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I giovani e le ideologie totalitarie

Scritto da redazione il 21/1/2012


I giovani e le ideologie totalitarie

Riceviamo e pubblichiamo con piacere questo saggio educativo illuminante del Dottor Mario Melino, Dirigente tecnico U.S.R. per la Puglia, sul rapporto tra i giovani e le ideologie totalitarie.

1. – Le organizzazioni giovanili
L’adolescenza è legata alla nascita della scuola secondaria d’élite. Il motto: «i ragazzi saranno ragazzi» è, insieme, un programma pedagogico e un progetto politico-sociale della classe dominante.
La distanza che separa gli “adolescenti” dei ceti borghesi dai ragazzi delle classi deprivate è cresciuta. Il differenziale economico e il potere di controllo sulle opportunità culturali e sociali (la scuola, le professioni, la partecipazione politica …) assicurano alla classe dirigente la conservazione dello status.
Nonostante l’introduzione dell’obbligo scolastico, nel corso dell’Ottocento, è ancora diffusa la convinzione che l’istruzione delle classi popolari rappresenti un “pericolo”, sia per il potenziale sovversivo che questa può implicare, e sia per più prosaiche argomentazioni come quella del vescovo Samuel Wilberforce (1850) preoccupato dal fatto che «nessuno saprebbe più seguire l’aratro, e noi non avremmo nulla da mangiare» . La filosofia del “minimo d’istruzione”, consentita alle classi popolari, è presente in tutti i paesi europei e anche in Italia ha le sue versioni. Un periodico dello Stato Pontificio dal titolo eloquente: «Il vero amico del popolo» (n. 49 del 1853) scrive:

«Se anche si diffondesse la coltura a minute proporzioni, avverrebbe sempre che il popolo perderebbe la primitiva ingenuità e semplicità, si allontanerebbe dalle tradizioni, non amerebbe più come prima la pressione dell’autorità; l’insegnare a leggere e a scrivere al popolo è cosa di poca utilità, e che può portare funesti effetti» .

Ancora nel 1894, il ministro Baccelli accompagna i Programmi della scuola elementare, scrivendo: «istruire quanto basta, educare più che si può».
Nel corso del XIX secolo cambiano i riferimenti culturali della formazione dei giovani. La religione, la retorica e il formalismo dei classici cedono il passo ai saperi più strutturati della società industriale, mentre emerge una nuova visione della corporeità.
Aristide Gabelli, sul finire della sua non lunga vita, si abbandona alla nostalgica rievocazione della sua adolescenza prequarantottesca. Rivede tutta l’atmosfera morale della sua vecchia scuola classica e che confronta, non senza amarezza, con il quadro deludente della scuola secondaria che ha davanti a sé. Si rivede nella frequentazione quotidiana dei classici latini e greci, tradotti e mandati a memoria, immerso in un “mondo poetico” carico dei suoni e delle immagini che alimentano gli affetti e la fantasia:

«Poiché le lezioni non erano molte, restava un po’ di tempo per leggere e pensare da sé. Ai sentimenti di libertà, di patria, di generoso sacrificio, che ispiravano dai classici, si dava sfogo in componimenti di soggetto per lo più eroico e retorico, che si facevano una volta o due volte la settimana e i migliori leggevano in classe, in mezzo al silenzio dei compagni, il premio più ambito. Non si saranno acquistate molte cognizioni; anzi addirittura se ne acquistavano poche (…) Ma infine si adoperava bene o male la propria testa, si prendeva amore al bello, si formava il cuore ed era pur qualche cosa» .

L’adolescenza che ricorda Gabelli sembra stilizzarsi nell’immagine venerata dai decadenti fin de siècle che, nelle virtù della giovinezza, leggono i segni di un destino esteticamente glorioso. Il modello di quest’idea è Arthur Rimbaud, vera sintesi umana di poesia e gioventù e la cui stagione creativa, non a caso, si consuma tutta tra i sedici e i diciannove anni. Questa, tuttavia, è solo una immagine, altre si delineano all’orizzonte in un’epoca, la cui crescente complessità, pluralizza le metafore e i miti della gioventù.

Verso la fine dell’Ottocento, la salute e l’esuberanza fisica acquistano valenza pedagogica e sono esaltate come valori morali. L’immagine che meglio interpreta l’adolescente è il Sigfrido di Wagner, nella sua peculiare alchimia di purezza, forza fisica e istinto naturale. Il mito della corporeità aveva avuto il suo battesimo nella trasparenza della riscoperta classicità del Winckelmann che, nella sua Storia dell’arte antica (1774), esaltava la serena armonia delle statue greche, flessuose, plastiche, colte nel dinamismo della possente muscolatura. Simboli di giovinezza e di una virilità che il marmoreo biancore spogliava di qualunque allusione alla sessualità e alla degradante passione.
La perfezione del corpo, nel trapasso tra Otto e Novecento, riassume la giovinezza, la virilità e lo spirito della nazione.
L’estensione dell’istruzione secondaria comporta la crescita delle attività extrascolastiche. Si diffondono le organizzazioni dedicate specificamente al tempo libero degli adolescenti. Tra le prime, decolla in Inghilterra lo scoutismo.
R. Baden Powell, pluridecorato ufficiale britannico, crea gli scout durante la campagna contro i boeri. Si tratta di un corpo di esploratori costituito da ragazzi del posto con il ruolo di portaordini, tamburini, vedette, aiutanti con vari compiti … Per quanto inquadrati militarmente, le regole sono meno dure degli adulti. Dopo i successi militari, Baden Powell si preoccupa di adattare la sua intuizione ad un contesto civile e di pace.
Tornato in patria, alla fama di eroe, aggiunge quella per l’idea del coinvolgimento degli adolescenti in una pratica di esercizio fisico, naturalistico, sociale con una grande valenza formativa. Il momento è particolarmente propizio. La Gran Bretagna del primo Novecento si lascia alle spalle l’età vittoriana; i giovani cercano modelli di vita meno repressivi e conformisti in un habitat che non abbia più per sfondo le “fumose ciminiere” che, se pur avevano fatto grande il paese, ne avevano soffocato e ingrigito lo stesso spirito. Di lì a poco (1908), apre un campeggio permanente per scout e affina meglio le regole che, via via, demilitarizzano sempre più l’organizzazione e le conferiscono alti obiettivi umanitari. Questa, altresì, si articola per accogliere tutte le età (i “lupetti” da 8 a 11 anni; gli scout, e i rover dai diciotto in poi) e fare posto – finalmente – anche all’altro sesso (guiding girls). L’ideale educativo – attraverso una vita sana a contatto con la natura – vuole formare, secondo le stesse parole di Baden Powell, persone «capaci di sentirsi a proprio agio in un salotto e indispensabili in un naufragio». La religione riveste un ruolo fondamentale accanto ai principi umanitari .

Nel 1901 gli studenti di un sobborgo di Berlino (Steglitz) danno vita ad un’associazione che, ben presto, si trasforma in un vasto movimento: il Wandervögel (l’uccello migratore) . Sono tutti giovani d’età compresa tra i quattordici e i diciotto anni. Inizialmente si tratta della scoperta della natura, del piacere di una pratica di vita che consente ai giovani di fare gite in campagna senza la vigilanza dei genitori, all’insegna del divertimento e dell’avventura. Il movimento ha qualcosa di rivoluzionario e di nuovo: manca la tutela degli adulti. La parola d’ordine è «i giovani con i giovani» . Ben presto, tuttavia, il movimento assume un taglio politicamente più consapevole e la stessa esaltazione della corporeità diventa un’arma critica contro l’ipocrisia moralistica dei padri e le convenzioni sociali che avevano ricoperto la nudità sotto il velo della vergogna.
È un risveglio dei giovani che scoprono un più pacato ribellismo contro i padri. Le armi della rivolta non sono più quelle affilate alla fucina della classicità e dei lumi della ragione dei rivoluzionari del 1789, ma traggono la loro forza di penetrazione da un ideale di “riforma della vita” che si rigenera nella natura, nel sole, nella luce, nella salubrità di un’alimentazione vegetariana e senza alcool e riprogettando il tessuto urbano in una città giardino. È una reazione tardo romantica al modello di società industriale che i padri borghesi hanno costruito e alla scuola autoritaria che li soffoca in tutte le più spontanee espressioni. Più che ribellismo, è un conflitto tra generazioni. I giovani non considerano i loro padri una classe dominante nemica. Reagiscono ad un modello di vita e alle norme sociali da cui si sentono oppressi. È una contestazione antiborghese fatta da borghesi.
I Wandervögel sono impegnati a far propri ideali intellettuali, culturali, artistici, sociali e politici decisamente contrapposti a quelli dei padri. Questo «potenziale esplosivo (…) non poteva non costituire un allettante richiamo, un terreno di sfruttamento sia per la sinistra che per la destra» . In verità, le stesse scelte culturali fatte dal Movimento dei giovani portano verso il fatale epilogo della cattura politica. La tradizione, l’idea della fedeltà al Volk, la religione, l’eroismo, lo studio della natura germanica, l’enfatizzazione delle qualità estetiche dell’uomo nordico … occupano un ruolo centrale negli interessi dei Wandervögel e li dispongono favorevolmente ai valori nazional-patriottici.
Nel tentativo di sfuggire al modernismo, alle costrizioni della scuola e della famiglia, all’autoritarismo dei costumi, dei pregiudizi e dell’ipocrisia borghesi, si rifugiano in un vago romanticismo, i cui punti di forza, legati al suolo natio, alla vitalità primitiva e alla coscienza del passato tedesco, diventano esche e condizioni propedeutiche della conversione politica.
Il movimento dei Wandervögel raggiunge il suo culmine nel 1913 con il primo grande raduno sul monte Meissner della Sassonia. È proprio in questa circostanza che, tra le celebrazioni dei miti della natura e del corpo, spuntano già i primi toni nazionalistici. Quello stesso anno Hans Breuer, il capo riconosciuto dei Wandervögel nel periodo che precede il conflitto mondiale, pubblica un articolo, rimasto celebre, che rappresenta il tentativo espresso di ricondurre il Movimento dei giovani entro un più consapevole quadro ideologico. Breuer scrive che è l’unica forza per risanare la Germania, lenire le cicatrici prodotte dall’era della scienza e della ragione e rilanciare una cultura fondata sui principi del germanesimo. Sempre nel 1913, ad una ragazza ebrea è negata l’iscrizione alla sezione femminile dei Wandervögel. Non è il primo caso, ma serve a far scoppiare il problema e ad indurre il Movimento a prendere posizione. Molte le idee e le soluzioni espresse nel confronto interno tra le diverse correnti, ma solo pochi gruppi si pronunciano per il pieno rispetto dei diritti degli ebrei. Da questo dibattito, i Wandervögel escono ancora più solidali nel raccogliersi intorno al senso di appartenenza al Volk.
Il Movimento sta imboccando la via politica e, quanto più cresce la politicizzazione, più aumenta il controllo e la tutela degli adulti. A partire dal 1918 tutti i partiti costituiscono i propri movimenti giovanili.
Mentre le organizzazioni giovanili perdono gradualmente la loro spontaneità e finiscono sotto il controllo politico, le immagini della gioventù si adeguano progressivamente alle ideologie emergenti.
L’idea della giovinezza divulgata dalla cultura decadente, un destino appassionatamente cercato, cede via via ad un’immagine dai connotati sempre più “selvaggi”, ricca d’intonazioni nietzscheane e stirneriane, dai toni sempre più individualistici e vigorosamente inclini ad un arditismo nazionalistico e militaresco. Già nel 1903, il «Leonardo» di Papini, nel primo numero, si presenta come la rivista di “giovani” «pagani e individualisti, amanti della bellezza e dell’intelligenza, adoratori della profonda natura e della vita piena, nemici di ogni forma di pecorismo nazareno e di servitù plebea». Il primo manifesto futurista del 1909 rincara la dose con ulteriori accenti di glorificazione della guerra – «sola igiene del mondo» – e, via via, tutto il repertorio di sprezzo del pericolo, d’insonnia febbrile, di pugni minacciosi e aggressività travolgente. Un’immagine, questa, che sembra trovare compimento e perfezione nella metafora del “legionario” e il suo cantore, ovviamente, è D’Annunzio. All’indomani dell’impresa di Fiume scrive:

«Il Legionario non può dirsi compiuto se non sia esperto nel correre; nello spiccare salti; nello scagliar pietre; nel levare pesi; nel fare a pugni; nel lottare; nel remare; nel nuotare; nel cavalcare qualunque cavalcatura; nel montare su qualunque albero o trave; nel superare muri e cancelli; nell’inerpicarsi fino a una finestra, a una gronda, a un tetto, a un fumaiolo; nel gettarsi giù dall’altezza più disperata; nello spalancare una porta con un colpo di spalla; nell’intraprendere con le mani e coi piedi la più ripida delle rocce; nel salire e nel calarsi per una fune; nel passare attraverso le fiamme salvo; nell’assottigliarsi per passare attraverso spiragli e fenditure; nel raggomitolarsi per restar dentro al più stretto nascondiglio in agguato; nel fischiar forte e nel variare il fischio per segnalarli; nell’imitare le voci degli uomini e delle bestie; nel cantare; nel suonare; nel ballare» .

Solo Hollywood saprà fare meglio con “Rambo”, altrettanto paradossale fino al limite della comicità.
La gioventù sta entrando nel circuito della politica e non solo come una metafora. Dalle colonne del «Popolo d’Italia», prima di D’Annunzio, Benito Mussolini ha scritto dell’aristocrazia della trincea:

«La trincerocrazia è l’aristocrazia della trincea. È l’aristocrazia di domani. È l’aristocrazia in funzione. Viene dal profondo. I suoi “quarti di nobiltà” hanno un bel colore di sangue. Nel suo blasone ci può essere dipinto un “cavallo di Frisia”, una fossa di trincea, una bomba a mano (…) C’è una nuova aristocrazia in vista. I miopi e gli idioti non la vedono. Eppure questa aristocrazia muove già i primi passi. Rivendica già la sua parte di mondo (…) L’Italia va verso due grossi partiti: quelli che hanno combattuto e quelli che non hanno combattuto; quelli che hanno lavorato e i parassiti» .

L’Europa risuona ormai d’echi primordiali; Ernst Jünger teorizza l’homo bellicus, che fa della guerra un’esperienza formativa, una grande scuola di coraggio, adatta a preparare uomini nuovi per una nuova era. Al protagonista di Tuono d’acciaio (1919) fa dire: «L’irresistibile voglia di uccidere mi diede le ali. La rabbia faceva stillare lacrime amare dai miei occhi – solo l’incanto dell’istinto primitivo restava» .
I giovani che hanno combattuto nelle trincee della Grande guerra si sentono animati da un irrefrenabile desiderio d’azione. Da un capo all’altro dell’Occidente, l’attivismo è una forza in movimento e aggrega giovani e meno giovani in un impeto rivoluzionario sempre più vicino al radicalismo di destra.
La giovinezza si è fatta ideologia essa stessa, non è più una caratteristica riconosciuta agli individui, è diventata una qualità collettiva, anzi, etnica. Arthur Moeller van den Bruck parla di «Popoli giovani» (1919) per rivendicare il primato della Germania nei confronti dell’Occidente. Il nazionalsocialismo considera se stesso «volontà giovanile organizzata» e, come aveva già fatto Mussolini, anche Hitler si affida ai giovani: «Anzitutto ci rivolgiamo al formidabile esercito della nostra gioventù tedesca. Essa matura in una grande epoca, e si batterà contro i mali dovuti alla pigrizia e all’indifferenza dei suoi padri». I giovani, ovviamente, vanno formati: «lo Stato nazionale non ha il compito di educare una colonia di esteti pacifisti e di degenerati: esso non ravvisa l’ideale umano in onesti piccoli borghesi o in vecchie virtuose zitelle ma nell’audace personificazione della forza civile e in donne capaci di mettere al mondo uomini …» .
La gioventù, ridotta a strumento del potere, affida la descrizione dei suoi tratti alla propaganda nazionalista. Essa è tutto un vivere pericolosamente, infiammata da una sola idea, votata alla violenza, all’eroismo e al sacrificio. Un simile giovane occorre proprio fabbricarlo. Le ideologie totalitarie, con arroganza smisurata, hanno provato a farlo. In Italia e Germania nasce la scuola dei barbari ; l’aggressione si fa cultura, la guerra è la nuova didattica.

2. – La fabbrica dell’uomo nuovo
Nel fascismo e nel nazismo la giovinezza trova la sua più enfatica declamazione. La sua carica simbolica si riveste della retorica e del prosaico fraseggio del regime, mentre le sue naturali virtù sono coniugate negli slogan aggressivi e guerreschi.

2.1. – Il fascismo
Il 18 dicembre del 1920 esce il primo numero di «Giovinezza», diretto da Luigi Freddi. L’articolo preparato da Mussolini ha per titolo «Com’è bella giovinezza».
L’inno fascista rappresenta la celebrazione ufficiale di questa età della vita elevata a valore espressivo totalizzante dello spirito del regime . La nozione è ricondotta alla sua astrazione: «la nostra giovinezza è un simbolo che domina svincolato dallo spazio e dal tempo: esso riassume l’amore e la bellezza, la forza e il canto» . Non è un dato cronologico, è un sistema di valori: civili, morali ed estetici. Il “vile” non potrà mai essere giovane, «secondo una significativa intuizione del Duce», la giovinezza implica «un’anima di eroe» . Ne consegue, così, l’identificazione tra il simbolo della gioventù e l’idea del fascismo: «Il Fascismo è giovinezza, quindi bellezza, ardore, armonia» . L’italiano di Mussolini è giovane, bello, sicuro, con lo ”sguardo diritto”: «Voi lo ravvisate a centro metri di distanza, ben piantato nella sua divisa tutta nera» .
L’idea si fa immagine e questa, a sua volta, diventa il veicolo preferito della propaganda che esalta la perfezione fisica del giovane efebo, colta ora sotto le pieghe della greve divisa nera, ora in una marmorea, classicheggiante nudità. È lo sforzo deliberato di far balenare, dietro quelle figure statuarie, l’imponenza del David di Michelangelo.
In verità, la giovinezza fotografata, dipinta e scolpita in mille plastiche posizioni vuole perseguire l’obiettivo principale di accreditare e legittimare un’idea socialmente accattivante di fascismo. Al potere delle immagini, nei primi anni venti, si affida il compito «di rimuovere ogni traccia d’un passato di violenza non facilmente gestibile. Pur rivendicando costantemente il grande mito delle origini (la rivoluzione ed il fascismo puro e duro del Diciannove) scompare nella rappresentazione figurale ogni impresentabile traccia di violenza» .
L’immagine della giovinezza è uno strumento celebrativo dell’epopea fascista che si affianca alla retorica dell’architettura degli edifici pubblici che, nei volumi ridondanti e nelle aspre geometrie, assicurano l’imponenza e la visibilità continua del messaggio fascista. «L’Italia fra le due guerre è il gigantesco spazio scenico di una grande e coinvolgente recitazione collettiva (…). Ci sono visibilità e l’ebbrezza della chiamata in scena per tutti» .
La centralità della gioventù si collega al progetto dell’«italiano nuovo», ossia, un soggetto capace di trasformare il fascismo in un «modo di vita». Il modello evocato per tale progetto ha perfino un nome e un volto: Francesco De Pinedo,    preclaro esempio vivente di tutte le virtù esaltate dai futuristi e dai fascisti: coraggio, ardore, rischio, ripudio del «panciafichismo», disciplina, rispetto per l’autorità.
La costruzione politica del nuovo cittadino fascista, da collocare idealmente accanto alla grandezza degli «italiani della Rinascenza e gli italiani della latinità», tocca i vertici del delirio:

«A volte mi sorride l’idea – scrive Mussolini – delle generazioni di laboratorio, di creare cioè la classe dei guerrieri, che è sempre pronta a morire; la classe degli inventori, che persegue il segreto del mistero; la classe dei giudici; la classe dei grandi capitani di industria, dei grandi esploratori. Ed è attraverso questa selezione metodica che si creano le grandi categorie, le quali a loro volta creano gli imperi» .

I laboratori per la costruzione dell’italiano nuovo diventano la scuola e le organizzazioni giovanili. Si tratta di un sistema totalizzante di politica pedagogica. Dalla scuola Mussolini pretende:

«Il governo esige che la scuola si ispiri alle idealità del fascismo, esige che la scuola non sia non dico ostile, ma nemmeno estranea al fascismo, agnostica di fronte al fascismo; esige che la scuola in tutti i suoi gradi e in tutti i suoi insegnamenti educhi la gioventù italiana a comprendere il fascismo, a rinnovarsi nel fascismo ed a vivere il clima storico creato dalla rivoluzione fascista» .

La scuola diventa uno strumento di legittimazione del sistema di potere fascista e, più che l’istruzione e una salda cultura, conta la formazione del carattere:

«La scuola italiana deve rappresentare l’antitesi di tutto quello che sono le tare del carattere italiano: cioè semplicismo, la faciloneria, il credere che tutto andrà bene. (…) Non è necessario imbibire i cervelli con l’erudizione passata e presente. È necessario, invece, che la scuola educhi il carattere degli italiani .

Alle organizzazioni giovanili, invece, Mussolini affida la cura del fisico e la formazione militare, secondo lo slogan, da lui stesso coniato, «libro e moschetto, fascista perfetto». Tra il 1926 e il 1936 si crea un sistema d’ordinato inquadramento di tutte le età della vita nella logica del regime: dai 6 agli 8 anni, Figli della Lupa; 8 – 14 anni, Balilla ; 14 – 18 anni, Avanguardisti o Giovani italiane; 18 – 21 anni, Fasci giovanili di combattimento o, se studenti, nei Gruppi Universitari Fascisti (GUF); dopo questa scuola politica parallela si accede direttamente al Partito fascista (PNF). Si tratta di una geometrica pianificazione dell’indottrinamento delle nuove generazioni. In questo progetto pedagogico la famiglia e la scuola sono entità secondarie rispetto agli interessi del partito. Se lo scopo formativo è la Weltanschauung nazionalfascista, sono più efficaci le agenzie esterne politicamente governate.

2.2. – Il nazismo
Il nazismo, rispetto ai giovani, segue le tracce del fascismo … e va oltre. La retorica, l’enfasi, la simbolizzazione della gioventù e la contemporanea strumentalizzazione degli adolescenti e dei giovani sono portate all’estremo.
Nel 1927 il capo dell’organizzazione del partito nazista, Gregor Strasser, lancia lo slogan: «Fatevi in là, vecchi!»; il capo della gioventù del Reich (1934, Baldur von Schirach), fa eco ripetendo: «Toglietevi dai piedi, vecchi!», e aggiunge «Solo ciò che è estremamente giovane deve trovare posto nella nostra Germania». Ovviamente, anche per loro, la giovinezza è un atteggiamento e una metafora: «gli uomini interiormente vecchi sono la peste di un popolo sano», perché sono l’ostacolo alle nuove idee. Essere giovani, al contrario, è appartenere a questo “nuovo”, anzi, è sentirsi soldati di un’idea .
Questa metafora di giovinezza strappa i giovani al loro usuale e naturale impegno di confliggere, semplicemente, con la generazione dei padri e li getta nei flutti tumultuosi della politica, armati e pronti a difendere un’idea, quella che Hitler ha affermato essere la propria idea, posta al centro della storia del popolo tedesco: la purezza del sangue.
Il nazismo s’ispira al fascismo nel concepire le sue organizzazioni giovanili, ma si differenzia per il ruolo e la valenza che assegna al razzismo nella formazione dell’Uomo Nuovo. Il programma esposto in Mein Kampf non lascia dubbi:

«Il complessivo lavoro d’istruzione e d’educazione dello Stato etnico deve trovare il suo coronamento nell’infondere nel cuore e nel cervello della gioventù a lui affidata, lo spirito e il sentimento di razza. Nessun ragazzo, nessuna ragazza deve lasciare la scuola senza essere giunto a conoscere alla perfezione l’essenza e la necessità della purezza del sangue. Avremo così stabilito le condizioni della conservazione dei fondamenti razziali del nostro popolo e, grazie a ciò, assicurato lo sviluppo ulteriore della cultura» .

L’Uomo Nuovo, secondo Alfred Bäumler (1933), professore di filosofia e di pedagogia politica all’Università di Berlino, è un soldato politico. Formando questo soldato «non facciamo altro che realizzare la legge che governa la nostra essenza», ossia, la germanità, la purezza ariana.
Dal 1933 nelle scuole s’insegna «scienza razziale» e non si tratta, semplicemente, di una “nuova disciplina”: è il fondamento di tutto l’insegnamento. Thomas Mann ha espresso con queste parole la pianificazione didattica delle idee politiche fatta dal nazismo:

«Viene così alla luce tutta la fanatica accortezza, conseguenza, scrupolosità e completezza con le quali quest’idea viene messa all’opera nell’educazione ed applicata in modo decisivo ad ogni singola materia d’insegnamento, cosicché quest’ultima non abbia mai a trattare di sé e il senso della lezione non sia dato dal dischiudersi dei suoi contenuti volti ad acquisire cultura, sapere e stimolo umano, bensì soltanto dai suoi rapporti troppo spesso instaurati con la violenza, nell’idea fissa del    valore guerresco e della supremazia nazionale» .

Qualunque disciplina è strumentale rispetto all’obiettivo prioritario della differenza razziale, non fa eccezione nemmeno il calcolo aritmetico. Sui testi scolastici si leggono esercizi come questo:

«Gli ebrei in Germania sono di razza straniera. Nel 1933, il Reich tedesco contava 66.060.000 abitanti. Tra di loro vi erano 499.682 ebrei praticanti. Quale percentuale rappresentavano?

Nei libri è presente una “rubrica” dal titolo: «come possiamo imparare a riconoscere la razza di qualcuno»; è un invito al tirocinio e alla pratica della discriminazione. Nelle classi si tengono sedute dove gli alunni si misurano reciprocamente la scatola cranica, si esercitano a descrivere «l’espressione vile e subdola» dei loro compagni ebrei e a compararla con gli “splendidi” esemplari della razza ariana. Non mancano manifesti di propaganda, caricature, ritagli di riviste, perfino la pubblicità dei cosmetici … per addestrare gli allievi del Reich a riconoscere gli ebrei intorno a loro, a studiarne il portamento, l’andatura, i gesti, i gusti …
Non si tratta solo di insegnare e apprendere, occorre – in particolare – costruire il clima e l’ambiente della discriminazione. I bambini e gli adolescenti ebrei che frequentano la scuola sono le cavie di questa pratica “pedagogica” che ha lo scopo di formare il perfetto ariano. A loro si riservano crudeli umiliazioni: banchi separati, insulti, esclusione dalla distribuzione del latte e dalla ricreazione … fino a quando, il 15 novembre 1938, sono espulsi da tutte le scuole (questa misura, prima temporanea, diventa definitiva il 20 giugno 1942).
I soldati dell’Idea cominciano la loro lotta nei banchi di scuola. Il bambino tedesco fa il saluto: Heil Hitler da cinquanta a centocinquanta volte al giorno. Sullo scaffale della sua cameretta ha un busto del Führer, una copia in formato più ridotto di quelli che si vedono spiccare in tutti gli angoli delle scuole e degli uffici pubblici; si sente protetto da tale onnipresente figura che – gli è stato detto – «ama tanto i bambini» .
I piccoli soldatini dell’Idea marciano intonando una canzone che descrive come sarà la supremazia tedesca sulla terra:

«E il mondo intero giace in macerie
ridotto dalla battaglia in cumuli,
Noi ce ne infischiamo,
lo ricostruiamo.
Continueremo a marciare,
quando tutto cadrà a pezzi,
Perché oggi è nostra la Germania
e domani il mondo intero» .

Le organizzazioni giovanili (le Hitler Jugend) diventano il luogo del controllo totale: «Abbiamo intrapreso di educare questo popolo in modo nuovo, di dargli un’educazione che inizi con la giovinezza per non finire mai. (…) Nessuno deve poter dire che ci sarà per lui un momento in cui sarà lasciato a se stesso» .
Le Hitler Jugend, (Hj) che nel 1932 contano solo 108.000 membri, diventano 5.400.000 nel 1936. Una legge di questo stesso anno stabilisce che tutta la gioventù deve confluire nell’organizzazione per costituire la «Gioventù di Stato». Aver fatto parte delle Hj è un requisito per frequentare l’Università o accedere ad un pubblico impiego. I genitori, pena la prigione, hanno l’obbligo di segnalare alle autorità i figli che compiono i dieci anni d’età. Comincia così il tirocinio del futuro nazista. Ben presto giunge il giorno del giuramento sul «vessillo di sangue» e l’adolescente s’impegna al sacrificio per il «Salvatore del nostro paese, Adolf Hitler». Il Führer gli propone un modello che, oggi, susciterebbe un velo d’ilarità, se non avesse prodotto la tragedia che conosciamo:

«Il ragazzo tedesco dell’avvenire dev’essere pronto e abile, rapido come un levriero, resistente come il cuoio, duro come l’acciaio di Krupp. Affinché il nostro popolo non scompaia sotto i sintomi di disgregazione del nostro tempo, dobbiamo costruire un Uomo Nuovo» .

Dai quattordici ai diciotto anni i ragazzi entrano nelle Hj propriamente dette e, successivamente, accedono alle organizzazioni giovanili universitarie, o nel Fronte del Lavoro o nelle Sa e nelle SS. Anche le bambine hanno la loro iniziazione a dieci anni nelle Jungmädel (Jm, Giovani Vergini). Tra i diciassette e ventuno anni permangono nel Bund Deutscher Mädel (Bdm, Lega delle fanciulle tedesche).
I campeggi sulle montagne svolgono un ruolo fondamentale di formazione politica, tra rievocazioni di riti ancestrali, manovre militari e canti popolari, ma sono un’aberrazione della spontaneità e purezza naturalistica dei primi Wandervöghel. Ogni campo ha sull’ingresso lo stesso slogan: «Siamo nati per morire per la Germania».
Le ragazze del Bdm, pur con minore agonismo, svolgono le stesse attività dei maschi e, in più, apprendono la vitale funzione della “maternità” per “fabbricare” l’Uomo Nuovo. Il loro compito più alto è «dare un figlio al Führer». Il 28 ottobre 1935 è istituito il «matrimonio biologico» che raccomanda i rapporti sessuali al di fuori dei legami matrimoniali, tra ragazzi e ragazze uniti dalla sola volontà di contribuire alla conservazione della razza. Alcuni mesi dopo, più di mille ragazze tornano incinte dal congresso del partito tenuto a Norimberga nel settembre del 1936. Il Führer è diventato così un vero padre simbolico e anche l’Idea ha i suoi figli carnali. Questa nuova tipologia di madri cresce rapidamente. Nel 1937 un decreto del ministero degli interni riconosce loro il diritto di farsi chiamare «Signora» .


3. – La morte dell’io

I bambini lanciano sassi per gioco,
le rane muoiono per davvero.
E. Fried

Il nazismo e il fascismo hanno assegnato ruoli, modellato esistenze, determinato destini … hanno cancellato ogni traccia di spontaneità e oltraggiato quanto di più autentico e irripetibile potesse esprimere l’infanzia e la giovinezza in nome dell’obbedienza, dell’uniforme compattezza della massa, del conformismo ideologico. I giovani sono diventati l’ingranaggio principale della più grande macchina di violenza e sterminio che sia mai stata costruita. Com’è potuto accadere tutto ciò?
Hannah Arendt, più d’ogni altro pensatore del ‘900, ha esplorato le logiche del totalitarismo . L’allieva di Heidegger muove dal nazionalismo ottocentesco e dalla identificazione tra Stato e Nazione, anzi – per usare le sue parole – muove da «Quando la nazione si mangiò lo Stato».

«L’esito dell’identificazione, verificatasi nell’Ottocento, tra nazione e Stato, è duplice: mentre lo Stato in quanto istituzione legale dichiara di dover proteggere i diritti degli uomini, la sua identificazione con la nazione implicava l’identificazione dei cittadini come appartenenti alla nazione, dando luogo ad una confusione tra i diritti degli uomini, i diritti dei membri della nazione e i diritti nazionali. Per di più, nella misura in cui lo Stato è una “impresa di potere”, aggressiva e incline all’espansionismo, la nazione identificata con lo Stato ne acquisisce le qualità e proclama l’espansionismo un diritto nazionale, in quanto necessario al bene della nazione» .

Quest’identificazione porta alle forme totalitarie di nazionalismo, in cui tutte le istituzioni legali vengono interpretate come strumenti rispetto al “benessere” della nazione: non si tratta della “deificazione dello Stato”, come storici e critici hanno spesso sostenuto, è la nazione «ad aver usurpato il posto tradizionalmente occupato da Dio e dalla religione».
La conquista dello Stato da parte della nazione è una conseguenza dell’individualismo liberale del secolo XIX. Secondo questa concezione – osserva la Arendt – lo Stato governa su una società “atomizzata”, fatta di “singoli individui”, anzi, è chiamato a regolare e a proteggere proprio questa frantumazione. Lo stato moderno, tuttavia, è anche uno “stato forte”, centralizzatore, tendente a farsi burocratico e controllore. Ecco, così, configurata la grande contraddizione e il paradosso tardo ottocentesco, tra uno stato centralizzato e una società atomizzata (individualistica e liberale).
La distanza tra queste due entità va, in qualche modo, sanata, colmata. Il sentimento nazionale diventa, così, il solido ed efficace «collante» che stringe i legami tra gli individui e lo Stato Nazione: «Lo Stato conquistato dalla nazione divenne l’individualità suprema, davanti alla quale tutte le altre individualità dovevano chinare il capo». Questa personificazione dello Stato è la realizzazione del modello hegeliano, con la differenza che là dove Hegel aveva collocato lo Spirito, sono posti altri concetti, altri universali: l’anima della razza, lo spirito dei popoli … Questa immersione nella realtà di un principio assoluto (sotto forma di movimento storico) conferisce ai totalitarismi un diritto di priorità sulla coscienza individuale. «Contro questa apparente realtà del generale e dell’universale, la realtà particolare del singolo individuo appare, veramente, come una quantité négligeable, sommersa com’è dalla corrente della vita pubblica che, essendo organizzata come movimento, rappresenta l’universo stesso». Questa, per H. Arendt, è la “meccanica” che ha consentito la costruzione dello Stato autoritario.
Lo Stato, al contrario, non è la nazione; è il supremo difensore di una legge che garantisce all’uomo i suoi diritti di uomo, i diritti di cittadino e i sui diritti di membro di una nazione.

«Di questi diritti, soltanto quelli dell’uomo e del cittadino sono primari, mentre i diritti della nazionalità sono derivati e implicati dai primi due. (…) dopo tutto, infatti, “essere francesi, spagnoli o inglesi non può essere uno strumento per diventare uomini, ma è un modo di essere uomini”».

Dietro l’ascesa del nazionalismo, tuttavia, vi sono numerose ragioni psicologiche e culturali.
Se è vero che i nazionalismi e i conseguenti totalitarismi operano la sistematica distruzione dell’io e rappresentano il progetto ben riuscito di «privare l’uomo di ogni controllo sul proprio destino» , al solo fine di dare anima alle masse – è anche vero che uomini e donne di ogni ceto o ambiente culturale «si sono serviti del nazionalismo allo scopo di dare un senso alle proprie vite» . A partire dalla fine dell’Ottocento – scrive G.L. Mosse – la società soffre segni di crisi sotto l’effetto dell’industrializzazione incalzante e dell’urbanesimo invadente:

«Fu un’epoca agitata, come constatarono i contemporanei, che minacciò di cancellare le distinzioni tradizionali tra normale e anormale, tra ciò che è permesso e ciò che è proibito, un momento in cui fu rimesso in discussione tutto ciò che era ritenuto sacro e privato. Il nazionalismo promise di ristabilire l’ordine e il rispetto per i valori immutabili, nonché di mantenere distinzioni nette fra ciò che è accettato e ciò che è inaccettabile, stabilendo cioè linee di condotta su cui uomini e donne potessero modellare la loro esistenza per sottrarsi alla confusione» .

Il nazionalismo prende l’individuo per mano fin dalla più tenera età, gli costruisce una memoria storica, gli dà un passato, lo rende forte e consapevole delle sue radici, lo circonda di simboli e miti preindustriali e antiurbani (pur facendo politiche opposte), gli fornisce una protezione tribale. Dà un passato a chi ha paura del presente, certezze a chi è assalito dall’ansia del nuovo, forza a chi è afflitto dall’impotenza, stabilità a chi teme lo scorrere troppo veloce del tempo; si prende cura perfino delle emozioni e del desiderio di romanticismo dei giovani e canalizza queste “forze irrazionali” nei confini di un’esistenza disciplinata e ordinata.
Il nazionalismo eredita l’arrogante pretesa dei giacobini della Francia rivoluzionaria di trasformare l’uomo e la società nelle fogge di un unico modello. Per compiere questa suprema opera pedagogica ha creato «l’uomo massa», o meglio, sotto questo profilo ha portato ad uno stadio compiuto una delle prime conseguenze inevitabili dell’industrializzazione europea. Se la crisi dell’individuo e il processo di “riduzione umana” erano già cominciati con la rivoluzione industriale, il nazionalismo – con lo sviluppo dei movimenti e la politica di massa – costruisce un immenso cantiere di disumanizzazione.
Il mondo dei miti e dei simboli, il culto della giovinezza, l’idealizzazione della virilità servono ad imprimere energia all’ideologia, ad allettare le masse che, in quell’apparato simbolico, intravedono l’esaudimento delle aspirazioni di un mondo integro e felice e, infine, servono come mezzi culturali per formare l’Uomo Nuovo.
Soppresso l’io nella massa, la felicità individuale si realizza nella fuga dalla libertà e dalla responsabilità, pratiche che ai più – nei momenti sociali difficili e complessi – possono risultare confortevoli e rassicuranti. Forse è accaduto così che giovani colti e ben educati, dopo aver letto le pagine di Goethe e i versi di Rilke o dopo aver ascoltato un brano sublime di Mozart e di Beethoven, hanno – senza emozioni e sensi di colpa –    aperto le valvole del gas nei forni crematori.

Perché tanti giovani si sono fatti sedurre dal nazismo, fino ad annullarsi del tutto in quell’ideologia?
Bambini e adolescenti sono le vittime più vulnerabili. Il nazismo li colloca in una posizione di privilegio, fa percepire loro di essere oggetto di attenzione e di interesse. La loro giovinezza è diventata una metafora degradata ad una primordiale “forza misteriosa” che li lega all’ideologia in un folle patto faustiano: è la promessa dell’eterna giovinezza, dono a chi crede, a chi combatte, a chi sa essere il soldato di un’Idea. Tutto il resto della scenografia dà loro l’entusiasmo e li infiamma: colonne compatte che marciano, bandiere che garriscono al vento, rulli di tamburi, canti pieni di orgoglio … tutto sembra affascinarli e sollecitare il desiderio di chiudersi in quei ranghi che promettono forza, sicurezza e gloria. È una grande opera wagneriana, collettiva e immensa, dalla quale nessuno vuole essere escluso. Del resto, il Führer stesso lo ha scritto. «Chi vuole comprendere la Germania nazionalsocialista deve conoscere Wagner» .
È la messa in scena di una vita perennemente eroica. Come può non piacere ai giovani? Non è nelle loro forze scorgere, dietro lo spettacolo, la menzogna spacciata per fede e la finzione scenica che camuffa la realtà drammatica. Qualche decennio prima, i giovani hanno cercato nell’arte la forza eroica per modellare l’esistenza, ora è la propaganda che si assume lo stesso compito: costruire l’Uomo Nuovo. I giovani sono diventati l’opera d’arte dell’avvenire, del futuro dominio nazista. Per rispondere a questo richiamo si sono consegnati con docilità alla gigantesca macchina del conformismo ideologico.

Tuttavia, mentre sono all’opera i pervasivi strumenti d’indottrinamento, pochi giovani tengono vivo lo spirito anticonformistico e fieramente ribelle.
Nel 1933 il nazismo scioglie tutte le organizzazioni giovanili non ufficiali. Le forze di sinistra, con poco successo, cercano di rifugiarsi nella clandestinità. Ai giovani non resta altro che dare espressione alla loro ostilità con atteggiamenti e scelte di vita chiaramente incompatibili con i canoni del regime. Si riuniscono in piccoli gruppi e si assegnano nomi “provocatori”: Navajos, OK-Gang, Haarlem Club, Ohio Club, Cotton Club … L’ostentazione dell’americanismo, l’ascolto delle stazioni radio angloamericane, la letteratura straniera … tutto diventa opportunità di reazione al regime. Ad Amburgo la gioventù swing (in aperta opposizione al sinfonismo wagneriano) organizza feste danzanti; molti ragazzi si fanno crescere i capelli (un rapporto di polizia annota, con teutonica precisione, fino a 27 centimetri); le ragazze violano le regole “truccandosi”, vestendo con stravaganza e praticando una sessualità che non ha lo scopo di «dare un figlio al Führer» .
Il fenomeno è crescente. Le autorità lo avvertono come destabilizzante. Himmler, capo delle SS e della polizia, nel 1944 invia una circolare per la «lotta contro le cricche dei giovani», considerate alla stregua di criminali. È dell’avviso che i campi di lavoro siano un rimedio insufficiente per «questi tipi e queste ragazze buone a nulla». Occorrono il campo di concentramento e «una buona dose di botte» .
Anche nel loro periodo più buio, i giovani hanno saputo rappresentare – in una piccola misura – la controargomentazione materiale ad una società inaccettabile.

Mario Melino

Note:
1)    Citato in J. R. GILLIS, ,    I giovani e la storia, Milano, Mondatori, 1981, pp. 158-159.
2)    E. FORMIGGINI SANTAMARIA, L’istruzione popolare nello Stato Pontificio (1842-1870), Bologna, Formiggini Editore, 1909, p. 115. Un più illuminato esempio fu invece il Granducato di Toscana: «Dove vi è più Istruzione nella massa, il Popolo è più costumato, e tranquillo: rispetta i Magistrati, eseguisce le Leggi, apprezzandone i vantaggi e riconoscendo la necessità del vincolo, che la società civile costituisce e conserva», cfr. A. ANGELI, Storia delle scuole elementari e popolari d’Italia, Firenze, Tip. Lastrucci, 1908, p. 378.
3)    Cfr. A. SCOTTO di LUZIO, Il liceo classico, Il Mulino, Bologna, 1999, pp. 7-8.
4) Davanti al successo sorprendente del movimento, le gerarchie ecclesiastiche del nostro Paese non restano indifferenti e, dopo aver valutato se aderire o no a questo fenomeno divenuto internazionale, nel 1915, sotto gli auspici di Benedetto XV, danno vita all’ASCI (Associazione Scoutistica Cattolica Italiana). Cfr. M. SICA, Storia dello scoutismo in Italia, Firenze, La Nuova Italia, 1973.
5) Capo e fondatore è Karl Fischer. Nel 1911 il Movimento conta già quindicimila iscritti e continua a crescere rapidamente.
6) Cfr. G. L. MOSSE, Le origini culturali del terzo Reich, Milano, il Saggiatore, 1968, p. 254.
7) Ibidem
8) In G. BORGNA, Il mito della giovinezza, op. cit., pp. 17-18.
9) Idem, p. 18.
10)Nel saggio Il combattimento come esperienza interiore, Ernst Jünger scrive: «Si chiama coraggio il farsi crocifiggere in solitudine per la propria causa; si chiama coraggio il continuare a confessare, in un ultimo scatto di nervi, col respiro che si spegne, il pensiero per il quale si è parteggiato e sofferto. Al diavolo un’epoca che vuole togliere il coraggio e i veri uomini»; in G. BORGNA, op. cit., p. 22.
11)Cfr. A. HITLER, La mia battaglia, Milano, Bompiani, 1937, pp. 82, 88.
12)E’ il titolo del libro scritto nel 1938 da Erika MANN, figlia del più famoso Thomas, (Giuntina, Firenze, 1997).
13)Giovinezza, giovinezza, Primavera di bellezza!
E per la vita, e per l’ebbrezza
Il tuo canto squilla e va!
14)Cfr. La giovinezza è un simbolo, in «Gioventù Fascista», 10 febbraio 1932, p. 4.
15)Ibidem
16)Cfr. M. MORGAGNI, La leva fascista “certezza del futuro”, in «Rivista Illustrata del Popolo d’Italia», aprile 1927, p. 5.
17)Cfr. D. SCIFONI, L’italiano nuovo, in «Gioventù Fascista», 1 febbraio 1934.
18)Cfr. L. MALVANO, Il mito della giovinezza attraverso l’immagine: il fascismo italiano, in G. LEVI, J-C. SCHMITT, Storia dei giovani, vol. 2, L’età contemporanea, op. cit., p. 316.
19)Cfr. M. ISNENGHI, L’Italia fascista, Firenze, Giunti, 1996, p. 5.
20)Nato a Napoli nel 1890, comincia a volare nel 1917 e nel 1923 si arruola nell’Aeronautica militare. Nel 1925 compie l’impresa che lo rende famoso come sorvolatore dei tre continenti, percorrendo 55.000 chilometri in 360 ore di volo.
21)Cfr. Opera omnia di Benito Mussolini, vol. XXI, p. 363, cit. in J. CHARNITZKY, Fascismo e scuola. La politica scolastica del regime (1922 – 1943), Firenze, La Nuova Italia, 1966, p. 292.
22)Idem, p. 293.
23)Ibidem
24)Dopo il 1936 l’ONB (Opera Nazionale Balilla) sarà assorbita dalla GIL (Gioventù Italiana del Littorio) alle dipendenze del Partito.
25)Cfr. E. MICHAUD, «Soldati di un’idea»: i giovani sotto il terzo Reich in G. LEVI, J-C. SCHMITT (a cura di), Storia dei giovani, vol. 2, op. cit., p. 349.
26)Cfr. A. HITLER, La mia battaglia, op. cit., pp. 73-74.
27)Cfr. T. MANN, Introduzione a E. MANN, La scuola dei barbari. L’educazione della gioventù nel terzo Reich, (1938), Firenze, Giuntina, 1997, p. 10.
28)Cfr. E. MICHAUD, «Soldati di un’idea»: i giovani sotto il terzo Reich, op. cit., p. 356.
29)In E. MANN, La scuola dei barbari. L’educazione della gioventù nel terzo Reich, op. cit., p. 95.
30)Discorso tenuto dal Führer alle Hitler Jugend nel 1935, in E. MICHAUD, «Soldati di un’idea»: i giovani sotto il terzo Reich, op. cit., p. 356.
31)In E. MICHAUD, «Soldati di un’idea»: i giovani sotto il terzo Reich, op. cit., p.361. Il piccolo nazista a dieci anni deve fare, ogni giorno, da otto a dieci chilometri di marcia; a tredici devono essere diciotto: «In principio – scrive Hermann Rauschning – la mania delle marce sembrava una strana fissazione del nazismo. (…) Solo più tardi si individuò anche qui una volontà raffinata, abilissima nel trovare i mezzi adatti ai suoi scopi. (…) La marcia uccide il pensiero. La marcia uccide l’individualità. La marcia è l’indispensabile rito magico che abitua la comunità popolare a un ritmo rituale meccanico fin nella sfera del subcosciente. Il passo cadenzato fa per così dire entrare nel corpo il sentimento della comunità», Ibidem.
32)Cfr. E. MICHAUD, «Soldati di un’idea»: i giovani sotto il terzo Reich, op. cit., pp.361-365.
33)Cfr. H. ARENDT, Le origini del totalitarismo, (1949), Milano, Edizioni di Comunità, 1996.
34)Il saggio di H. ARENDT, Quando la nazione si mangiò lo Stato, è stato ripubblicato a cura di F. FISTETTI, l’immagine dell’inferno, scritti sul totalitarismo, Roma, Editori Riuniti, 2001. Le citazioni nel testo sono alle pp. 138-141.
35)Cfr. G. L. MOSSE, La nazionalizzazione delle masse, Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815 – 1933), Bologna, il Mulino, 1975, p. 21.
36)G.L. MOSSE, L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, Bari, Laterza, 1999, p. 3
37)Ibidem
38)Citato in E. MICHAUD, «Soldati di un’idea»: i giovani sotto il terzo Reich, op. cit., p. 371.
39)Idem, pp. 375-378.
40)Idem, p. 376.


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