò che in effetti si è in realtà. Il problema derivante da questo abuso dei mezzi virtuali è che si rischiano nuove patologie della personalità, infantile e adulta. Immaginare di vivere, per un tempo limitato, in una situazione irreale può essere, a limite, anche un modo gradevole per allontanare da sé i vissuti spesso spiacevoli, che fanno parte inevitabilmente del bagaglio emozionale della vita intima di ciascuno. La scotomizzazione del dramma psichico ce l’ha insegnata Freud. Pensare però di vivere la maggior parte del proprio tempo entro una realtà virtuale che sostituisca l’immaginario alla realtà vera, l’estetica e la letteratura dei vissuti alla propria concreta esperienza storica, può diventare, al limite, un elemento di forte pericolosità per il personale equilibrio mentale di chi si lascia coinvolgere più del dovuto dal mondo virtuale, eludendo parte della propria esperienza personale. La psicologia ci insegna, difatti, che oggi la maggior parte delle malattie mentali dipendono proprio dalla consumata incapacità di vivere a pieno la propria realtà storica. Incapacità che induce sempre più spesso il paziente che presenta un disagio psichico a chiudersi in un fantastico mondo di favole in cui sente ancora di esistere, ma solo ed unicamente nella maniera che inventa per sé. Il problema è perché mai debba oggi essere necessario chiudere la propria vita nel mondo immaginario dei pensieri, senza avere di fatto la capacità di tradurre i sogni in realtà effettive. Perché si debba avere bisogno di inventarsi una scimmia icona quando si è un uomo reale. Perché si abbia così tanto terrore della realtà storica e si debba invece ricorrere ad una letteratura che è forma bella, estetica, del vivere, ma che è assai lontana dal rappresentarsi la vita, l’esperienza, nel suo autentico fluire, per quanto triste, ingannevole, brutta, essa sia. Ed è proprio questo, io ritengo, il nodo della riflessione sulla quale la ricerca filosofica contemporanea dovrebbe ormai cominciare a produrre.

Antonietta Pistone


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