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GIUSTIZIA DISTRIBUTIVA

Scritto da redazione il 7/4/2012


GIUSTIZIA DISTRIBUTIVA

Qualche orientamento per recuperare una società “giusta” e, possibilmente, “decente”

“L’aquila è selvaggia, mentre protegge il piccolo che nasce. Ma c’è una cosa dalla quale non lo può difendere: i pensieri cattivi dell’uomo. Un giorno un viaggiatore scala una montagna vicina. Sta fermo sulla vetta e ammira tutto ciò che sta sotto di lui. Il lago turchese, gli abeti eterni, gli stormi che volano dentro le nubi tagliate dall’arcobaleno. Il viaggiatore ride di quelle bellezze e dice: «È perfetto. È mio». E la parola si gonfia, rumoreggia come un tuono nelle valli, coi campi di primule e malva. Gli animali escono dalle tane e si chiedono che cosa significhi. Mio. Mio. Mio.”.
È un racconto che mons. Monari, vescovo di Brescia, ha inserito nel suo L’amore, la guerra e altre cose degli uomini che importano a Dio (Ed. Paoline, 2010), riprendendolo da un romanzo con cui l’afro americana Toni Morrison dà voce ad un’americana indigena che interpreta così il destino della sua gente.
Sono dunque “pensieri cattivi” quelli dell’uomo che carpisce la bellezza e vuole tenerla solo per sé e che non rinuncia alla violenza pur di affermare un suo diritto di proprietà. Eppure sono proprio questi pensieri che, introducendo in natura qualcosa di estraneo, hanno determinato lo sviluppo economico, con un processo lento fino al XVIII secolo e poi tumultuoso a partire dalla rivoluzione industriale. I surplus di ricchezza prodotti, reinvestiti in attività ulteriori hanno accelerato il processo. È il modello di “economia dualistica”, che determina le condizioni per differenti situazioni reddituali.
Il recente fenomeno della globalizzazione ha ampliato i traffici e ha accentuato le differenziazioni, creando le premesse per situazioni sociali difficili. Il processo si autoalimenta, sicché qualche intervento non può che essere estraneo all’economia. Mario Deaglio l’ha evidenziato sin dal 2004 (Postglobal, Ed. Laterza), avvertendo la necessità di regolamentare mercato e globalizzazione, perché finora ad un’economia globale non fa riscontro una capacità gestionale globale che miri più che a un’economia dei numeri, ad un’economia dal volto umano, con principi di giustizia sociale che assicurino dignità ad ogni essere.
Alla base delle stridenti differenziazioni c’è, naturalmente, l’egoismo, “peste della società” (Zibaldone); concetto che Leopardi completa: “e quanto (l’egoismo) è stato maggiore, tanto peggiore è stata la condizione della società”. Ecco, oggi siamo in questa fase, con l’arrivismo esasperato, l’esaltazione del solipsismo che punta all’io individuale (solus ipse), relegando a ruoli marginali i principi di giustizia sociale.
L’intervento su questo assetto potrebbe partire dal Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. È la “regola d’oro” del cristianesimo, che si ritrova anche nell’islamismo e nel confucianesimo e che si ricollega ad un’idea di uguaglianza insita in ogni ragionamento morale.


La filosofia morale
Vari filosofi del secolo scorso si sono cimentati sul tema. L’americano John Rawls (Una teoria della giustizia, 1971) distingue tra preferenze sociali (o morali) e individuali, espresse dai singoli. È normale che il ricco opti per uno Stato liberista che non si preoccupi troppo di equità; ci si domanda, però, se tale preferenza sia anche morale. Rawls ipotizza che gli individui si trovino in una “posizione originaria” da cui partire per decidere come organizzare al meglio la società, senza conoscere in anticipo (“velo di ignoranza”) quale sarà la loro collocazione, se finiranno cioè tra i ricchi o tra i poveri. In queste condizioni l’individuo rinuncerà a posizioni egoistiche, si metterà nei panni degli altri e opterà per una soluzione equa che miri a salvaguardare i beni primari (salute, libertà, reddito minimo, rispetto di sé), secondo “principi di giustizia” in base ai quali saranno distribuiti costi e    benefici della cooperazione sociale.
Il ragionamento morale sarà così esente da critiche di imparzialità e la giustizia distributiva si estrinsecherà nel principio del maximin, che aumenta i vantaggi per chi è svantaggiato. Così, chi nella posizione originaria dovesse capitare nella situazione sociale peggiore, sarà portato ad approvare norme in linea col principio del non fare agli altri....
La società “giusta” di Rawls (equa distribuzione dei beni primari), si presta alle osservazioni dell’israeliano Avishai Margalit, filosofo della politica, alfiere della società ”decente”. Riferendosi all’attuale convulsa fase storica di movimenti migratori di massa, osserva come la distribuzione di Rawls interessi solo i “membri certificati”, cioè i cittadini della società stessa, limitando i diritti degli altri che pure operano nello stesso contesto.
È poi rilevante la modalità di distribuzione, che deve avvenire senza umiliare i destinatari, classificandoli in categoria inferiore. La società giusta, in conclusione, è focalizzata su criteri distributivi, quella decente punta al valore della dignità umana.
Un approccio diverso è quello di Richard Hare, per il quale nel formulare un giudizio morale è necessario impegnarsi a ritenerlo valido per tutti e operare poi per verificarne la validità. È l’universalizzabilità, la possibilità, cioè, che tutti possano immedesimarsi, ponendosi nei panni dell’altro.
Un ulteriore tassello lo pone Emmanuel Lévinas che, per evitare appiattimento, antepone all’uguaglianza la fraternità, facendo diventare concreta l’idea di uguaglianza che altrimenti rischierebbe di passare per astratta.
E siamo così all’etica altruistica, che rivela l’inadeguatezza di un approccio egoistico, esaltando per converso l’empatia, come capacità di comprendere lo stato d’animo dell’altro. Ne parleremo.
Vito Procaccini    



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