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INTERNET, CROCE E DELIZIA

Scritto da redazione il 29/12/2013


INTERNET, CROCE E DELIZIA

Una realtà dominante del nostro tempo
INTERNET, CROCE E DELIZIA
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         Quarta e ultima parte
La deperibilità dei materiali
Il profluvio di documenti che in ogni momento invade la rete pone alcuni problemi interessanti, a cominciare dalla difficoltà di classificazione. Quali e quanti sono quelli meritevoli di attenzione? Chi può essere abilitato a fare la selezione in un cyberspazio affollato ancora di più dal passaggio dall’analogico al digitale? La gestione dei dati va controllata dallo Stato, come sostengono i “radicali” che insistono sulla portata politica del fenomeno? Oppure il cyberspazio deve essere affidato al libero mercato, a tutela della libertà individuale e di espressione? I costi del web sono sempre più elevati. Può lo Stato delegare ai privati la gestione degli archivi e con quali garanzie per la continuità di un tale servizio?
Ma c’è anche un’altra questione che è prioritaria rispetto a tutte le altre e che rischia di mandare in frantumi l’intero castello della comunicazione. È la difficoltà della conservazione che deriva non solo dalla mole ingente, ma soprattutto dalla deperibilità dei supporti e dalla “volatilità” delle tecniche e dei programmi informatici di memorizzazione, che hanno sostituito l’antica memoria collettiva.
Valga un solo esempio, tratto dalla cronaca di alcuni anni fa. Guglielmo il Conquistatore nel 1085 commissionò il censimento delle terre d’Inghilterra. Ne scaturì il Catasto dei Normanni, un’opera monumentale, il Domesday Book, che ancora oggi è in buono stato ed è consultabile nella Torre di Londra. Novecento anni dopo, nel 1986, la BBC ha promosso un analogo lavoro con il Domesday Project, che è stato archiviato in dischetti. Il guaio è che oggi sono illeggibili, perché obsoleti e i tecnici stanno cercando a fatica di riesumarli.
La tecnologia brucia le tappe proiettandosi in una corsa spasmodica verso il futuro, ma trascura di raccordarsi col passato (anche quello più recente) per conservarlo in modo efficiente. Occorrerebbe aggiornare tutti gli archivi esistenti ogni volta che si affaccia una nuova tecnica di conservazione. Un lavoro mastodontico, un’autentica fatica di Sisifo.
L’ultimo business in tema di conservazione è il cloud computing, una tecnica che consente lo stoccaggio dei dati su schiere di server remoti, ubicati in modo fantasioso su una nuvola (cloud). In questo modo non è più necessario installare i software che si vogliono utilizzare, perché il proprio computer si può collegare via internet alla “nuvola”. Dopo il caso datagate, scoppiato con le rivelazioni di Snowden, stanno però emergendo questioni delicate in ordine alla riservatezza digitale e alla sicurezza.
In tanta avanzata tecnologia, diventa quasi patetico il tentativo americano di lasciare traccia del passato con un curioso espediente. Nella primavera del 2000 si è aperta a New York una mostra particolare, Capturing Time, con l’esposizione di “capsule del tempo” in cui vengono racchiusi,in una specie d arca di Noè, oggetti di uso comune che sarebbero finiti nell’oblio. Questi contenitori saranno aperti in tempi successivi e testimonieranno in qualche modo lo scorrere del tempo, traghettando nel futuro il nostro presente. La capsula del New York Time Magazine (simile al bulbo di un fiore) è stata disegnata dal famoso architetto spagnolo Santiago Calatrava, si trova dal giugno 2000 all’esterno dell’American Museum of Natural History e vi rimarrà per tutto il millennio.    
Tempus edax rerum, cantava Ovidio nelle Metamorfosi, ma la lotta dell’uomo, contro il tempo che mangia le cose, continua…

La sfida educativa
Dalle considerazioni sin qui svolte può emergere, nel complesso, una valutazione negativa sull’irrompere della rete nella nostra vita di ogni giorno. È una impressione da scartare, perché anzi la finalità ultima di queste note è anche quella di evidenziarne le problematiche per consentire all’intero sistema di funzionare al meglio, mettendo a disposizione dell’uomo tutte le sue potenzialità.
Siamo certamente di fronte ad una mutazione antropologica e difficilmente sarò recuperabile la distanza tra i nativi digitali e gli adulti. Il passaggio da un sistema alfabetico-gutenberghiano a uno digitale è stato repentino e continua, come abbiamo visto, ad un ritmo incalzante. Il rischio di una ulteriore divaricazione è evidente e non sarebbe un vantaggio per la società nel suo complesso.
Che fare?
Occorrerebbe agire su entrambi i versanti. Gli adulti devono convincersi che il cambiamento è vita e apre orizzonti infiniti. Schopenhauer scriveva che “Solo il cambiamento è eterno, perpetuo, immortale”. Di fronte, poi, agli innegabili vantaggi della tecnologia gli adulti non possono chiamarsi fuori. Non è facile acquisire dimestichezza, perché la forma mentis è avvezza a parametri diversi; non c’è tuttavia alternativa se non si vuol essere tagliati fuori dal sistema della convivenza e finire col ritagliare per sé un ruolo mortificante di vegetale.
Sull’altro fronte, i tecno-entusiasti, i fan-abused, dovrebbero resistere all’infatuazione, comprendere che più comunicazione non significa necessariamente più informazione, acquisire la consapevolezza dello strumento che si utilizza, imparare a non accettare a scatola chiusa qualunque innovazione e sviluppare di conseguenza un efficace senso critico. Con un po’ di fatica abbiamo imparato che non è vera una cosa perché l’ha detta la TV; altrettanto occorre fare col web. Sarà meno facile, perché la base di riferimento non è circoscritta territorialmente, ma è universale. Anche qui non c’è alternativa.
Se i giovani non si pongono domande sulla ratio di un algoritmo, se non si chiedono cosa si celi in concreto dietro ogni innovazione e quali interessi essa è chiamata a soddisfare, credono di “usare” il sistema, ma in realtà si riducono – senza avvedersene – al ruolo di automi, “usati” da un burattinaio invisibile che da lontano che tiene le fila.
Come si vede, tra adulti-vegetali-disfattisti e giovani-automi-entusiasti non c’è molto da compiacersi. Ecco perché sta nascendo un movimento di buon senso, lo slow tech, che promuove un uso intelligente della tecnologia, che di per sé non è né cattiva, né buona e perciò    non va né osteggiata, né idolatrata, ma usata per quello che è e deve essere: uno strumento al servizio dell’uomo.
Non l’uomo per la tecnologia, ma la tecnologia per l’uomo.
Vito Procaccini

Fine
Le parti 1^, 2^ sono state pubblicate il 24 e il 29 novembre; la 3^ il 12 dicembre


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