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Individualismo il male del nostro tempo

Scritto da redazione il 23/1/2012


Individualismo il male del nostro tempo

Qualche riflessione su un tema al di fuori della cronaca quotidiana

INDIVIDUALISMO E ALTRO
Luci e ombre di un sistema incentrato sull’individuo

Abbiamo attraversato nei decenni scorsi il tempo della crescita incondizionata, che faceva perno sull’homo faber, padrone assoluto della natura, signore incontrastato del mondo. Abbiamo conseguito per questa via progressi impensabili sul piano della produzione, che si sono realizzati a macchia di leopardo nei vari contesti geografici, culturali e politici e con fasi concitate, alternate da crisi ricorrenti e rallentamenti.
La mentalità produttivistica che ne è derivata ha esaltato la concezione dell’individuo come portatore di una cultura acquisita in maniera differenziata, astraendola autonomamente dall’insieme dei significati ad essa riconducibili in un certo contesto sociale.    Sin qui nulla da eccepire, perché è giusto e normale che il soggetto umano si attivi, si prodighi per conseguire degli obiettivi di miglioramento della condizione propria e dei propri familiari.
La questione si complica quando l’individuo assume la percezione di sentirsi solo; nasce qui l’individualismo, termine introdotto da Alexis de Tocqueville (La democrazia in America), con cui l’autore stigmatizzava l’atteggiamento antisociale che stava prendendo piede nella società americana.
Questa valutazione politica negativa viene ridimensionata in filosofia, che rileva soltanto la maggiore attenzione per l’individuo rispetto alla società. Lo stesso mondo sociale è un concetto che definisce un insieme di individui, senza che ad esso si possa attribuire un’esistenza sostanziale che in realtà non ha. Su questa scia si è sviluppato un sentimento che pone l’uomo al centro della vita, con i propri bisogni e i propri interessi. Nei mesi scorsi un’indagine del Censis ha confermato questo orientamento che già si intuiva; sorprende tuttavia l’ampiezza del fenomeno: ben l’85% degli intervistati ha detto di ritenere che ogni uomo è arbitro unico dei propri comportamenti.
Di qui la rinuncia alla comunicazione, la chiusura verso l’altro che, quando non viene ignorato, è oggetto di un’attenzione che confina con l’invidia. È un atteggiamento, quest’ultimo, che si connota non con il dispiacere di non avere quello che altri hanno, ma con la constatazione della difficoltà di procurarselo.    L’altro non è, in definitiva, un soggetto con cui attivare un sano confronto, da cui potrebbe derivare un reciproco arricchimento, ma un concorrente, un competitore da affrontare nell’arena della vita.
La reazione emotiva negativa si può manifestare per alcuni aspetti della personalità che non sono reperibili sul mercato, come le qualità morali, il fascino personale, uno stile comportamentale, un prestigio sociale; in questo caso l’invidia sconfina nella perfidia che può indurre persino a desiderare il male dell’altro, per poter poi avere il sopravvento e soddisfare così il proprio egocentrismo.

La pulsione all’acquisto
Ma, oltre che per quello che l’altro è, l’invidia interessa più generalmente per quello che l’altro ha e diventa corrosiva soprattutto quando la ricchezza non viene posseduta e fruita con discrezione, ma viene anche esibita. Scatta in questo caso una esigenza insopprimibile di emulazione che, subdolamente incentivata dai media e dalla pubblicità, induce al consumismo, a comprare più che per necessità, per obbedire ad una pulsione imperiosa. In molti casi il gesto dell’acquisto riesce a placare l’ansia di possedere per sé, trovando godimento soltanto per quello che si ha. Si tratta, però, di una soddisfazione provvisoria, che dura soltanto fino all’insorgere di un altro bisogno che viene presentato con la caratteristica dell’ineludibilità.
È un meccanismo perverso al quale contribuisce uno stile di vita e un assetto economico regolato sul principio della produzione-consumo-produzione, una spirale che si avvita in modo inesorabile e che induce per un verso il consumatore a reperire sempre nuove risorse per accedere all’acquisto e per altro verso impegna il produttore ad introdurre sempre “novità”, almeno nella veste apparente.    Sul fronte dell’acquirente non mancano le “offerte imperdibili” e allo stesso tempo tranquillizzanti, che permettono di pagare in “comode rate” a partire dai prossimi 6,7,8 mesi e anche oltre. L’importante è comprare oggi e soddisfare così il desiderio del momento.
In tutto questo, beninteso, non ci sarebbe molto da recriminare, perché la normale ansia del miglioramento è connaturata all’uomo ed è in qualche modo la molla del progresso. I problemi si manifestano quando la tendenza è esasperata, fino a diventare la ragione ultima dell’esistenza, che si riduce così a mera materialità. Si direbbe che la società non produca più beni, ma consumatori e chi non regge il ritmo diventa un frustrato condannato all’emarginazione.
Le considerazioni sin qui svolte si attagliano ad una società in fase di sviluppo più o meno accelerato. In queste condizioni esse possono sembrare esercitazioni retoriche di chi vuole assecondare ad ogni costo il proprio senso critico. In realtà la consuetudine indiscriminata al consumismo e all’individualismo, comunque condannabile nelle sue forme più esasperate, diventa perniciosa nel tempo di ristagno economico (o, peggio, di recessione) che stiamo attraversando e che, purtroppo, non sarà soltanto una breve congiuntura sfavorevole.
Avvezzi ad apprezzare la “quantità” rispetto alla “qualità” della vita, avremo maggiori difficoltà ad adeguarci alle nuove situazioni, perché la crisi odierna presenta, per la prima volta dal dopoguerra, una stasi, se non un arretramento, rispetto ad una economia che, sia pure con alterne vicende di rallentamento e di accelerazione, è stata sempre orientata al segno positivo, allo sviluppo.
Occorre ora attrezzarsi, individualmente e collettivamente, per affrontare la nuova situazione planetaria, orientandoci verso un nuovo modello di sviluppo che faccia leva sulla sobrietà e sui beni relazionali, quelli intessuti sui rapporti con i nostri simili.
Non sarà facile, ma non ci pare ci siano alternative praticabili.
Vito Procaccini


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