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Il viaggio, la prostituzione extracomunitaria e lo sfruttamento della popolazione di colore

Scritto da redazione il 2/7/2010


Il viaggio, la prostituzione extracomunitaria e lo sfruttamento della popolazione di colore

L’amara realtà della città di Foggia e della sua provincia.
Da qualche tempo, complice la bella stagione estiva ormai nel pieno della sua afa, ho rivalutato la dimensione del viaggio. Lo sanno tutti, e lo hanno da sempre sentenziato psicologi e pedagogisti, che la migliore strategia di apprendimento, a parte quella imitativa, si affida ai metodi dell’euristica e dell’esplorazione autonoma del campo cognitivo, perché soltanto quando si apprende per prove ed errori, ciò che si è imparato non lo si dimentica facilmente, e diventa patrimonio significativo e fondamentale dell’essere umano attraverso il “fare esperienza”. Il viaggio si configura come l’esercizio di apprendimento per eccellenza, connotandosi come quella dimensione dell’andare incontro all’altro, per conoscere direttamente la sua storia, la sua cultura, il patrimonio umano di cui è parte integrante. Non c’è nulla di più reale del dialogo personale, come dimensione dell’interlocuzione tra soggetti che vogliano mettere a confronto due modalità differenti del vivere civile. L’esistenza di una pluralità di linguaggi, tutti diversi tra loro, testimonia, infatti, proprio questa ineludibile necessità dell’uomo di comunicare la diversità per un reciproco e costante arricchimento. Ciò che si vede direttamente resta impresso nella memoria molto più di quanto si è ascoltato per “sentito dire”. Perché la pratica diretta si conferma insostituibile metodologia di approccio al nuovo. Anche fare gli esami di stato in una sede differente da quella abituale è sempre un’avventura proficua di scambio, intellettuale e spirituale. Un po’ come andare in vacanza in un posto lontano da casa, dove si può incontrare solo gente che non si conosceva prima, e si fanno nuove amicizie. Tutti i grandi uomini hanno viaggiato molto, e poi si sono cimentati nella scrittura delle situazioni vissute per raccontare agli altri ciò che hanno visto e imparato. Insieme alle cose belle, ovviamente, si porta con sé anche il ricordo di quelle brutte e tristi. Uscire dal nido ristretto della soggettiva realtà individuale non è sempre facile. La propria città, per quanto squallida possa essere, è comunque il mondo cui si è avvezzi sin da piccoli. Ciò che fa più impressione in assoluto non è il luogo diverso da quello ormai familiare del sito in cui viviamo, quanto la distanza, la strada, il cammino che conduce da un posto all’altro. Il viaggio in sé, che è tutt’uno con il fatto del viaggiare. Ad un adulto la dimensione dell’esser-tra dello spostamento in sé non incute più timore, come magari può succedere ad un bambino, anzi spesso è proprio il momento più piacevole del transito, che coincide con l’andare verso l’ignoto, il non ancora conosciuto. Eppure, ultimamente, quello che si vede sulle strade statali attorno a Foggia, crea imbarazzo anche a chi del viaggio ne ha fatto una dimensione dello spirito, e della sua propria crescita personale. Le direzioni verso Cerignola, San Severo, Manfredonia, sono fertile itinerario della prostituzione di giovani donne di colore, che occupano le sponde di entrambe le corsie di marcia delle arterie, come fossero lidi solari in prossimità della riva marina, in allegre giornate di sole della nostra calda estate del sud. Da tempo si parla di nuove forme di schiavitù e di sfruttamento nelle campagne attorno a Foggia, e di extracomunitari obbligati a vivere in condizioni disumane dai loro datori di lavoro, che li costringono a fare bracciantato agricolo a prezzi di fame, imponendo ai malcapitati poveracci anche una serie di corvée che hanno tutto il sapore della riduzione dell’essere umano in stato servile. Non bastava questa vergogna che ci ha reso noti in tutto il mondo, a tal punto da essere minacciati dal parlamento europeo di perdere i finanziamenti per l’agricoltura. A questo imbarazzante precedente si aggiunge la tratta delle schiave di colore, costrette dai magnacci a prostituirsi, ovviamente per il loro maggior vantaggio economico. Mi chiedo dove sia finita la legalità, in una terra che ha ormai poco di cattivo da invidiare a Napoli, a Catania, a Reggio Calabria. Luoghi in cui la mafia prospera come un’erba maligna mai espunta. Ogni giorno guardo dal treno i lunghi filari di esseri umani femminili, assiepati come fiori marci sul bordo della strada, e mi chiedo dov’è lo Stato che ha dichiarato illegali le case chiuse, dov’è la polizia, dov’è la forza pubblica, dov’è un Dio che continua a permettere tutto questo, dov’è l’uomo, se c’è. E proseguo dritta, abituata come tutti alla cecità mentale che non ci fa più distinguere il bene dal male; vado avanti, al mio lavoro quotidiano dove, pochi minuti dopo la vista di quello scempio senza posa, scherzo serena, come fosse niente, con i miei colleghi, tutti professori e intellettuali, discutendo le tesine dei maturandi, e parlando amenamente di questa realtà, del mondo d’oggi, delle sue mille contraddizioni. Mentre ho già dimenticato la battaglia che si combatte ogni giorno sulle strade di questa disgraziata provincia di miseria.
Scritto da: Antonietta Pistone


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