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Il Dostoevskij foggiano ai Quartieri Spagnoli

Scritto da edelpoggio il 11/7/2010


Il Dostoevskij foggiano ai Quartieri Spagnoli

Gaetano Ventriglia e il suo Delitto e castigo per il Napoli Teatro Festival
Il Dostoevskij foggiano ai Quartieri Spagnoli
Quando si dice Foggia, non si dice solo disoccupazione giovanile, crisi degli alloggi, povertà economica e scarsezza di idee e ideali; né si dice esclusivamente traffico incontrollato, immondizia, prostituzione, tratta degli schiavi e sfruttamento della popolazione di colore e degli immigrati. Foggia è, come tutte le città, anche quell’insieme di risorse che provengono dal mondo dei giovani, e che si concretizzano nel patrimonio della scienza così come in quello dell’arte. Unico comune rimpianto è che, a parte la nascente università che bisogna tenersi ben stretta, cercando di ampliarne quanto più possibile l’offerta formativa, vi siano ancora moltissimi talenti nostrani che siamo costretti ad esportare per carenza di strutture. Eppure, questi giovani che devono di forza emigrare in cerca di fortuna, diffondono altrove le doti tutte solari e vive del nostro mezzogiorno italiano, facendo onore anche alla città di Foggia. Uno di questi insigni casi è riferibile all’arte teatrale di Gaetano Ventriglia, figlio della Foggia di spicco, con una madre che ha svolto la professione di insegnante ed un padre che è stato vicequestore, che tuttavia ha scelto senza indugi la difficile strada dell’attore e del regista di teatro, diventando poi un originale interprete delle opere che si vanta di portare in scena. L’ultima grande performance dell’artista, e della sua partner di palcoscenico, Silvia Garbuggino, è stata quella presentata al Napoli Teatro Italia Festival che si è tenuto nel mese di giugno. Ventriglia ha portato sul palco, con soli sei attori, in uno spettacolo monumentale di sei ore in due episodi, l’opera “Delitto e castigo” di Dostoevskij, ambientata nei vicoli dei Quartieri Spagnoli di Napoli, che ben rappresentano il campionario delle miserie umane messe in scena, senza tuttavia mai sfociare nel pietismo. Il teatro che ne vien fuori riesce a ben evocare il dramma degli sconfitti, colti nel tratto essenziale della loro umanità: l’incapacità di tenere insieme i brandelli della loro squallida esistenza che, sfiorando il grottesco, cela nel ridicolo di superficie la grandezza dell’uomo insita nella sua ineludibile debolezza, sostanziata dai limiti    impostigli dalla natura. Vincono, infine, la storia e il teatro. La prima perché interpretata in tutto il suo crudele realismo, attraverso il duplice omicidio commesso dallo studente sul lastrico, che decide per disperazione di far fuori l’usuraia di cui è vittima, e la sorella, testimone involontaria del fattaccio. Il secondo perché, sebbene trionfi la finzione, il dramma personale del povero Raskol’nikov che sfocia in tragedia sembra sempre più vicino alla squallida realtà della Napoli della gente bisognosa, senza che la sua rappresentazione teatrale risulti alterata o qualitativamente sminuita.
Antonietta Pistone


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