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Granelli di storia umana

Scritto da antonietta pistone il 27/5/2016


Granelli di storia umana

La giovane città di La Maddalena, isoletta del mare di Sardegna, sorta soltanto nel 1767, nella sua breve vita annovera una vasta gamma di avvenimenti storici che l’hanno rivelata al mondo. Basti pensare a illustri personaggi che ad essa hanno legato il loro nome, come Horatio Nelson, Napoleone Bonaparte, Giuseppe Garibaldi e Benito Mussolini, tanto per citarne alcuni, certamente i più noti. Ma l’esistenza dell’uomo e la sua opera non devono essere testimoniate solo dalla storia con la esse maiuscola, quella cioè delle lotte tra i popoli, delle conquiste, delle scoperte, delle invenzioni…, ma anche dalla storia con la esse minuscola, quella degli umili, dei senza blasone che sono i più. Quest’ultima è costituita da tanti granelli di storia umana che concorrono ad arricchire il patrimonio culturale di ogni ambiente. Ma c’è il rischio che rimanga ingiustamente sconosciuta se non viene messo nero su bianco.        
         I proverbi, è risaputo, sono scaturiti dalla saggezza popolare. E’ sempre attuale uno dei tanti lasciatici dai nostri progenitori latini: “Verba volant, scripta manent”. Perciò, la narrazione scritta di certi avvenimenti è da preferire a quella orale perché nel tempo non subisce alterazioni, è al riparo dalla possibile condanna dell’oblio e quindi salva dalla “morte culturale” la memoria dei fatti accaduti. Occorre dire però che la narrazione orale, almeno come avveniva in tempi passati, aveva un suo fascino particolare. Si pensi, per esempio, quando attorno al camino acceso d’inverno i vecchi si ringalluzzivano raccontando certi aneddoti o qualche loro prodezza, mentre si rifacevano orgogliosamente le punte dei baffoni. Oggi questo fascino non l’ha più. I giovani sono troppo impegnati con le diavolerie dei mezzi telematici che la scienza moderna ha messo a loro disposizione.
         La poesia, che è l’arte di essenzializzare, spesso recinge avvenimenti di diversa levatura storico-culturale (vicende umane, parlata locale e altro ancora), a beneficio dei posteri. Ma anche la poesia ha perso il suo valore romantico del passato. Neanche i poeti oggi leggono poesie.
         Qui, comunque, si ha l’occasione di parlare di poesia. Lo spunto lo offre un libretto di 68 pagine con 101 poesie di Licia Acciaro-D’Oriano di La Maddalena. Alcune poesie scritte in lingua, le più in dialetto locale, che è un misto di parlata vernacolare e di gallurese, quest’ultima, molto vicina all’italiano.“Pensieri Dolci, Amari e… Demenziali”, questo è il titolo. Occorre una breve premessa prima di parlare dei “Pensieri” dell’autrice. Per circa venti anni, Licia, priva di un attimo di riposo, di tempo libero e di pace, ha condiviso la sofferenza del marito, il Prof. Mario D’Oriano, reso disabile e costretto a letto da un ictus cerebrale che dal 1979, a 55 anni, paralizzò tutta la parte sinistra del suo corpo. Era stato brillante giornalista e direttore didattico nella sede di Aggius (SS), avente giurisdizione su quattro comuni con 28 istituti da seguire. Ultimo incarico come direttore didattico fu alla Maddalena, dove    Mario cessò di vivere nel 1997, a 73 anni.
         Finite le sofferenze anche per Licia, nell’età della saggezza, si dedica alla poesia. In una carrellata di nostalgici ricordi, alcuni con slancio lirico, l’autrice ritorna al suo mondo lontano e rivive la carezza di un’atmosfera antica, sempre viva nel suo cuore. I versi sono senza costrizione di ritmo, di isosillabici e di rime; molti, con lo spunto o l’impianto di carattere piuttosto narrativo, si prestano allo svolgimento più ampio.                     La donna rivive così i giorni felici vissuti con suo marito in gioventù, nel pieno del vigore, sempre intensamente innamorati della loro isola e della sua natura. Ma ora, Licia dice a se stessa “T’arzi a quattr’ori” (Ti alzi alle quattro) e, nell’osservare il merlo che chioccola e saltella di ramo in ramo cercando la compagna, riaffiora nei suoi pensieri la condizione di vedovanza, e alludendo al verso del merlo, ancora si dice “un cantu che fa scurrì / pure a te u sangui ‘ndè veni” (un canto che fa scorrere / pure a te il sangue nelle vene). Ma lei, comunque, è una donna forte, ha animo per tirare avanti con vigore. Si applica nella poesia per esaltare il meraviglioso mondo della natura che la circonda, e dice “Sogu calata abbassu. / Vùliu senti l’adori d’i pini / che veni da Caprera / e quiddu che sa di patecca / da bassa marina. (Sono scesa giù. / Voglio sentire l’odore dei pini / che viene da Caprera / e quello che sa di meloni / di bassa marina.)” Le tornano in mente anche i profumi campestri e quelli densi dello scavvicciu (elicriso) lungo le spiagge e le calette.
     Nella casa di Licia, molta parte ha avuto la finestra aperta, attraverso la quale il marito, nella sua solitudine, dal letto poteva godere la visione    dell’elegante volo dei gabbiani, il passaggio delle nuvole e conversare a suo modo con l’urlo del maestrale che gli riproponeva la voce del padre pescatore. Ora, “pusata subra a scrivania” (seduta sulla scrivania) per “vidì monda cielu”, (vedere molto cielo) a Licia pare ancora di percepire il fantasticare del marito a quelle rilassanti visioni; poi, rimane a fissare la volta celeste, “…aspittendi i primi rondini” (…aspettando le prime rondini). S’incanta ad osservare i fenomeni atmosferici, così “i pensieri pesanti / se li porta via il vento”.    
         L’espressione “Cummi i vecchi isulani, / dicini dui paroli / che parini una sentenza”(Come i vecchi isolani, / dicono due parole / che sembrano una sentenza)    è una espressione di buona intensità poetica.”
         In questa corposa raccolta di poesie, v’è tutto un mondo di ricordi soffusi da una profonda intimità e da una velata malinconia che commuove.                                                                                                                                                                            

                                                                                                                                                                                                         Giovanni Presutti
L.M., maggio 2016    


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