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Il tema dell’infinito nella poesia di Maria Teresa Savino

Scritto da redazione il 19/2/2011


Il tema dell’infinito nella poesia di Maria Teresa Savino

Non ho voluto subito - allora - mettermi al computer e scrivere! A me piace tornare a rileggere e riscoprire, dopo, con mente serena. La poesia non è acqua e non è sabbia. Se c’è, non passa fra le mani. E infatti, a distanza    di    anni dalla pubblicazione di Radici d’infinito (Firenze Libri, Firenze, 2002), il mio giudizio non è cambiato.
Maria Teresa Savino, sulla traccia dell’infinito leopardiano, ma con la consapevolezza che l’Ottocento romantico è irrimediabilmente concluso e distante, ha dato voce a una raccolta di liriche ispirate alla contemporaneità, ma attraversate dal sentimento lungo che nasce dal ricordo e da una pulsione di vita che punta a superare il confine del tempo. Con intelligenza e sensibilità, una volta captati e comparati gli avvenimenti del contingente, distanziandoli e meditandoli, ella è in grado di elevarsi dalla superficie della terra a problemi che investono l’umanità intera del pianeta e la natura e il cielo. . . complice, senza dubbio, l’immaginazione e il sogno. Da un lato - dunque - le radici (i legami umani, la terrestrità, i fatti, la cronaca, la tristezza e la malinconia, le passioni, il cuore degli uomini... ), dall’altro lato lo spazio aperto, incommensurabile, il volo, il vuoto, le illusioni, gli ideali, i templi azzurrati ... l’ora felice. La Savino avverte fortemente il bisogno di sganciarsi (... muoveremo...) dalle radici, di volare alto, a cercare salvezze, ma ad un tempo sente la limitatezza, il peso dell’àncora, l’impossibilità di spingersi nell’infinito come una libera monade vagante, con l’ebbrezza di essere se stessa. L’in e l’out sono due forze eguali e contrastanti. È questa la strana condizione dell’uomo moderno (a partire da Baudelaire), la ragione della sua perenne irrequietezza. Siamo vincolati alla terra, ma con aneliti e speranza di infinito e di eterno. Rischioso è il viaggio, il divenire verso l’ignoto, il cambiamento; e tuttavia è certo che nulla fermerà l’uomo. Il compito della poesia è quello di inculcare valori, finalità, attraverso un percorso in cui non si ripetano errori e mali del passato o del presente: la guerra (quella del Golfo e quella bosniaca), la fame, il terrorismo, lo stupro e il commercio di donne e di bambini, l’immigrazione, le persecuzioni, ...
In quest’ultima raccolta della Savino scopri la sua maturità di donna e di abile creatrice del verso. Senti ormai come dato superato una mescolanza di Ungaretti e Montale, ma anche di Quasimodo e Luzi, o di Neruda e Prevert, cioè di quei poeti formatori che molto hanno contribuito alla scoperta dell’io e alla crescita della maggior parte dei giovani del secondo novecento. Ma questo ormai è solo l’antefatto. La poesia da apprezzare, come la Savino fa rilevare, non è quella dei liuti (a corde pizzicate … e suoni raffinati), ma quella dei tamburi (musica di percussioni che fanno pensare a eruzione di incandescente lava, cenere e lapilli, fuoco, fumi, vita e morte ... ), suoni capaci di snidare e accompagnare le ossessioni dei moderni.
La provincia nella quale viviamo resta - a ogni modo - filtro e nello stesso tempo riparo. I valori familiari stanno alla globalizzazione, così come la tangente sta al centro, ma ciò non è un dato negativo, anzi esprime una determinazione critica delle cose e del mondo, non una omologazione. Siamo cauti e nello stesso tempo aperti. La Savino ama il dialogo e la pace, la primavera . .. e in una delle sue più belle liriche intitolata Chi siamo? raggiunge una originale capacità di ideazione, nonché un’andatura espressiva davvero efficace. Se infatti la miopia umana impedisce di raggiungere il cielo, per cui l’azzurrità viene negata, è altrettanto vero che la Natura imbelletta puntualmente / la terra dei sepolcri ... ma di sotto è il vermicaio. Versi nei quali avverti anche la sofferenza sbigottita di chi guarda e analizza il dolore e la morte.
In effetti le liriche che a me sembrano più riuscite sono proprio quelle che si dipanano una storia o una vicenda reale e pensata, esistenziale, un’avventura che inevitabilmente depurata dal caduco e dal personale finisce per essere rappresentativa di una situazione esistenziale comune. Ecco allora Il pellicano, la più intensa delle figure tracciate: una giovanissima tedesca la cui interiorità si coniuga al profondo malessere apparentemente senza senso da Dora Markus montaliana (eccone i particolari fisici: ... dall’enorme maglione... asessuata ... disinibita, in topless, con il seno bagnato di speranza.. che fa ritorno a Dusseldorf, stanca di cercare).
Su questa linea Fantasie, Eva, Il muro, Le mie pietre, immagini e sentimenti che si schiudono in modo denso e contratto.
Autobiografiche e ricolme di nerudiano fervore le liriche d’amore: Primo amore, Flash back, Canto d’amore, Per le chine del cielo, Immagine. Intrisi di tristezza e commozione i versi di Cuore aperto, dedicati ad Andrea Pazienza, morto anzi tempo.
Infine la scrittura. Scorrevole e sicura la mano non cerca facili o melodiosi - idillici incantamenti. La Savino ha conquistato un modo di raccontarsi, che attraverso il ritmo e gli accenti di un lessico particolare spezza il letterario classico - ermetico. Spesso un termine è collocato in totale solitudine, verso la fine o a metà del rigo. Blocca il fluire del verso precedente. Attira come uno scoglio le correnti intorno. E poi rilascia a guisa di cerniera, con moto ritardato, il resto dell’energia carico di poesia. La Savino fa uso consapevole di aggettivi o sostantivi doppi, accostati e congiunti tramite lineetta: si rinforzano a vicenda (caldamaro, massa-luce, le Silfidi-bambine, colonne-pilastri, portieri-teste d’angelo, nuovo-innocente, liquida-leggera, ...). È un’operazione tecnica ben riuscita per dare sostanza e pregnanza al canto iniziato.
scritto da: Franco Cangelosi


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