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Il Virus nella Mente di Antonello Bellomo ai Presidi del Libro di Manfredonia

Scritto da antonietta pistone il 29/9/2020


Il Virus nella Mente di Antonello Bellomo ai Presidi del Libro di Manfredonia

L’autore a colloquio con il giornalista Luigi Starace ha presentato il suo lavoro

Serata interessante, il 28 Settembre, ai Presidi del libro di Manfredonia, con la presentazione de Il Virus nella Mente, edito a Bari da WIP edizioni nel mese di Luglio del 2020. Il testo è l’ultima pubblicazione in ordine di tempo del professor Antonello Bellomo, ordinario di psichiatria presso l’Università degli Studi di Foggia, e cultore di Storia della Medicina. L’autore, intervistato dal giornalista manfredoniano, ma foggiano di adozione, Luigi Starace, ha parlato della storia delle maggiori epidemie virali nel corso dei secoli, a partire dalla peste del Trecento fino alla pandemia influenzale di Coronavirus, che da mesi ci ha costretti a cambiare vita, mutando radicalmente le nostre abitudini. Excursus storico a parte, la conversazione si è poi soffermata a descrivere quelli che sono i comportamenti reiterati dalle popolazioni nel tempo, allorché la vita viene messa in discussione dalla diffusione della virulenza. Gli atteggiamenti che si ripetono sempre uguali vanno dalla paura di essere contaminati dal virus, a forme di segregazione vera e propria, agite nei confronti dei contagiati che finiscono per subire, obtorto collo, una vera e propria stigmatizzazione. Sin dai tempi più remoti la malattia è stata interpretata come effetto della colpa e del peccato. Si pensi all’epidemia di sifilide, che colpiva col suo pregiudizio soprattutto le prostitute. Ma fu così anche per gli appestati. E, in epoca assai più recente, accade la stessa cosa per l’HIV. Altro elemento intrigante di conversazione è stato quello dell’affidamento. Di fronte ad una virulenza che la scienza medica non riesce ad arginare tornano nuovamente in auge il ricorso alla fede e alle pratiche di devozione popolare che alcuni Santi come San Rocco, Sant’Antonio Abate, Santa Rita, Santa Rosalia, San Cristoforo e San Sebastiano possono assicurare, almeno nell’immaginario collettivo, perché si sa che alcuni di questi personaggi hanno poi vinto la peste, come San Rocco, o fermato le epidemie, come Santa Rosalia a Palermo. Certamente il nostro presente storico è incerto, e lo è ancora di più il futuro ad un giorno dalla riapertura delle scuole in tutto il Paese. I virologi esprimono dubbi e perplessità, invitando alla prudenza, all’uso dei dispositivi di sicurezza e delle mascherine chirurgiche, al distanziamento sociale e alle norme igieniche, come il lavaggio delle mani. Ma nonostante tutte le precauzioni, è un dato di fatto che la riapertura delle scuole, di ogni ordine e grado, determina spostamenti di massa, anche nell’uso dei mezzi pubblici superaffollati, che non lasciano molti margini di sicurezza. Il rischio zero non esiste. Nemmeno utilizzando tutte le misure precauzionali. In questo difficile momento storico ciò che emerge di positivo è il valore salvifico delle tecnologie informatiche, che hanno permesso a scuole e università di continuare a funzionare con le lezioni in remoto, durante il lockdown, e che permettono ancora oggi la didattica digitale integrata, che consente di lasciare a casa metà classe per volta a turnazione. Per non dimenticarci dello smart working che continua ad essere praticato su larga scala da molte aziende e uffici pubblici per dipendenti che abbiano condizioni di fragilità o che scelgano liberamente di usufruirne per svariati motivi. Molti giovani universitari hanno potuto sostenere esami e discutere tesi di laurea, utilizzando le tecnologie informatiche. E i social hanno svolto una importantissima funzione aggregativa, che ha contribuito in misura determinante ad alleggerire la solitudine di chi ha vissuto in completo isolamento il periodo della chiusura. Insomma, ci dobbiamo in qualche modo riprogrammare, sostiene il professor Bellomo. Non disdegnando gli aspetti positivi delle nuove tecnologie informatiche che, se in tempi di pace finiscono per aumentare la distanza sociale tra esseri umani che hanno dimenticato il valore dell’incontro de visu, in questa triste e difficile congiuntura ci stanno aiutando a superare le inevitabili difficoltà professionali e umane che derivano dalla necessità del distanziamento sociale e fisico e dall’esigenza di mantenere comportamenti adeguati e rispettosi per la salute di tutta la collettività. Dal punto di vista strettamente psichiatrico, invece, se durante il lockdown c’è stata una evidente diminuzione della richiesta medica di soccorso, alla riapertura sono riesplose le richieste di aiuto, con un accentuarsi dei casi già noti, ed un nuovo incremento di malattie psichiche, causate proprio dai lunghi mesi di solitudine imposta dal lockdown, con l’evitamento dei rapporti sociali e la stretta sulle relazioni che, da sempre, costituiscono un’importantissima àncora di salvezza per tutti. Una parola buona, un sorriso, uno sguardo, o la semplice presenza fisica, fino al contatto umano vero e proprio, possono salvare una vita. Quando queste “presenze” vengono a mancare, l’isolamento e la solitudine che ne derivano rendono possibile ogni smarrimento, dando luogo a forme patologiche medio gravi, che necessitano di assistenza e cure anche ospedalizzate. Lo stesso autore, difatti, facendo outing, nel corso della conversazione ha ammesso di aver utilizzato la scrittura, nel periodo di lockdown, come passatempo, ma anche come forma di sublimazione personale, per superare ansie e paure legate all’emergenza in atto per la diffusione della pandemia.

Antonietta Pistone


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