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IL DIALOGO NECESSARIO TRA LE CIVILTÁ

Scritto da Direttore il 7/7/2015


IL DIALOGO NECESSARIO TRA LE CIVILTÁ

Esattamente quattro anni fa (marzo 2011) i talebani sbriciolarono a colpi di cannone i giganteschi Buddha afgani, patrimonio dell’umanità, provocando l’esecrazione del mondo intero. Nei mesi scorsi gli islamisti del sedicente califfato dell’Isis, dopo l’orrore suscitato dalla barbara decapitazione in diretta di tanti poveri malcapitati, hanno proseguito nella devastazione del patrimonio culturale mediorientale, con un’accelerazione incredibile nelle ultime settimane.
Con una voluttà selvaggia i nuovi barbari, armati di mazzole e trapani hanno distrutto opere custodite nel Museo archeologico di Mosul, radendo al suolo anche il Parco archeologico di Ninive, mentre operatori diligenti riprendevano con accuratezza professionale le scene affinché il mondo potesse apprezzare le loro gesta gloriose. È anche sorprendente che la furia iconoclasta si sia abbattuta non su reperti di una civiltà appartenente a potenze straniere dominatrici, ma su opere realizzate in quei territori dalle gloriose civiltà che nei millenni li hanno popolati.
La loro avversione è pertanto estesa a qualunque forma di espressione artistica del passato, quasi a sottolineare che ora ci sono solo loro e che siamo all’anno zero dell’era islamista. In questo quadro amaro è consolante apprendere che il 28 febbraio il Primo ministro Haider el-Abadi ha inaugurato a Bagdad il nuovo Museo dell’Iraq, dopo la devastazione di 12 anni fa in occasione dell’intervento americano. La riapertura è stata anticipata proprio per dare una risposta alle devastazioni islamiste. Qualcosa dunque si muove, ma guai ad abbassare la guardia.

Allegato:


Qualcuno ha evocato la calata dei Goti ai tempi dell’impero romano d’occidente, ma gli islamisti sono di ben altra pasta. Benedetto Croce ha recuperato in un testo di Paolo Diacono la storia di Droctulft, guerriero che Alboino, re dei Longobardi, aveva inviato in avanscoperta a Ravenna. Quel “barbaro” rimase tanto abbagliato dalla bellezza della città che passò addirittura nel campo avverso, trovando la morte nella difesa della città contro la quale avrebbe dovuto combattere. Esempio luminoso – osserva il Croce – di “poesia che alza il capo dove meno si aspetterebbe”. I ravennati riconoscenti dedicarono al guerriero un epitaffio in cui si esaltava oltre alla prestanza fisica l’umanità dell’alemanno. Quanta differenza con i barbari di oggi! Verrebbe da constatare amaramente che 1500 anni siano passati invano.        
Non riteniamo tuttavia che sia utile piagnucolare sugli eventi che ci assediano ogni giorno. Dopo lo sdegno, l’orrore, lo sconcerto, potrebbe essere più utile superare le emozioni e tentare un ragionamento articolato, partendo da qualche riflessione sul significato di civiltà e barbarie.
Civiltà e barbarie
La prima deriva dalla radice indo-europea che richiama al senso di abitare, dimorare, per cui è civis chi ha stabile dimora in un paese. La barbarie nasce in ambito greco, col significato di straniero, che parla una lingua incomprensibile, che diventa quasi balbuziente con il raddoppiamento del suono “bar”. Più tardi lo straniero assume la connotazione di persona ostile, da schernire    e viene associato alle popolazioni germaniche o comunque abitanti oltre l’Eufrate.
Su queste basi gli europei dell’Occidente hanno ritenuto di essere depositari dell’unica civiltà, quella propria, di eredità greco-romana-cristiana e si sono assunti la missione intellettuale di “esportarla” con la democrazia, come se si trattasse di una merce qualunque.
In questa ottica si colloca l’espansione coloniale europea che è giunta fino al 1914, giustificata con la convinzione di portare anche con la forza ai popoli “arretrati” la civilizzazione, facendo finta di ignorare che dietro le baionette si celavano mire di potenza politica e interessi mercantili. Non dimentichiamo che al seguito delle esplorazioni oceaniche del XVI secolo, c’è stato chi si è domandato seriamente se gli indiani avessero un’anima e che ci sono voluti diversi pontificati per rispondere al quesito.
È questa la cultura dell’etnocentrismo, che nega l’interculturalità e assegna il primato assoluto alla propria civiltà. Giunge poi il tempo in cui altre realtà politiche fanno irruzione sullo scenario mondiale. Pensiamo a quelle slavo-ortodosse, induiste, confuciane e, soprattutto, a quella islamica, rilevante per la sua vocazione sovranazionale.
Cambia così il concetto stesso di civiltà, intendendo ciò che un qualunque popolo crea nel tempo lungo con usanze, tecniche di lavoro, credenze religiose, concezioni filosofiche e scientifiche. Quella occidentale non è pertanto l’unica civiltà, perché in altre latitudini altri popoli hanno maturato esperienze diverse di vita, meritevoli comunque di rispetto e    di pari dignità.
Forti della superiorità tecnologica, non è stato facile per gli etnocentrici accettare questa nuova realtà e aderire al concetto di “civiltà paritarie” che ne deriva, tanto che il politologo Samuel P. Huntington ha teorizzato paure apocalittiche. Il suo libro, “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale”, pubblicato nel 1996, gli ha conferito grande notorietà soprattutto dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri gemelle. Il suo pensiero è stato variamente interpretato e criticato e meriterebbe una trattazione specifica.
In questa sede osserviamo come sembra che tutto sia centrato soltanto sul grande conflitto tra l’Occidente e l’Islam. La realtà è molto più complessa, perché oltre che tra i due blocchi citati le tensioni si annidano dentro le stesse civiltà. Pensiamo alla tragedia dei due conflitti mondiali del secolo scorso, maturate nell’ambito occidentale; pensiamo alle lotte fratricide che da anni oppongono sunniti a sciiti nel Medio Oriente, senza contare il recente emergere del califfato che in maniera trasversale infiamma un’area esplosiva che condanna milioni di persone alla morte, alla disperazione, alla fuga.
In tempi di globalizzazione e di reti informative avanzate i diversi sistemi culturali dovrebbero essere estremamente permeabili, ma questi sono processi che richiedono tempi lunghi che non è facile, né opportuno accelerare. Questioni di predominio politico ed esigenze mercantili spingono invece a una fretta che si rivela controproducente, specie se intesa come imposizione. Accade infatti che una civiltà che si sente minacciata, o si chiude a riccio a difesa della propria identità o reagisce violentemente troncando ogni rapporto.
Il dialogo indispensabile
Viviamo oggi una realtà densa di incognite, assediati da due estremismi, il fondamentalismo islamico e lo scontro di civiltà. In mezzo naviga la massa enorme e indistinta dei moderati che in tanti anni non sono riusciti a riannodare i fili di un dialogo che era necessario e che ora è diventato indispensabile per tutta l’umanità, visto che nessuno – ovunque sia nel pianeta – può chiamarsi fuori.
Ma il dialogo presuppone la disponibilità ad ascoltare le ragioni dell’altro, nella convinzione di averne qualcosa da imparare. Sbandierare i propri vessilli e attendere che gli altri si adeguino non è propriamente un esercizio di disponibilità alla trattativa. Chi si dispone sinceramente all’incontro non può definire a priori le caratteristiche dell’interlocutore, né può fissare preventivamente i paletti oltre i quali non si può andare. L’uomo non è un prodotto finito, ma un compito da realizzare giorno dopo giorno.
Sappiamo bene che nel processo di mescolamento in corso non è facile conciliare la civiltà di appartenenza con la necessità e disponibilità a modificarla. Le proprie origini dovrebbero essere un punto di partenza, non un territorio da recintare. Un’area così definita assicurerebbe una certa protezione, ma sarebbe anche una prigione.
Se queste sono le premesse, tocca alla platea dei moderati delle parti in causa moltiplicare gli sforzi per realizzare una sintesi accettabile per tutti, che non vuol dire tendere verso l’unanimismo di un appiattimento globale – peraltro di difficile realizzazione – ma vuol dire cantare in coro. Si realizzerebbe in questo modo il miracolo dell’armonia della diversità, alla quale ognuno collabora senza rinunciare completamente alla propria identità.
In un mondo sempre più piccolo e affollato quella del dialogo multiculturale non è una opzione tra le tante, ma un percorso obbligato, perché in fondo – se ci fermiamo un attimo a riflettere – ognuno di noi prima di appartenere a una civiltà è un essere umano.
Ce lo insegna Elbert Einstein che al funzionario americano della dogana che lo interrogava per identificarlo, quando gli chiese a quale razza appartenesse rispose imperturbabile “Razza umana!”.
Scritto da: Vito Procaccini


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