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IL VALORE DELL’ALTRUISMO

Scritto da redazione il 20/4/2012


IL VALORE DELL’ALTRUISMO

Recenti studi di scienziati italiani aprono la speranza ad una maggiore comprensione tra gli uomini

Il 7 aprile, trattando di “Giustizia distributiva”, abbiamo visto come l’eccessiva ansietà di possesso alteri gli equilibri di natura e anche quelli tra gli uomini; le religioni e le discipline sociali possono almeno ridurre le discrepanze più evidenti. Questa volta partiamo dall’empatia, che nella Grecia antica designava il rapporto di emozione che legava l’attore al pubblico. In tempi recenti è approdato alla psicanalisi, ma Freud raccomandava ai medici di mantenersi “neutrali” nel rapporto col paziente. I suoi epigoni (e oppositori) hanno invece valorizzato la capacità di percepire le emozioni trasmesse dal paziente per indagare a fondo sul suo animo, grazie ad un rapporto empatico che viene a stabilirsi. Alfred Adler, ad esempio, dapprima freudiano, esaminava il paziente nel complesso del suo ambiente di vita (ridimensionando la rilevanza che Freud assegnava alla sfera sessuale). Il paziente va dunque aiutato, confortato per armonizzare la “volontà di potenza” innata nell’uomo, con il sentimento sociale, altro principio basilare della psiche.
Si parla anche di empatia estetica, il sentimento di benessere e persino di commozione che si prova osservando un’opera d’arte. È qualcosa che sfugge al controllo e che ci colloca in sintonia con quanto stiamo osservando, come accade in un mandala, il cerchio sanscrito organizzato per attrarre contemplazione e concentrazione verso il centro, sede del nucleo di un’anima intimamente conciliata. Il fenomeno si registra anche di fronte a opere antiche, perché come osserva il filosofo tedesco Wilhelm Vorringer in Astrazione e empatia restano profonde le affinità tra il sentimento del mondo e le facoltà espressive di un popolo.
L’empatia si manifesta offrendo all’altro la disponibilità all’ascolto, per raccogliere emozioni, sentimenti, ma senza pensare di formulare giudizi di sorta: “la più alta espressione dell’empatia è nell’accettare e nel non giudicare” (Carl Rogers, Un modo di essere, 1980).
Si comprende come in clima di competizione talora esagerata, l’empatia possa essere un momento di svolta per recuperare un sentimento sociale e affrontare insieme le difficoltà della vita.

I neuroni specchio
Si pongono ora due domande. Il sentimento empatico fa parte del nostro codice genetico? È    acquisibile con interventi esterni di carattere culturale, formativo o religioso? Le risposte sono affidate alle neuroscienze. Ci riferiamo infatti ai neuroni specchio, una ricerca di Giacomo Rizzolatti (nella foto) dell’Università di Parma, che è partito dal comportamento dei primati per giungere alle applicazioni all’uomo. Sono cellule del cervello che si attivano sia quando svolgiamo un’azione, sia quando osserviamo l’azione compiuta da altri. Questo vuol dire che i neuroni specchio consentono di immedesimarci nell’altro, capendone le emozioni e in questo modo    troverebbe applicazione la regola del    fai agli altri quello che vorresti facessero a te.
Questa comprensione delle emozioni altrui non avviene per un mero calcolo o ragionamento, perché la vista di quelle condizioni attiva nell’osservatore gli stessi centri cerebrali da cui scaturiscono le conseguenti reazioni. È una presa diretta, spontanea, che prescinde dalla stessa volontà.
Senza riferirci agli studi sui neuroni specchio, facciamo quotidiana esperienza dell’effetto che produce in noi guardare l’altro negli occhi, organo capace di trasmettere senza infingimenti reazioni di gioia, sofferenza, insoddisfazione, ansia. Ecco perché quando avvertiamo il “pericolo” di essere coinvolti nel dolore dell’altro evitiamo accuratamente di puntare lo sguardo sui suoi occhi. Otto von Bismark diceva: “Chi ha guardato negli occhi un soldato morente rifletterà prima di intraprendere una nuova guerra”.
La risposta alla prima domanda è dunque positiva e ci porta a ritenere che nel nostro animo c’è la predisposizione a capire gli altri. Lo confermano ulteriori ricerche di un altro italiano (operante a Los Angeles), Mario Iacoboni, che con gli I neuroni specchio, come capiamo ciò che fanno altri (Bollati ed.), risponde positivamente anche al secondo quesito. Le cellule imparano e si modificano.
Se queste sono le evidenze scientifiche più recenti, appare messa in crisi la concezione di Hobbes dell’homo homini lupus, con l’uomo animale individualista che pensa solo all’autoconservazione. Non siamo solo egoisti. L’homo lupus diventa così l’homo empaticus, cui si riferisce Jeremy Rifkin ne La civiltà dell’empatia. La corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi (Mondadori).
Gli esperimenti di Rizzolatti, risalenti agli anni ’80 e ’90, hanno posto la ricerca italiana sulla ribalta internazionale (succede, a volte!) e portano a riconsiderare cognizioni acquisite in sociologia, antropologia, economia. Si pensi al darwinismo sociale che, riferendosi alla vita come competizione, ha inteso applicare la teoria dell’evoluzione di Darwin al campo etico e alle istituzioni sociali, al fine di dare una ragione alle differenze tra i soggetti. In realtà la specie sopravvive con la forza, ma anche con la socialità.
Lo stesso pluricitato Adam Smith, padre del liberalismo e sostenitore della “mano invisibile” del mercato, andrebbe ristudiato, perché quella “mano” faceva affidamento su onestà, empatia, moralità, giustizia, concetti oggi quasi astratti.    
In conclusione, mettersi nei panni dell’altro consentirebbe di dare corpo al messaggio religioso della fraternità e attenuare le differenze sociali, specie nel disordine di oggi. Auspichiamo che la scienza progredisca e, sui tanti padreterni che oggi signoreggiano, si possa intervenire con dosi adeguate per ridestare i neuroni specchio che sonnecchiano nella profondità della coscienza sazia ed autoreferenziale.

Vito Procaccini



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