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IL PRINCIPE PLACIDO IMPERIALE: BENEFATTORE O TIRANNO?

Scritto da Antonietta Zangardi il 17/10/2015


IL PRINCIPE PLACIDO IMPERIALE: BENEFATTORE O TIRANNO?

IL PRINCIPE PLACIDO IMPERIALE: BENEFATTORE O TIRANNO?
di Antonietta Zangardi

Parlare del Principe Placido, fondatore di Poggio Imperiale, alias Tarranove, è sempre un piacere per un terranovese e, per chi legge o ascolta, la sua storia non risulta noiosa o ripetitiva.
Noi tutti nutriamo un riverente e filiale rispetto verso il principe Placido, che ha voluto, con fermezza, la fondazione del nostro paese, colonia agricola, modello di progresso e conquista. Egli metteva, così, in atto le teorie proprie del Riformismo illuminato settecentesco, molto di moda a Napoli, ma solo in teoria.
Il Principe don Placido Imperiale, di Sant’Angelo dei Lombardi, Signore di Genova, nacque a Napoli il 13 aprile 1727 ove morì il 10 dicembre 1786, all’età di cinquantanove anni e dove giacciono le sue spoglie nella Chiesa di San Giorgio dei Genovesi.
Negli atti notarili studiati , nuovi documenti d’Archivio, il principe Placido Imperiale è così presentato:
“Don Placido Imperiali Grande di Spagna di prima Classe Principe della Città di Sant’Angelo de Lombardi, Signore della Città di Nusco, e Lesina, e delle Terre di Leoni, Andretta, Carbonara, e San Paolo, ad meno, che de Feudi inabitati di Monticchio, ed Oppido, e de’ Casali di S. Bartolomeo, S. Guglielmo, e Pontelomito, ed altri annessi, ed adjacenti alle Suddette Città, e Feudi =.”
Spesso ci siamo posti delle domande su questo personaggio che i nostri antenati amavano appellare come “santo”. “ Quillu sante du principine”.
Ci siamo chiesti se il Principe Placido fosse stato essenzialmente un benefattore o anche un tiranno.
Per noi terranovesi fu un benefattore, ma tramite i suoi Agenti feudali e i Governatori generali, fu anche feudatario che doveva trarre profitti e proventi dalle terre di sua proprietà in questa zona della Capitanata.
Quando acquistò all’asta il Feudo di Lesina (9 marzo 1751), dopo due giorni (11 marzo 1751) il Principe inviò subito un Governatore che lo rappresentasse, don Baldassarre Stabile che fu accolto a Lesina con suoni di mortaretti, canti e gioia.
L’anno dopo, gli stessi patrizi di Lesina che lo avevano accolto osannanti, scrivevano una lettera- supplica al Re perché li liberasse dalla servitù dell’Imperiali.
Ebbe dunque un rapporto conflittuale con i lesinesi, perché li voleva trasformare in agricoltori, ma essi erano pescatori e cacciatori.



Vivendo a Napoli nominava nei Feudi di sua proprietà, i propri rappresentanti, Agenti feudali e Governatori generali.
Quale ruolo avevano i Governatori Generali?
Leggiamo, da un documento di nomina    del governatore Nicola Popoli di Nusco, nel 1753, all’indomani del Regio Assenso all’acquisto del Feudo di Lesina, e notiamo elencate le qualità che un Governatore doveva possedere assieme al potere attribuitogli.
Le qualità richieste erano: probità, dottrina e fedeltà (cfr. documento annesso).
Il Governatore doveva essere vice e voce del Feudatario, doveva eleggere e cambiare gli Ufficiali delle Corti, gli Erari dei Feudi e tutti gli altri Ministri, per il buon governo. Altresì essi potevano far graziare o diminuire le pene, esigere dai debitori, remunerare i meritevoli e ben governare lo Stato.
Il Principe concedeva al Governatore le lettere arbitrarie, cioè delle deleghe che i Feudatari rilasciavano per amministrare la giustizia in loro nome.
Era prerogativa dei feudatari infliggere lievi castighi, ma se si concedeva l’autorità necessaria di “mero e misto imperio”, si autorizzava il massimo potere di giudizio che, insieme al “gladij potestate” era il potere di vita e di morte sui sudditi.
Il governatore dunque aveva la facoltà di amministrare la giustizia col potere di vita e di morte sui sudditi, “mero mixtoque imperio et potestate gladij”. Tutto era attuato in nome del Feudatario, nel nostro caso il principe Placido Imperiale.
Pieno Feudalesimo.
Ecco perché come protagonisti, assieme al Principe, dobbiamo considerare anche tutte le maestranze, i coloni, i lavoratori, i primi abitanti, i nostri progenitori, che, con le loro opere e la loro attività, hanno permesso la formazione del nostro paese come colonia agricola.
Alla base della piramide feudale vi era la massa di contadini che chiedevano lavoro ed elemosinavano diritti, una microstoria silenziosa, artefice della fondazione di Poggio Imperiale. La loro provenienza era variegata e varia. Provenivano dai paesi vicini e da tutte le Provincie napoletane.
Il Principe è, in definitiva, il personaggio – chiave di scrittori e ricercatori terranovesi, ma noi non possiamo, nel frattempo, trascurare i veri protagonisti e gli esecutori materiali del cambiamento.
Placido Imperiale ebbe nella sua formazione umana e culturale, uno spirito pragmatico che voleva mettere in atto ciò che a Napoli era in teoria, cioè la formazione di una colonia agricola che rispecchiasse i canoni e le teorie economiche proprie dell’Illuminismo.
Non vogliamo, per questo, dichiararlo santo a tutti i costi, ecco perché, nella lettura dei documenti abbiamo cercato di individuare interventi e azioni in cui si potesse riconoscere “ il principe illuminato”, paternalistico e benefattore del suo popolo e nello stesso tempo siamo andati alla ricerca del “feudatario” intento ai profitti e allo sfruttamento del territorio.
I sudditi erano schiavi e vassalli, concezioni proprie del feudalesimo. Basti pensare che la fine del feudalesimo avvenne solo nel 1806.



Potremmo riconoscergli il ruolo di benefattore all’indomani dell’acquisto del feudo di Lesina. Gli affitti dei terreni erano concessi senza pretendere la tassa di terraggio per il primo anno, perché si doveva smacchiare e disboscare. Egli aveva, però anche un secondo fine, purificare i terreni per la sua colonia agricola. Riconosciamo in questo la presenza del feudatario.
Negli atti con gli albanesi, meteore, dileguatesi nello spazio di pochi mesi, leggiamo un elenco di concessioni e gratuità.
Negli affitti degli anni Sessanta del Diciottesimo secolo ritroviamo il feudatario che doveva trarre profitto dal suo feudo e quindi nei cosiddetti patti da osservarsi, documenti particolareggiati allegati agli atti di affitto dei suoi terreni, si elencano tasse e balzelli feudali secondo i dettami della regia dogana di Foggia.
Era, tuttavia, un Principe che sapeva ascoltare e, di persona, leggeva le lettere di supplica scritte dai suoi “schiavi e vassalli” (così si autodefinivano coloro che si rivolgevano a lui per implorare giustizia).
Contemporaneamente dobbiamo convenire che, la maggior parte delle decisioni del feudo erano prese da Governatori e Agenti, procuratori in nome del Principe, per cui tante rivalità e ingiustizie probabilmente nascevano in loco.
Benefattore o feudatario?
La ricerca continua ancora, e nella ricostruzione storica la verità è sempre in fieri.
In fondo, lo storico non è colui che sa, ma colui che ricerca, come affermava Lucien Febvre. Noi da cronisti possiamo solo analizzare i documenti e, animati dalla passione per la ricerca, modificare le nostre conoscenze di fronte ad una nuova scoperta.

Scritto da: Antonietta Zangardi

Pubblicato anche su “Apricena e dintorni Città viva” mese di ottobre 2015.

        


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