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Il maestro Guastamacchio illumina la Crocifissione

Scritto da antonietta pistone il 6/6/2018


Il maestro Guastamacchio illumina la Crocifissione

Raffaele Guastamacchio rievoca i giorni del dolore con una suggestiva pala d’altare.

L’impianto è improntato alla classicità ed è rievocativo delle scene e dei particolari presenti nelle evangeliche testimonianze, ricorrenti nelle cerimonialità rituali ispirate ai giorni del dolore. Raffaele Guastamacchio ha voluto dar senso all’impatto emozionale che alimenta l’efficacia comunicativa. L’innovazione è intanto evidente nella coerenza del suo stile e negli strumenti di cui si avvale, per rendere i materiali, d’uso attuale, duttili alle esigenze dell’arte e delle personali impronte stilistiche, bene evidenti e identificative. L’atto di fede e la sua coscienza di cattolico, che sa come esserci nei canoni dell’arte sacra, lo hanno impegnato a rendere visibile la scelta del Figlio dell’uomo di accettare il sacrificio e affrontare il martirio sulla croce. Di certo era il più umiliante che potesse mai toccare al Giusto per eccellenza, che riscatta tutta l’umanità e la riconcilia con il Padre, mantenendo così la promessa: sperent in me; chi nel Signor confida col Signor risorgerà. L’artista ha risposto all’esigenza di far percepire un illusorio fondale trasparente, inventando uno sfondo allusivo alle vetrate delle cattedrali, per rendere maggiormente avvertiti i mutamenti repentini della luce che si alterna e vivifica due opposte modalità presenti nella visione diurna e in quella notturna. Il Cristo esala l’ultimo respiro in un grido possente, annunciando che dalla vita terrena transitava all’eternità, alla quale apparteneva la sua divina natura. D’improvviso si oscurano il cielo e la terra, che trema e sussulta in risposta agli eccessi della malvagità degli uomini che non sanno quello che fanno. Solo i colori luminescenti avrebbero potuto consentire una duplice fruizione dell’opera d’arte con l’ausilio della lampada di Wood, nella variazione degli effetti che la ripropongono in diversificati cromatismi, suscitando nuova meraviglia agli occhi intenti a vivere la scena d’insieme nella sua interessante struttura compositiva. La vetrata immaginaria, siglata da vari tagli, perimetrati come da canalette di piombo, è invasa da altre intense percezioni cromatiche e, proposta quale trasparente varco, giustifica i repentini mutamenti della luce. Al mio amico Lello non è sfuggito il miracolo della luce meridiana che risplende nella notte santa in cui Gesù bambino viene a rinnovare il mondo: la più celebre delle pastorali ricorda che “quanno nascette Ninno a Betlemme, era notte e pareva miezo juorno” ed uno dei più celebri e commoventi canti, commemorativi della morte del Cristo, ricorda invece alla pietà popolare che si oscurarono i cieli e la terra: “…scurava lu sole, scurava la terra, scurava Maria ch’era tanto bella; scurava lu cielo, scurava l’abisso: lu figlio di Maria sta crocifisso”. Questa lamentazione mette i brividi, specie se intonata nelle antiche espressioni dialettali del nostro profondo meridione, quando viene rivissuta la disperazione di Maria Maddalena: “cu li trezze d’oro jeva chiagnenno sola pe la via. Piangeva: “Nun te trovo mio tesoro; si’ priso, mo si’ muorto , si’ perduto”. La lampada di Wood e la padronanza nell’uso dei colori luminescenti consentono, quindi, all’artista di sottrarre alla staticità la suggestiva fruizione della sua pala d’altare, che, come già è stato detto, vive nella duplice atmosfera della luce diurna e di quella notturna, con le percettibili vibrazioni che permangono sulla retina durante le ben programmate alternanze. Ai piedi della Croce gemono le Marie; i soldati e la folla fanno percepire diversi stati d’animo nei loro atteggiamenti; le lance di varia misura valgono a far percepire vari effetti geometrici, mentre gli spazi del suolo, fioriscono diversamente. I prati, infatti, sono molto elaborati e suggeriscono diversificate modalità partecipative di quelli che assistono al martirio, giunto ormai alle fasi conclusive. Non mancano né la spugna imbevuta di aceto e fiele né la picca di Longino; son ben identificati anche coloro che si contendono, come preda ambita, la tunica di Gesù. L’assenza dei dettagli nei volti è significativa del fatto che, agli eccessi di barbarie, prestano le loro fattezze i disumani d’ogni tempo. Non si tradisce la storia rievocata e, intanto, l’arte suscita acute riflessioni. Guastamacchio affida al conforto degli angeli il Cristo, santo e sofferente. Il buon ladrone si torce sul legno della sua pena efferata, ma è certo della promessa ricevuta dal Messia. L’altro condannato è schernito, dal basso, dai sadici che godono del dolore con cui sta scontando i delitti commessi, ma già il demonio, tutto rosso, è presente sul patibolo e gli infonde altro terrore con il minaccioso annuncio delle sofferenze che spettano ai dannati per l’eternità. Per un più motivato giudizio va inoltre fatto notare che il poliuretano espanso ha il pregio della leggerezza, ma esige un lavoro impegnato, meticoloso, snervante: non sono consentiti errori. Migliaia di solchi sottilissimi e accorte bulinature sono necessarie, perché i pigmenti siano accolti e aderiscano nella giusta maniera. La creatività deve inoltre fare i conti con le possibilità realizzative e, quindi, anche tanti altri elementi che non saltano subito all’occhio andrebbero sottolineati per chiarire che un’opera d’arte è frutto di un lavoro immane. Sottovalutarlo non è consentito. Spetta alla sensibilità del fruitore meditare sulla consapevolezza dell’artista di aver affrontato un tema rispondente al suo intimo atto di fede. Gli spetta, quindi, il merito di averlo trasferito in immagini equilibrate, proprio come le esige la riflessione meditativa.
Angelo Calabrese


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