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IL SERVITORE DI DUE PADRONI

Scritto da redazione il 24/1/2014


IL SERVITORE DI DUE PADRONI

Appuntamento con Goldoni al Teatro del Fuoco per la stagione di prosa
IL SERVITORE DI DUE PADRONI
Arlecchino tra la Commedia dell’arte e il personaggio di carattere

La trama
Silvio sta per sposare Clarice, figlia di Pantalone, che però l’aveva promessa sposa a Federico. La notizia della morte di Federico scioglierebbe l’impegno, ma ecco che improvvisamente si presenta il promesso sposo, gettando nello sconforto i fidanzati. In realtà ad assumere le sue vesti è sua sorella Beatrice, che viene a cercare l’amato Florindo, ingiustamente accusato della morte di Federico. Arlecchino è il servitore di Beatrice, ma viene assunto anche da Florindo, sicché accetta il doppio incarico per placare la sua fame. Seguono complicazione varie, animate sempre da Arlecchino, che alla fine mente a Beatrice dicendo che Florindo è morto. La ragazza svela la sua identità e la vicenda si conclude felicemente quando i due, uscendo dalle proprie stanze, si riconoscono e poi si sposano. Superato l’ostacolo della fantomatica ricomparsa di Federico, Silvio a Clarice possono convolare e le nozze attendono anche Arlecchino che sposa Smeraldina, la cameriera di Clarice.

La riforma di Goldoni
È piuttosto aleatorio introdurre periodizzazioni rigorose nell’opera di un autore, ma nel caso di un personaggio longevo come Goldoni, morto a 86 anni, può essere utile per tracciare il percorso creativo. Gli studiosi individuano cinque periodi, a partire dal primo (1734-1743), considerato una sorta di apprendistato, per proseguire col secondo, che giunge al decennio successivo; il terzo si colloca tra il 1753 e 1758, un periodo piuttosto movimentato che sfocia nel successivo (fino al 1762), segnato da grande creatività; l’ultima fase, dal 1763 alla morte, vede Goldoni severamente impegnato a Parigi.
Il lavoro di cui ci occupiamo è datato 1745 e si colloca quindi nel secondo periodo creativo, importante perché Goldoni avvia la sua riforma del teatro. Gli attori erano avvezzi a recitare a soggetto, improvvisando su un canovaccio. Era la Commedia dell’arte che ormai aveva fatto il suo tempo e occorreva intervenire per disciplinare una spontaneità che sovente sconfinava nella sconcezza.
Per la verità anche questa commedia era nata con un semplice canovaccio (peraltro di origine francese), ed era stata sollecitata dal grande attore Antonio Sacchi, che l’avrebbe poi portata al successo. I successivi interpreti del Truffaldino (che nel 1947 nella storica versione di Strehler diventa poi Arlecchino, per ragioni di maggiore spendibilità internazionale) non furono all’altezza, tanto da indurre Goldoni a scriverla integralmente nel 1753, per orientare la resa scenica verso quelli che erano i suoi effettivi intendimenti. Cominciava così a delinearsi la riforma goldoniana, che non nasceva quindi nelle accademie, ma si materializzava nel confronto diretto degli attori con il pubblico. Nella prolusione alla commedia l’autore raccomandava comunque agli attori di “astenersi dalle parole sconce, da’ lazzi sporchi; sicuri che di tali cose ridono soltanto quelli della vil plebe, e se ne offendono le gentili persone”.
Il successo di questo Arlecchino non conosce limiti di tempo, né di spazio. In questi mesi, oltre al “Servitore di due padroni” in programma a Foggia, per la regia di Antonio Latella, è in corso la tournée di “Servo per due”, con la regia di Pierfrancesco Favino e Paolo Sassanelli. Quanto allo spazio, ricordiamo il successo persino in Cina, dove viene associato a Chou, il “personaggio comico” dell’opera tradizionale cinese. Non per caso è lo stesso Goldoni a definire “giocosa” la sua commedia.
Il lavoro ruota sulla figura di Arlecchino, a cui Ferruccio Soleri ha dedicato la sua vita di attore, con un numero infinito di rappresentazioni. È il servitore vivace, arguto e brillante che con mosse rapide e con le sue trovate riempie la scena. Lo vediamo ora quasi ingenuo e sprovveduto muoversi con spontaneità imprevedibile, ora gestire maliziosamente le situazioni più improbabili, come quando riesce a servire contemporaneamente i due padroni, l’uno all’insaputa dell’altro. Ecco perché Arlecchino di colloca al confine tra la maschera della commedia dell’arte (aperta alle improvvisazioni, alla libertà dell’invenzione) e il personaggio della commedia di carattere, intorno al quale è possibile scorgere i tratti salienti della società dell’epoca.
Ecco allora un’aristocrazia al capolinea, incalzata da una borghesia non sempre all’altezza dei compiti che i tempi nuovi le assegnano; ed ecco l’interesse con cui Goldoni – uomo del “secolo dei lumi” – guarda alle classi più umili.
Questa combinazione, variamente assortita di classi sociali, ha indotto a interpretazioni critiche diverse, perché a quanti hanno tratteggiato un mondo fatuo, segnato dalla spensieratezza frivola, da lustrini e ciprie, ha fatto riscontro la rappresentazione di un Goldoni molto sensibile alle questioni sociali.    

La religione della vita
Goldoni è cantore della vita di tutti i giorni, che non viene inquadrata in chiave naturalistica, ma essenzialmente in funzione scenica, sicché gli eventi che si narrano nel cosiddetto “libro del mondo” sono riportati con quelle sfumature che conquistano il consenso del pubblico e che sono rintracciabili nel “libro del teatro”. Di qui la predilezione di Goldoni per la concretezza dei rapporti umani, la ricchezza della realtà,    la vivacità del toni, il buon senso e per l’accettazione di contraddizioni e difficoltà che si stemperano in un contesto di levità e di fiducia.
In questa dimensione del quotidiano trova poco spazio la speculazione filosofica, o l’indagine sul trascendente, o il pensiero della morte. La sua è la religione della vita, della fiducia, dell’ottimismo con cui affrontare le situazioni, venendone fuori anche con l’astuzia e la fantasia.
Arlecchino è espressione di questa energia vitale, che lo tiene sempre in vorticoso movimento. Si potrebbe obiettare che è la fame, una fame esagerata, a spingerlo a tanto attivismo, ma in questo modo si svilirebbe la caratterizzazione di fondo del personaggio, che è anche espressione di una laboriosità e di una inventiva vincente nelle difficoltà della vita.
Ci pare, in conclusione, illuminante la valutazione complessiva su Goldoni a cui pervenne nel 1880 uno studioso delle sue opere, Pompeo Molmenti: “Di Goldoni vivranno eterni l’umore festevole, la sincerità degli intendimenti e quella spontanea ed evidente verità delle opere sue, che è l’effetto d’un ammirabile accordo tra l’intelletto e la fantasia”.
Scritto da: Vito Procaccini

S C H E D A
Teatro del Fuoco – Sabato 25 gennaio 2014, ore 21
IL SERVITORE DI DUE PADRONI    da Carlo GOLDONI, di Ken PONZIO                                                                                 regia di Antonio LATELLA, con Marco Cacciola, Federica Fracassi, Giovanni Franzoni, Roberto Latini, Annibale Pavone, Lucia Perasa Rios, Massimiliano Speziani, Rosario Tedesco, Elisabetta Valgoi.


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