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IL POTERE CHE FRENA

Scritto da redazione il 29/6/2013


IL POTERE CHE FRENA

di Vito Procaccini


                        A Foggia gli incontri annuali con Massimo Cacciari, organizzati dalla prof.ssa Di Adila, presidente del Comitato di Foggia della Società Dante Alighieri, sono quelli a cui nessuno vuole mancare.    Accade allora che per occupare un posto all’Auditorium della Biblioteca Provinciale occorre muoversi in anticipo rispetto all’orario programmato. Per chi, come lo scrivente, giunge in tempo c’è solo qualche favoloso posto in.. piedi.

                        Il tema di questo pomeriggio, poi, è particolarmente intrigante, ponendo a confronto due giganti del pensiero cristiano: “Teologia e politica. Agostino e Dante. Il potere che frena”.



                                             Agostino: la fragilità di Roma

Agostino se ne occupa soprattutto nella “Città di Dio”, De civitate dei, opera che comincia a scrivere sotto l’impulso di forti emozioni che scaturiscono in primis dal sacco di Roma del 410 ad opera dei Visigoti di Alarico e,    in secondo luogo,    dalle conseguenti accuse rivolte dalla società pagana ai cristiani, rei di aver irritato gli dei al punto tale da indurli ad abbandonare la custodia dell’Impero.

Agostino distingue la teologia in tre tipi: mitica, fisica e civile. La prima deriva dai miti, è pura invenzione, non merita attenzione, essendo addirittura “indecente”. La seconda è indagine filosofico-scientifica sulla divinità della natura e Agostino non vi è interessato, mentre appunta la sua attenzione sulla teologia civile, sul culto che una civitas offre ai propri dei. È la religio civilis, fondamentale nella cultura e nel desiderio di potenza che Roma ha di se stessa.

I Romani erano certi che il fondamento della loro potenza politica e militare risiedesse proprio nella pace con gli dei, che riguardava non solo i propri dei, ma anche quelli delle città che si accingevano a conquistare. Era la vocatio, la chiamata che essi rivolgevano a quelle divinità, affinché abbandonassero la protezione di una città mediocre che non era capace di custodirne    e difenderne il culto. Questa religio civilis è assimilabile per Agostino alla teologia mitica e quindi fabulosa, indegna.

Mancando questo fondamento religioso, Roma – secondo Agostino – non può nemmeno ritenersi res publica, perché alla civitas romana non partecipa organicamente la totalità dei suoi cives. Roma è soltanto un cetus multitudinis, il convenire di una moltitudine, perché manca una vera religione e perché il popolo è tenuto insieme da interessi che lo cementano e, soprattutto, da continue guerre (laboriose bella).

Si può riconoscere un corpus giuridico razionale, ma da qui può scaturire solo una giustizia distributiva, non la vera giustizia che deve garantire la pace e che non può esistere se non c’è un fondamento trascendente. La legge romana, dunque, è solo “il potere che frena”, che tiene a bada le tendenze dissolutrici, ma in modo provvisorio, come accade per gli armistizi, semplici intervalli tra le guerre. Rimane sempre l’inimicizia tra i soggetti, la cupidigia. Di qui la fragilità di Roma: ha il potere che frena, ma non ha la fede che le permetterebbe di contrastare validamente i vitia della nostra natura vulnerata.

La caduta di Roma si inserisce pertanto nelle vicende ordinarie degli imperi terreni. Nella lettera agli Ebrei si legge: “Su questa terra noi non abbiamo una città permanente, ma andiamo alla ricerca della città futura”. La vera storia dell’umanità è quella finalizzata alla costruzione graduale della città eterna, la città di Dio.



                        Dante: il valore dell’imperium

Su posizioni diverse si muove Dante. Il potere politico non è solo quello che frena, ma è vero imperium, nel significato etimologico di imperare, preparare, fare preparativi perché qualcosa riesca, quindi, innovazione, guida verso la felicità terrena. È questa la missione della monarchia perfetta.

Ma come rimediare al male? Per Agostino il potere politico è solo un solacium, un sollievo, una consolazione; per Dante è medicina potente che consente di realizzare il paradiso terrestre con il solo uso della ragione.

Ma nel passaggio dal De Monarchia alla Divina Commedia c’è una frattura. Maturano a quel tempo per Dante le delusioni per il naufragio dell’utopia imperiale ghibellina, ed è Beatrice che gli rammenta come anche per giungere ad una felicità terrena sia necessaria la grazia, non essendo sufficiente la sola ragione.

Su questo punto c’è un certo ravvicinamento ad Agostino. Non è possibile una potestas umana che abbia anche l’auctoritas e questa non può realizzarsi attraverso la sola forza umana. La potestas è realizzabile con la ragione, ma la funzione di guida non può prescindere da uno spirito profetico e la profezia non è di derivazione umana, ma è chiamata divina.

Alla delusione per la mancata costituzione dell’unità imperiale, Dante aggiunge anche quella per la mancata renovatio della stessa Chiesa, perché dopo Celestino, il santo eremita, sopraggiunge Bonifacio, l’antifrancesco. A questa duplice delusione si può opporre solo una estrema disperata speranza. Il Paradiso è proprio spes contra spem, speranza contro ogni speranza nell’intervento salvifico divino.



                        Una squallida mediocritas

Tema rilevante, quello della teologia politica e non per caso vi si sono cimentate due autorità del pensiero cristiano, con esperienze sofferte e meditate.

Cosa resta oggi di tanta elevatezza di pensiero, che ha inciso radicalmente nelle scelte maturate nel corso dei secoli? Sembra dominante il disincanto, alimentato dalla secolarizzazione – politica e religiosa – che si sta consumando nella nostra civiltà occidentale. Non è agevole individuarne le responsabilità. Questi fenomeni sono di tale portata da non potersi ascrivere ad una soltanto delle parti in causa, amministratori e amministrati, centro decisionale e destinatari delle scelte.

Forse non si è lontani dal vero se si considera la condizione attuale come frutto amaro di una perversa combinazione di fattori che si influenzano reciprocamente. Da un lato si registra una sensazione – sempre più diffusa – di sfiducia nelle istituzioni e dall’altro una sorta di rinuncia di fatto alle proprie funzioni di guida da parte di chi dovrebbe illuminare il percorso.

Viviamo tempi mediocri.


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