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Il Taccuino della Memoria di Raffaele de Seneen

Scritto da redazione il 14/11/2012


Il Taccuino della Memoria di Raffaele de Seneen

Fresco di stampa per la Casa Editrice Italiana Bastogi esce il Taccuino della Memoria del foggiano Raffaele de Seneen, di cui riceviamo, e volentieri pubblichiamo, la prefazione scritta da Savino Russo.

PREFAZIONE
Natale dello scorso anno: con il gruppo degli “Amici della Domenica” decidiamo di portare un po’ di giocattoli ai piccoli nomadi del Campo degli Ulivi di Arpinova. In men che non si dica riusciamo a raccogliere moltissimi doni e ci rechiamo felici e baldanzosi ad effettuare la consegna a domicilio, al campo, dove repentinamente e inaspettatamente si realizza la Caporetto del nostro buonismo: veniamo letteralmente assaliti da una torma di adulti che fanno a gara a chi si accaparra più regali. I tagliandini numerati preparati per il sorteggio dei giocattoli giacciono nel fango, tra i piedi degli zingarelli scalzi o muniti di ciabattone da mare numero 45, mentre qualche adulto più intraprendente si infila addirittura nelle nostre macchine per approvvigionarsi direttamente alla fonte...
Raffaele de Seneen è con noi, ad un passo da me: lo guardo di sottecchi, la sua espressione è impassibile, gli occhi al di sotto del colbacco di pelliccia una fessura. Mi avvicino, interrogandolo muto e mi sussurra: “La prossima volta gli lasciamo i pacchi davanti al campo e ce ne andiamo.”
Analisi ...logica del pensiero di Raffaele in quella circostanza: a) La solidarietà non è un optional e non è condizionata alla riconoscenza, almeno non a quella che ci aspettiamo noi; b) Proprio perché la solidarietà non è un optional, essa è un dovere irrinunciabile e inderogabile:    un obbligatorio contributo che ogni essere umano deve ad ogni altro essere umano.
Ecco il senso di quel “la prossima volta”.    La prossima volta, nonostante tutto, nonostante le mie stupide attese andate deluse, io sarò di nuovo qui perché è la mia umanità che me lo impone, senza “se” e senza “ma”.
Ho raccontato questo episodio perché cominciate a farvi un’idea del ...soggetto che ha scritto questo libro (il resto lo capirete da soli, leggendo i suoi racconti).
È un libro che ha un andamento per così dire “circolare”, casualmente felice nella sua non voluta architettura (l’autore ha consegnato in casa editrice una serie di file senza nessun ordine).
Si parte dalla memoria di una Foggia ancora più nascosta di quella solitamente indagata e divulgata (e ormai stucchevole nella sua banale ripetitività: quella delle ciammaruchelle e delle pizze fritte, tanto per intenderci), la Foggia cioè delle borgate rurali sorte durante il fascismo e oggi neglette e abbandonate a se stesse, per approdare alla parte centrale del libro: una serie di racconti, di ritratti di strada che alzano il velo su ancora un’altra Foggia, quella degli emarginati, dei terzomondiali, di una cultura e di stili di vita nuovi e diversi che ormai convivono con i nostri e che non vediamo. O che vediamo e spesso non tolleriamo.
E qui assume ancora maggior senso quell’episodio raccontato all’inizio e che indirizza la lettura della realtà, della realtà di questo nostro presente lungo i binari della più autentica tradizione. Di una storia e di una memoria storica che diventano chiave interpretativa e motivazione del nostro oggi.
Ermetico? Mi spiego meglio: quando Raffaele racconta la vita quotidiana a Borgo Incoronata negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale lo fa (benissimo, con una scrittura piana e affabulatoria) senza nessuna concessione alla nostalgia, a quella tossina del tempo che fu che blocca il capo all’indietro, facendo passare l’idea che quei tempi fossero migliori degli attuali.
La malinconia, questa sì, che pervade come una piacevole compagna tutti i racconti di questo libro (ma attenzione a qualche scena dal sapore felliniano come la “sparacchiata” contro i ladri notturni che si propaga come cerchi nell’acqua fino alle campagne circostanti il Borgo), non cede mai il passo alla nostalgia e il “come eravamo” diventa così implicita (ma neanche tanto) riflessione sul “come siamo” e anche sul “come saremo”.
*
Il percorso “circolare” del libro (dal passato al presente e infine di nuovo al passato) offre lo spunto per aprire una piccola parentesi su un tema che parte dalla memoria storica per giungere proprio allo spirito di accoglienza della nostra comunità.
Non è raro ascoltare ancora oggi (e soprattutto negli stessi ambienti che usano trafficare con le carabattole dei tempi andati) un certo senso di rivalsa, quasi un rancore verso i forestieri, verso “quelli della provincia” che avrebbero diluito, ...inquinato, una certa idea di “foggianità”.
Premesso che lo “specifico” della nostra gente non può in nessuna maniera essere accostato alla napoletanità, alla milanesità, alla stessa sciasciana sicilitudine (e sennò banalizziamo tutto: perché non una sanseverisità o una roccacannuccesità, allora?), se un aspetto distintivo, caratterizzante e sicuramente storico risulta naturale mettere in luce della nostra città, è quello di essere stata per secoli e fino ad oggi una città senza mura e dunque una città aperta: aperta ai traffici (la città dei mercanti!) e ai forestieri, disposta e disponibile alle “mescolanze”.
La foggianità (se proprio vogliamo appiccicicarcelo addosso, quest’adesivo) può così essere mediata per certi versi dalla stessa idea di milanesità: di una identità non originaria e per nascita, che diventa, “si fa”, vivendo e identificandosi nello stesso spirito della comunità ospite.
È per questo che moltissimi “provinciali” si sentono foggiani quanto i foggiani doc stessi.
Un altro dato che emerge ancora dalla memoria storica è che questa è una città solidale da sempre: per essere città aperta (appena detto), e per aver avuto nel corso della sua storia degli autentici campioni della solidarietà: Rosa Del Vento e Cola Zuccaio, Lorenzo Scillitani, Maria Grazia Barone, il canonico Rotundi, i Siniscalco-Ceci, le sorelle Figliolia e, recentemente, i coniugi Fasano, per citare solo alcuni nomi.
Sarà anche per questo che al foggiano Raffaele de Seneen risulta naturale occuparsi di zingarelli ed extracomunitari: è nel suo dna, è nel dna di questa città buona e rancorosa, sconcertante nella sua indolenza e nel suo autolesionismo eppure capace nei momenti gravi e bui di ricompattarsi (il pensiero va a come abbiamo vissuto la tragedia di Viale Giotto, per esempio).
*
Dopo questa digressione suggerita dagli stessi contenuti del libro, torniamo ...al punto di partenza, cioè alla parte finale dei racconti di Raffaele che, dopo tanto andare lungo le strade dei soli e degli emarginati, ritorna alla memoria, ritorna sulle rive del Celone, ai tempi della sua gioventù, alla sua storia personale intimamente intrecciata con la vita quotidiana della comunità del suo Borgo.
Da lì tutto è nato, da lì il coraggio e la consapevolezza per vivere “qui e adesso”, da lì le radici del futuro: ed è questa, in ultima analisi, l’unica maniera corretta di dare un senso alla tradizione e di onorarla.
Certi valori se non vengono calati nell’oggi, se non vengono ri-elaborati e ri-vissuti nel momento presente, rischiano - direbbe Croce, che però si riferiva ad altro - di restare casecavalle appise (così Labriola in una lettera a Croce; ma si riferiva alle idee platoniche...).
Grazie a Raffaele de Seneen per averlo tirato giù, quel ...caciovallo, e per averne donato un pezzetto a ciascuno di noi.

Savino Russo


P.S. ...ma io, Raffaele, sono sicuro che tu quel giorno Strazzacappa l’hai incontrato veramente


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