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Il prof. Giancarlo Galeazzi intervistato al Festival del Pensiero di Ancona

Scritto da redazione il 1/2/2011


Il prof. Giancarlo Galeazzi intervistato al Festival del Pensiero di Ancona

E’ iniziata Mercoledì 26 Gennaio la XV Edizione del Festival del Pensiero “Le parole della Filosofia” nel 1° semestre e “Le ragioni della parola” nel 2° semestre di Ancona, a cura dell’Assessorato alla Cultura del comune ed in collaborazione con la Società Filosofica Italiana, Sezione di Ancona, presieduta dal Prof. Giancarlo Galeazzi. Ho incontrato il professore presso il suo studio sito nell’Istituto Teologico dell’Università Lateranense di Ancona.
Prof. Galeazzi, perché puntare ancora sulla filosofia spiegata al grande pubblico? Non sarebbe meglio utilizzare la formula consolidata da anni di conferenze solo per gli addetti ai lavori?

E’ una linea di tendenza che, anche fuori da Ancona, caratterizza il tempo presente, tenga presente che 10 anni orsono è nato il Festival della Filosofia di Modena che richiama la cifra straordinaria di 50.000 persone, nell’arco di una settimana; ci si può rendere conto del successo che la filosofia ha. C’è, come linea di tendenza, questo bisogno di avvicinare un pubblico diversificato a ciò che fino a ieri era oggetto di studio o di discussione da parte di specialisti. Noi quindici anni fa abbiamo dato il via a questa iniziativa, che sembrava una scommessa non vincente, chi mi stava intorno diceva che era azzardato pensare di fare filosofia dopo cena, ad Ancona, quando Ancona sembrava spopolarsi alle ore 20; quindi, chiamare la gente alle 21, in un teatro di cinquecento post, sembrava arduo, ebbene la formula ha funzionato subito, infatti avevamo iniziato in bellezza ben 15 anni fa, facendo venire Stefano Zecchi a parlare di “bellezza” appunto, in effetti vedere questo teatro pieno, ma se fosse solo una questione quantitativa si potrebbe dire che forse c’è una moda, io direi che non è solo una questione quantitativa, ma è una questione qualitativa, cioè che cinquecento persone, stiano a sentire in silenzio e con attenzione, coinvolte ebbene anche i relatori si sono stupiti della compostezza di questo pubblico che io ho cercato in una qualche maniera di educare a questo, cioè quando si fanno le cose, bisogna farle per bene altrimenti facciamo a meno di farle.

Quindi la filosofia, come scienza umana, svolge ancora, a distanza di millenni, una funzione altresì pedagogica?

Direi proprio di si, una funzione estremamente formativa perché, per esempio, le nostre iniziative noi potremmo chiamarle non delle conferenze o delle lezioni, quello che io chiedo ai relatori è che non mi facciano una lezione universitaria, accademica, che non leggano un testo, sono delle conversazioni che possono essere definite anche degli “esercizi di pensiero”, ecco esercitare il pensiero, questo è l’imperativo; in fondo io, sotto questo profilo, non ho mai dimenticato la lezione di quel filosofo illuminista che risponde al nome di Immanuel Kant: “Abbi il coraggio di pensare”, questo era l’imperativo che lui rivolgeva all’umanità dicendo: “Ricordati uomo che se sei minorenne è perché tu ti sei messo sotto qualcuno, sii autonomo, abbi il coraggio di pensare e diventerai maggiorenne” e la maggiore età, culturale/filosofica, non è come quella cronologica, per cui una volta che sei entrato nella maggiore età nessuno ti può portare fuori da quella, no! Dice Kant: “Ogni volta che tu non sarai autonomo, non ragionerai con la tua testa, non eserciterai il pensiero pubblicamente, ogni volta ritornerai in uno stato di immaturità, d’infantilismo”, quindi è una responsabilità questa dell’uomo e la città, se è vero che è il luogo in cui gli uomini vivono e si incontrano, ebbene allora la città è il luogo ideale per fare questi incontri e allora c’è una dimensione formativa, cioè non pedagogica nel senso che si vuole insegnare la filosofia, si vuole piuttosto insegnare a filosofare, cioè a capire come un maestro, un grande filosofo o pensatore, come lui ragiona, ascoltando, poi ognuno ha la sua testa, ha il suo retroterra culturale, ha il suo bagaglio informativo ed è evidente che i livelli sono diversi, però da quel personaggio con cui ti sei incontrato impari un certo modo di affrontare le cose.

Il filo conduttore “Futuro: minaccia o promessa?” Ci lascia desumere che potrebbe riservarci entrambe le cose …

Direi proprio di si, l’interrogativo non intende prendere parte né per un’ipotesi né per l’altra, sono due ipotesi che però nel momento in cui si presentano insieme, dice una cosa che non è stata nel passato, cioè il passato era identificato con la promessa, vuoi perché le filosofie e le culture parlavano del progresso, “andiamo avanti che andiamo meglio”, vuoi perché il giovane per sua natura è ottimista, guarda in avanti, vuoi perché l’economia in slancio dopo la seconda guerra mondiale, se noi avessimo posto questa domanda cinquant’anni orsono, noi avremmo avuto persone che avrebbero detto “guardiamo avanti e guardiamo con fiducia, anzi, vi faremo vedere come si fa ad andare meglio”, quindi il futuro era sicuramente una promessa, era il sole dell’avvenire; oggi se uno dice che il futuro è una promessa, suscita ilarità, “quale promessa”, “è una minaccia, vien voglia di dire”, ecco il rischio e che si finisca per pensare al futuro solo in termini di minaccia, le premesse ci sono, basterebbe pensare al tasso di disoccupazione giovanile, a coloro che nemmeno risultano disoccupati perché semplicemente non studiano, non lavorano e non cercano lavoro; tutto questo dice di una situazione che ha una caratteristica non semplicemente professionale, ma umana molto negativa, manca un’attitudine positiva al lavoro, cioè il lavoro mi dà prurito perché non riesco a trovarlo e viene fuori che quella che è una categoria praticamente professionale, il cosiddetto lavoro precario, diventa una categoria esistenziale, e questo è estremamente preoccupante, esistenziale, cioè che noi cominciamo a pensare la nostra vita in termini precari, cioè precario il mondo degli affetti, perché tutto diventa all’insegna di una instabilità, di una inconsistenza, “l’amore è eterno finché dura”, cioè è tutto a tempo determinato, quindi noi stiamo mettendo in gioco una certa concezione dell’uomo, c’è in gioco un’antropologia, noi rischiamo di avere dei giovani disamorati del lavoro, della vita, della società, il rapporto CENSIS ha usato un neologismo, una parola nuova, mettendo insieme due parole che già ci sono: “narcinismo”, un incrocio tra narcisismo e cinismo.

E qui professore introduciamo un’altra domanda che è notizia di questi giorni appena accennata da lei, il narcisismo pare sia stato sdoganato dai disturbi della personalità, cos’è cambiato dunque nella società tanto da farci apparire, culturalmente, tutti un po’ più narcisi?

Noi abbiamo oggi un trionfo dell’individualismo e un trionfo dell’indifferentismo contrabbandati dalla tolleranza, cioè io sono tollerante semplicemente perché sono indifferente, non me ne curo, non mi interessa, questa non è tolleranza, questa è indifferenza ed è della peggiore specie se poi si coniuga con l’attenzione rivolta solo al proprio “particulare”, ecco il narcisismo, ne viene fuori quest’atteggiamento “narcinismo”, ma che un giovane possa correre questo pericolo è estremamente grave, perché se c’è qualcuno che per definizione non può essere cinico, cinico può esserlo un vecchio, ne ha viste tante che comincia a dire, “ho capito come và il mondo”, ma il giovane no! Se il giovane comincia a diventare cinico, noi siamo ad una gioventù espropriata della sua giovinezza e questo è assolutamente grave. C’è un disagio in riferimento ai giovani, che non è più solo psicologico, è un disagio sociale, quella che è stata definita anche “la generazione invisibile”, rischia di essere veramente tagliata fuori, ora o noi torniamo a permettere alle persone di pensare, di esercitare il pensiero, o noi rischiamo che nel marasma generale, nel decadimento generale, non ci si salvi, l’idea che ci si possa salvare dal cambiamento è un’idea ingenua, non ci si può salvare dal cambiamento, ci si può salvare nel cambiamento, cioè se non rifiuti di capire che le cose cambiano e di fronte alle cose che cambiano, alcune le prendi ed altre le lasci, il ché richiede un atteggiamento critico, di giudizio: “questo si, questo no”, chi desidera non salvarsi nel cambiamento è uno che si crea la nicchia sua, che cerca di salvarsi e non di salvare il mondo, in realtà non salva né il mondo e né se stesso, perché quando c’è la deriva, noi ci troviamo di fronte all’incapacità di governare il futuro. Un punto che a me pare importante ed era all’origine di questa Rassegna Filosofica    “Le parole della filosofia”, ma anche della seconda Rassegna “Le ragioni della parola”, si nota in tutti e due i casi questo richiamo alla “parola”, perché, a parer mio, è lì che bisogna riflettere, non fare i grandi trattati di metafisica, di logica, una filosofia sistematica, omnicomprensiva, omniesplicativa, no, partiamo da cose semplici. Se cominciassimo ad incidere su cose che dipendono da noi, con senso di responsabilità, nell’ambito del nostro mondo, per quanto possa essere circoscritto, perimetrato, noi riusciamo a fare il nostro dovere, ma per fare questo bisogna che io capisca le parole, altrimenti andiamo sul generico.

Incertezza, Anima ed iPad, Tempo e progetto, Memoria e impegno; sono alcune delle conferenze che terranno esimi professori universitari di Filosofia all’interno dell’Evento; da ciò ne deduciamo che la filosofia si sta facendo sempre più pragmatica ed al servizio dei tempi, vero?

La fortuna di questa Rassegna, scegliamo un tema, per es. il futuro, vediamolo articolato in quattro parole che sono: incertezza e poi il presente, il futuro e il passato, chiamate un tantino meno genericamente; incertezza è la prima ed è stata fatta da Remo Bodei, seguirà l’anima e l’iPad ma per dire l’attenzione al presente con Maurizio Ferraris, poi si guarderà a tempo e progetto dunque alla speranza di guardare avanti e infine ultimo, ma non ultimo, per chiudere per dare un’indicazione preziosa e cioè, non si va avanti se non ricordiamo, come per dire non si può sapere dove si vuole andare se non si sa da dove si viene, allora questa memoria è fondamentale ma vicino ho voluto mettere il termine impegno, perché il rischio torna ad essere quello di qualcuno che cerca di astrarsi dalle vicende dell’uomo, del mondo, di sottrarsi da tutto questo e in questa maniera gioca male le sue carte perché, direbbe Bodei “Tante cose non dipendono da noi, però tante altre sì”. La filosofia è stata sempre al servizio dei tempi, in effetti quando è nata nel contesto della polis greca, poi nel medioevo nel contesto del primato della teologia, della Chiesa, poi nell’età moderna s’è collocata nel contesto della scienza, oggi si colloca nel contesto della tecnologia, non è ipotizzabile una filosofia che stia fuori dai tempi, questa è un’immagine anche visibile del filosofo, la filosofia deve misurarsi col proprio tempo, può essere una strada, non dico che sia l’unica, quella di partire dalle parole, di restituire alle parole la loro consistenza, di farle fuoriuscire da quel logorio che hanno subito, per cui noi abbiamo un vocabolario sempre più ristretto, un lessico sempre più ridotto, pensate voi al campo dell’affettività, il non denominare le cose, significa poi non essere capaci di padroneggiare con determinati sentimenti, più che vivere sei vissuto.

Reputa che ad un tempo tecnologico tout-court, sia necessario sostituire un tempo che possa ritornare ad essere più vicino a dei ritmi umani, privandosi di un po’ di agi conquistati?

Penso proprio di si, c’è bisogno di uno stile di vita diverso, il fatto di cambiare o di rinunciare a certe cose, è un mito quello di dire che basta andare avanti per andare meglio, certi miti sono caduti e non a causa della filosofia, la filosofia ci rende consapevoli che bisogna cercare di capire come venir fuori da questa situazione, sotto questo profilo, attualmente, noi guardiamo a certe cose forse con un modo un po’ più tradizionale, ma c’è un’alfabetizzazione anche sentimentale ed invece no! Siamo nell’analfabetismo emozionale, noi non siamo capaci di leggere la grammatica delle nostre emozioni, dei nostri sentimenti, dei nostri stati d’animo, non siamo attrezzati perché nessuno ci ha educati a questo, non c’è un’alfabetizzazione, direbbero i vescovi, etica; noi rischiamo oggi di non sapere più cosa vuol dire bene e male, perché ognuno può stabilire cos’è bene e male, allora tutto diventa, l’ha detto un filosofo/sociologo, liquido, morbido, Bauman, e la vita è liquida e l’amore è liquido la modernità è liquida, perché la solidità di certe cose si è liquefatta, con questa realtà liquida dobbiamo misuraci, bisogna quindi stare attenti, non possiamo “liquidarla”.

Le sue lezioni, all’interno dell’Evento, sulla “Filosofia dei sentimenti”: amore, odio, timore e rispetto; intendono ristabilire le giuste misure ed ambiti di competenze tra la pratica filosofica e la psicanalisi?
Il nesso fra filosofia e psicanalisi c’è da quando Freud ha avviato questo discorso, con la pubblicazione nel 1900 dell’”Interpretazione dei sogni”, la filosofia si è misurata anche con la psicanalisi, se non lo facesse si sottrarrebbe ad un suo preciso compito, però non è che la filosofia sia a rimorchio della psicanalisi o sia al servizio della psicanalisi, io per esempio in queste lezioni cercherò di fare un lavoro su un duplice fronte, per un verso cercare di capire che quando usiamo queste parole non diciamo solo parole che hanno un senso positivo o un senso negativo, tipo l’amore è bene, l’odio è male; il rispetto è bene, il timore è male, no! Innanzitutto i sentimenti sono ambivalenti, cioè hanno sempre una portata positiva e negativa, perché l’amore è una gran bella cosa, ma ci sono anche gli amori pericolosi, insomma non è detto che basta dire amore; l’odio è certamente negativo se esercitato nei confronti di qualcuno, ma se io odio il peccato non è che sia negativo, non devo odiare il peccatore; se io ho rispetto per qualcuno è una cosa buona, ma se io ho un atteggiamento di sottomissione, di soggezione, non è buono; se io ho timor di Dio e va bene, ma se io ho il timore come paura ecc. è male, allora innanzitutto far prendere coscienza di questo e poi collegare questi sentimenti al clima in cui viviamo che è quello a cui ha fatto riferimento Bodei, nella prima lezione, cioè l’incertezza, secondo me è da lì che bisogna partire; l’incertezza è l’orizzonte entro cui collocare tutti i discorsi; l’incertezza oggi ha qualcosa di nuovo, per esempio, c’è un’incertezza esistenziale, nel senso che non sappiamo mica quando moriamo, le altre incertezze che sono l’incertezza della società, che qualcuno ha chiamato “società del rischio”, o “società dell’incertezza” Bauman, l’incertezza nei valori, quali valori valgono?

I sentimenti di cui lei parlerà, sono altresì ricerca di spiritualità? Dobbiamo ascriverli in quel circuito che ha visto prepotentemente farsi avanti pratiche di tipo olistiche così in auge in ambienti New Age, oppure sarà qualcos’altro? Una sorta di sguardo “scientifico” alla ricerca del Trascendente?

La lettura che io propongo è una lettura: “laica, filosofica e razionale”, cioè i sentimenti così come vengono presentati, amore, odio, timore e rispetto, non sono visti nella loro valenza psicologica o psicanalitica, ci sono altri che possono occuparsi di queste cose, qui, fin dal titolo si dice, “filosofia dei sentimenti”, il taglio è filosofico, cioè ragioniamo su queste parole, proprio nel cercare di capire come sono nate, come si sono sviluppate, che cosa hanno comportato come visione della vita, del mondo, a livello di relazioni tra gli uomini, tra i popoli, perché se queste parole diventano, come dire, degli slogan, delle parole pass-par-tout: “sei favorevole o contrario all’amore? Sei favorevole o contrario all’odio?” Allora le risposte sono banali, sono favorevole all’amore e sono contrario all’odio, ma cosa vuol dire? Bisogna ri-appropiarci del significato che queste parole comportano, perché questo significherebbe, a me pare, riavere la consapevolezza della complessità per cui in una qualche maniera, se mi è concesso, io direi che questi esercizi di pensiero, sono un antidoto alla logica degli spot, là andiamo secondo una logica, che è quella di colpire l’immaginazione, del risolvere tutto in una formula, del fissare con un flash; la vita è un po’ più complessa.

Continuando su tale tematica, lo stesso Umberto Galimberti, psicanalista e filosofo, pare si sia votato completamente alla teoria del primato della filosofia, come relazione d’aiuto invece della psicanalisi, mi riferisco principalmente a quanto lo stesso dice nel suo libro: “La casa di psiche: dalla psicanalisi alla pratica filosofica”, reputa possa essere così oggigiorno, con la caduta dei tabù di ottocentesca memoria e l’insorgenza di nuove malattie dell’anima, che sono essenzialmente, come dice Galimberti appunto, di natura culturali?

Qui c’è un gran dibattito, non credo che siamo in grado di risolverlo, perché è venuta fuori da un po’ di tempo, diciamo in Europa ed in America da una trentina d’anni, quella che va sotto il nome di “Consulenza Filosofica” di “Pratica Filosofica”, insomma la filosofia un po’ come terapia. Ora l’idea per se stessa non è nuova, lo è sempre stata, perché Epicuro parlava della filosofia come del “quadrifarmaco” era una medicina che curava quattro malattie, oggi però c’è una caratterizzazione che, a parer mio, è molto interessante se non supera i limiti, perché bisognerà fare attenzione: se il disagio è culturale e esistenziale e siamo entro livelli di “normalità”, la filosofia può dare un grande aiuto a responsabilizzarsi e a consapevolizzarsi, ma non vorrei che questa filosofia fosse ipotizzata come una specie di panacea che ci guarisce dai mali, che si sostituisce alla medicina o alla psicanalisi, facciamo fare a ciascuno il proprio mestiere, se c’è bisogno di una terapia medica o di una terapia psicanalitica si ricorra a quello, qua il discorso è più sul piano formativo, che la filosofia può esercitare un compito anche “terapeutico”, ma con le giuste misure, altrimenti sarebbe un eccesso.

Tra le relazioni d’aiuto si annoverano le cosiddette Pratiche Filosofiche all’interno delle quali, la Consulenza Filosofica o Counseling Filosofico si sta facendo sempre più strada. In un recente libro “Oltre la filosofia” di Ran Lahaav, filosofo israeliano, lo stesso asserisce che la tendenza della filosofia di divenire una risolutrice di problemi di tipo esistenziale sia una banalizzazione della stessa rispetto a quelli che sono i suoi grandi temi che vanno ben oltre la sola e mera risoluzione dell’empasse esistenziali; asserisce che la filosofia non fornisce soluzioni. Lei, prof. Galeazzi, cosa ne pensa in merito?

Sono molto d’accordo su questa impostazione anche se, non sono affatto d’accordo, nel momento in cui si dice che questo può essere una banalizzazione, cioè noi dobbiamo renderci conto che, se fatto bene questo approccio, diremo così, di sostegno, di aiuto, di consapevolizzazione, anche se viene esercitato nei confronti di un pubblico non eterogeneo e diversificato, va bene, non è una banalizzazione; questa è una critica che è stata fatta anche nei confronti dei Festival, è stata fatta anche nei confronti delle mie conferenze, cioè quanto si rischia di perdere, come dire, la ricchezza la complessità della filosofia, ma certamente la filosofia va fatta anche nelle aule universitarie, ma non può essere considerata semplicemente un dovere da chi la esercita per professione, è un diritto di tutti, sta nel DNA dell’uomo interrogarsi, è questa la filosofia, nel momento in cui io non mi acconcio a ripetere quello che mi viene detto, ma dico, “ma perché?”, pongo questo perché, questo “cur” dicevano i latini, la “curiositas” è questo, che non è quella pettegola che va di moda oggi del gossip ecc., ma è quella che ci coinvolge, quella che ci chiama in causa, quella che ci mette in gioco e lasciarsi mettere in gioco dalle domande è importante, anche perché poi, non vorrei farla troppo difficile ma, c’è una domanda che è proprio squisitamente filosofica e cioè: “perché ci facciamo domande”? E’ la domanda sulla domanda, in realtà la filosofia è così, sono 2500 anni che si domanda che cos’è l’essere; è la domanda che è d’altra parte inestinguibile, ma è anche inesauribile, non c’è risposta che possa soddisfarla completamente, perché la risposta che diamo suscita un’ulteriore domanda e ci rimette di nuovo in gioco, quindi c’è posto per tutti, sia per chi la deve fare professionalmente, la deve fare con il linguaggio adeguato, con quella specializzazione tecnica, anche a livello di vocabolario filosofico, ma certamente non finisce lì; aveva ragione Schopenauer quando ridicolizzando la filosofia idealistica la definiva in una certa maniera, che così, per sorridere, per far capire che c’è una filosofia, tipo quella hegeliana, “incomprensibile” diceva: “la palingenetica obliterazione dell’io che s’infutura nell’archetipo prototipo dell’antropomorfismo universale” ecco di questa filosofia noi non sappiamo che farcene, questa la lasciamo ai professori di filosofia, la mia convinzione è che bisogna condividere questo ricco patrimonio della filosofia, con chi professori di filosofia non sono, è un loro diritto.

Filosofi di sinistra o cattolici, al limite catto-comunisti; esiste una filosofia Super Partes oggi in Italia?

Il filosofo non è disincarnato e quindi una collocazione ce l’ha, però queste etichette oggi, non sanno più di niente, cioè appartengono a quello che era il periodo degli anni ’70 del secolo scorso, parlare di catto-comunisti oggi non avrebbe senso, non c’è più una filosofia cattolica, non c’è più una filosofia marxista, la filosofia batte altre strade, in questo senso è la filosofia del dialogo, è la filosofia del linguaggio, è la filosofia che cerca di capire come gli uomini possano convivere e la convivenza pone un problema che è altamente filosofico e qui tornano fuori anche coloro che sono di estrazione cattolica o non cattolica ecc., è più importante la verità o la carità? Qui si scontrano due concezioni della filosofia, diremo così, ed io credo che ci sia da far pensare perché c’era una famosa espressione, ad esempio, di Aristotele che viene ripetuta in latino “Amicus Plato, sed magis veritas”, cioè “sono amico di Platone, ma sono più amico della verità” e dunque, sono stato suo discepolo ma quand’è il momento ne prendo le distanze perché io sono amico della verità. Io non so se questa frase si può ripetere oggi in una società multiculturale, se non dobbiamo piuttosto dire: “Amica veritas, sed magis Plato” cioè, si sono amico della verità ma sono anche più amico dell’uomo, di quella persona con cui io devo dialogare che è diversa e mi pone i problemi ed io ne pongo anche a lui, se io comincio a dire che le cose stanno così o non stanno così, entriamo in un gioco dialettico confutatorio puramente logico che in una società interculturale, non regge e allora senza far torto, se facciamo logica o scienza dobbiamo procedere in questa maniera, ma nei rapporti per esempio interpersonali, nei rapporti tra popoli, dobbiamo seguire questo, dice Polidoro, un filosofo morale che era un grande economista, premio Nobel, intitola un suo libretto dove ci sono delle conferenze: “La democrazia degli altri”, noi siamo convinti che la democrazia è nostra, è solo quella nostra, ma guarda che c’è anche la democrazia indiana (ad es.) e forse è anche più antica di quella occidentale, c’è la democrazia degli altri, c’è l’estetica degli altri, c’è la religione degli altri, c’è la logica degli altri, allora se tu ti ingabbi dentro una visione monistica, diventa etnocentrismo, ha sviluppato il suo tempo, ha avuto anche i suoi meriti, ma ha fatto il suo tempo, oggi dobbiamo uscir fuori da questo, la filosofia si pone proprio, l’ultimo o il penultimo congresso mondiale, poneva proprio la filosofia come “strumento del dialogo”, ma non può essere più il dialogo di una volta, quello logico, deve essere un dialogo tra persone, non solo tra teste, tra cervelli, tra menti ma tra persone e tu dialoghi con le persone se sei capace di metterti nei panni dell’altro e questo cambia l’orizzonte.

Il Festival della Pensiero è cominciato ad Ancona, questa piacevole chiacchierata con il gentile Prof. Giancarlo Galeazzi è stata una delucidazione necessaria per capire quali sono stati i motivi che hanno spinto a puntare ancora ed ancora sul dialogo costruttivo ed empatico fatto da esperti del fine pensare e parlare tale da concedere consapevolezza e suscitare la curiosità per ri-avvicinarci alla più antica disciplina dell’uomo ed alla più saggia maniera per utilizzare il pensiero.    Seguire le conferenze e le “lezioni” che si avvicenderanno in questa interessante Rassegna della parola è l’auspicio che si fanno gli organizzatori affinché tali importanti appuntamenti siano sempre più frequenti e utili per il dialogo sociale, edificante.
La filosofia non ha esaurito il suo interesse, il numero dei partecipanti agli incontri è notevole, ciò significa che c’è una richiesta da parte delle persone di ri-appropriarsi delle categorie dell’intelletto che ne fanno esseri umani pensanti e quindi critici costruttivamente della società odierna. Altresì scopriamo quanto attuale sia il discorso dei sentimenti inseriti nel contesto genere umano che necessitano di una ri-trovata etimologia emozionale, con le pratiche filosofiche e le relazioni d’aiuto quale il counseling filosofico, come esperti, ci stiamo misurando ottenendo risultati lusinghieri in quel percorso che associa tematiche psicanalitiche a formazione e consapevolezza filosofica.
Buon Festival.

Francesco Iannitti


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