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I FATTI E LE IDEE

Scritto da redazione il 23/10/2011


I FATTI E LE IDEE

Qualche riflessione in tempi di crisi

Proprio nei tempi difficili occorre riconsiderare il senso del nostro operare quotidiano
Viviamo tempi difficili. La premessa sarebbe banale se non aggiungessimo qualche considerazione supplementare, legata alla particolarità del tempo che stiamo attraversando. Non si tratta del normale fluire a cui eravamo avvezzi ed in cui il nuovo si innestava nel vecchio senza stravolgerlo. Oggi siamo incalzati dal succedersi frenetico delle novità che mettono spesso in discussione l’impianto di base delle conoscenze e sottopongono a severa verifica la nostra elasticità mentale, la nostra capacità di astrazione e di sintesi.
In queste condizioni viene a mancare qualsiasi riferimento rispetto al quale misurare il nuovo, per verificare quanta parte dell’innovazione che viene proposta (o imposta?) debba essere criticata e respinta e quanta parte possa essere recepita, modificando conseguentemente la nostra visione della vita. Ecco perché si può parlare, senza tema di esagerare, di passaggio epocale.
Le soluzioni estreme sono chiaramente le più comode. È facile rifiutare in toto il nuovo per rifugiarsi in un proprio angolo senza tempo, accettando così i rischi dell’emarginazione dal consesso sociale. È comodo anche accettare supinamente tutto ciò che arriva, piegandosi come un giunco nella direzione in cui soffia il vento dominante.
Ma optare per le soluzioni antitetiche comporta che l’uomo rinunci alla sua essenza di essere raziocinante, rinunci a separare il loglio dal grano, l’apparente dall’effettivo, il contingente dal duraturo. Occorre dunque provare a capire il nostro tempo, anche se la logica con cui si muove può essere diversa da quella che abbiamo finora sperimentato.
L’esaltazione del quotidiano
Ma come orientarsi nella babele informativa e disinformativa da cui siamo bombardati?
Il tempo presente è segnato da quella che viene definita l’idolatria dell’economia, da cui scaturisce il corollario del pragmatismo, l’ansia del fare, del muoversi per ottenere rapidamente risultati verificabili. Su questa linea un supporto fondamentale è dato dalla scienza e dalla tecnica, le cui conquiste affascinano per la loro ricaduta nel reale.
Eccoci allora chini sul quotidiano, annaspare sul presente per trarne la massima utilità possibile, qui ed ora; eccoci inseguire con ansia spasmodica l’andamento del p.i.l., perché in questo acronimo    è custodito il segreto della nostra felicità. L’aggressione selvaggia della terra in concorrenza spietata con altri popoli per accaparrarsene le risorse, si innesta in questa esigenza di massimizzazione della produzione, a nulla rilevando che quelle risorse non sono inesauribili e trascurando ogni considerazione su una più equa distribuzione della ricchezza.
Non si vuole qui evocare un fantomatico mondo arcadico-pastorale, ma basterebbe richiamarsi alla Bibbia per ritrovare per l’uomo non un ruolo di proprietario indiscusso della terra, ma di semplice amministratore che gestisce senza distruggere, lungimirante perché pensa anche al futuro. L’odierna ossessione del contingente ci fa invece pensare piuttosto ad un curatore fallimentare, impegnato a realizzare il massimo e rapidamente.
Cosa vuol dire allora questa esaltazione del presente?
Erri De Luca ci spiega che “Per l’animale è evidente. Non ha nessuna prospettiva, nessuna immaginazione di futuro. È tutto il passato da cui proviene e l’esperienza d’istinto che la specie gli ha trasmesso. Per forza è concentrato sul presente: è un acrobata, un atleta del presente” (Il peso della farfalla, Feltrinelli 2009). Ma come la mettiamo per l’uomo? Può accontentarsi di vegetare o di agitarsi solo per sopravvivere, o è chiamato ad un passo ulteriore?
Ernest Bloch parla dell’uomo come “un compito da realizzare, un immenso serbatoio di avvenire” (Il principio speranza). Non possiamo allora limitarci ai fatti, perché il culto del fatto cristallizza l’esistente. Abbiamo bisogno anche delle idee, oggetto platonico di una visione o intuizione intellettuale di cui l’uomo è capace perché depositario di una sua potenzialità tipica, il discernimento.
Il pragmatismo senza idee non solo è sterile, ma è irrazionale e, in quanto tale, non si addice all’uomo. Sarebbe come confondere la giustizia con il farsi giustizia, adattare la realtà alle proprie esigenze immediate, soffocando l’anelito alla ulteriore dimensione a cui siamo chiamati.
Non per caso nella tradizione filosofica indiana viene distinta la giustizia come ideale da perseguire e realizzare comunque, dalla giustizia che considera simultaneamente sia l’azione che le sue conseguenze. E non a caso nella civiltà greca l’espressione “tempo” si declinava in krönos nella sua accezione alla quotidianità, al tempo degli uomini, e in kairós, in qualcosa che trascendendo la storia terrena, diventava evento superiore, tempo    di Dio.
Volendo prescindere dalla considerazione dell’uomo e della sua essenza, registriamo che qualcosa si muove anche nel campo del management. Charles Handy, esperto del ramo, in un testo di qualche anno fa, L’epoca del paradosso. Dare un senso al futuro, rielabora il concetto di fattore di ricchezza. Ai tre elementi – terra, lavoro e capitale – considerati fondamentali ed esclusivi nell’economia classica, aggiunge l’intelligenza. Non è innovazione da poco, ove si consideri l’immaterialità dell’intelligenza, a contrasto con gli altri elementi che sono invece perfettamente materiali, negoziabili e trasferibili anche in eredità.
Nell’economia odierna e in quella del futuro assume un ruolo importante un fattore immateriale e se ne avvantaggiano quegli Stati che sanno investire in conoscenza e ricerca. Sarebbe il caso di meditare sulle condizioni dell’Italia su queste tematiche…
*    *    *
Non vogliamo, in conclusione, esaltare esclusivamente l’idea, anche se l’idealismo platonico sosteneva che la vera realtà consiste nelle idee, mentre quella delle cose materiali, in quanto mutevole, sarebbe soltanto apparente.
Ci preme solo evidenziare come, all’opposto, la situazione odierna, impegni l’uomo ad assicurarsi soltanto il concreto dell’oggi, privandolo della sua componente “profetica”, proiettata verso il futuro. Leonardo da Vinci sosteneva, a ragione, che “quelli che si innamorano di pratica sanza scienzia sono come il nocchier ch’entra in naviglio sanza timone e bussola, che mai ha certezza dove si vada”.
Riappropriarsi del valore delle idee significa dunque scegliere il proprio destino e orientare conseguentemente il senso di marcia, realizzando così la necessaria armonia tra fatti e idee. Per riuscirci bisogna che recuperiamo la posizione eretta di esseri pensanti, perché solo così possiamo scorgere l’orizzonte che ci è negato stando proni sul quotidiano; solo così potremo impedire che il ciclone dei fatti in cui siamo impastati imprigioni lo slancio di futuro che è insito nelle idee.
Vito Procaccini


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