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Il Panopticon di Bentham

Scritto da redazione il 15/12/2012


Il Panopticon di Bentham

Jeremy Bentham, filosofo e giurista, realizzò nel 1791 il progetto di una struttura carceraria in cui si potesse vedere senza essere visti, il Panopticon. L’idea anticipa quella realmente esistente del carcere di Santo Stefano sull’isola italiana di Ventotene, risalente al 1795, e fatta edificare dai Borbone. Ma richiama anche il noto anello di Gige di cui parla Glaucone, nella Repubblica di Platone. Anello che rende invisibili, proprio come il noto mantello di Harry Potter, e che perciò riduce la moralità dei comportamenti alla semplice paura di essere osservati da occhi indiscreti, cui dover poi dare conto, in un modo o nell’altro, e che ricorda anche l’anello di Tolkien ne Il Signore degli Anelli, con il suo potere di dare l’immortalità. L’idea di un potere centrale, che non si irradia più dall’alto, ma che si dipana invece in linea orizzontale e circolare, ad anello appunto, fa comprendere come la nuova ideologia di chi potrebbe in futuro governare il mondo, è piuttosto legata all’organo della vista, e sarebbe in qualche modo originata da rapporti circolari e simmetrici tra i soggetti della relazione, sebbene il potere rimanga poi di fatto comunque un’espressione di un’azione coatta e unidirezionale sull’altro. Potere che rimanda più all’idea di dominio coercitivo, che alla capacità di far fare determinate cose all’altro, aiutandolo a coltivarne anche la necessaria abilità. Michel Foucault, nel suo Sorvegliare e Punire del 1975, immagina proprio il Panopticon di Bentham come la nuova struttura e forma del potere nella società contemporanea. L’idea di fondo del Panopticon richiama anche quella della dittatura totalitaria mediatica del Grande Fratello di Orwell. Ma anche quella del Grande Fratello della tv, lo show televisivo che impazza tra i giovani italiani, famelici di essere scelti per andare ad abitare lunghi mesi della loro vita nella casa di Cinecittà, a Roma, dove saranno ripresi ore ed ore al giorno senza più alcun diritto alla privacy. La filosofia del Panopticon, insomma, da ideologia di controllo per i detenuti, potenzialmente pericolosi per se stessi e per gli altri, si trasforma, nel tempo, in gioco di onnipotenza e trastullo dei giovani, fino a divenire pervasiva e centrale presenza di controllo degli ambienti pubblici e della privacy di tutti noi. La possibilità di far interagire la legalità con lo stretto controllo “vigilato” delle strade e dei quartieri, grazie all’utilizzo di telecamere nascoste, ha fatto pensare persino che la stessa metodologia possa essere utilizzata in ambienti pubblici come le scuole o gli uffici, dove un certo decoro comportamentale risulta doveroso, per punire i comportamenti scorretti o addirittura illegali. Il confine tra stato di polizia e legalità diventa però così sempre più labile. Anche se mi rendo perfettamente conto di come certe derive comportamentali, acquisite come abitudini lascive sul posto di lavoro o a scuola, possano persino rendere consigliabile l’uso di strumenti assai pericolosi per la giusta tenuta di qualsivoglia forma di governo democratico e pluralista, sarebbe in ogni caso consigliabile riuscire a farne a meno, adoperandosi in tal senso. Chi dovrebbe infatti controllare chi? Se i controllori fossero i governanti saremmo né più né meno che in una dittatura totalitaria. Se a controllare fossero invece gli organi di polizia, saremmo in uno stato di polizia. In entrambi i casi la libertà personale subirebbe un grave affronto, anche perché dal passare dall’osservazione del pubblico a quella del privato il passo è breve. E così avverrebbe anche per il caso delle intercettazioni telefoniche. D’altra parte se è lecito spiare nella vita dell’altro, posso farlo non solo guardando dal buco della serratura, ma anche attaccando le mie orecchie alle sue pareti di carta. Violando la sua posta; intercettando le sue password email o dei maggiori network ai quali è iscritto. Tralasciando per un attimo la considerazione che questi comportamenti hanno comunque oggi rilevanza penale di fronte alla legge, e sono considerati reati in violazione della libertà personale fatta salva nella Costituzione italiana insieme al diritto alla privacy, chi si salverebbe da questa gogna mediatica? E perché mai poi qualcuno dovrebbe salvarsi? Ma così come è moralmente giusto punire chi sbaglia e non rispetta la legge, è pure sacrosanto il diritto alla propria personale libertà morale e materiale. Come si vivrebbe sotto i riflettori da mattina a sera? Saremmo veri o ci ridurremmo tutti quanti ad attori protagonisti del film della nostra stessa vita? E sarebbe eticamente giusto e corretto tutto questo? Una volta c’era un solo Dio, ed era del suo sguardo e del suo giudizio che si aveva paura. Oggi siamo diventati anche politeisti, oltre che atei. E consentiamo a tutti, o almeno lo accettiamo in linea di principio, il presupposto che lo spiare nelle vite altrui serva quanto meno ad evitare un ulteriore misfatto davanti alla legge. Senza capire che la prima legge resta quella interiore, quella dell’anima. E che senza una moralità intrinseca ed intimistica non c’è norma scritta esteriore che tenga, previo l’intervento di un grande fratello, il deus ex machina dei nostri giorni. Si potrebbe davvero inserire in una scuola l’idea del Panopticon che Bentham aveva pensato per una struttura carceraria? Quale educazione e quale scuola vogliamo? E, di conseguenza, quale società civile?

Antonietta Pistone


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