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Io sono…”, silloge poetica di Giucar Marcone

Scritto da redazione il 4/3/2014


Io sono…”, silloge poetica di Giucar Marcone

Da “Il Rosone n. 2 – Luglio-Dicembre 2013”
“Io sono…”, silloge poetica di Giucar Marcone
Dalla introspezione in se stesso la speranza di una vita migliore
Duilio Paiano
Giucar Marcone, giornalista e scrittore, torna sulla scena editoriale con una nuova silloge poetica che segue di quattro anni “T.I. A.M.O. – Tra infiniti ascolti, melodie osannanti”.
“Io sono…Poesie di rabbia, speranza e amore” – Edizioni del Poggio, 2013 – sono versi che riassumono e sintetizzano le riflessioni esistenziali di Marcone, offerte con la delicatezza e    sensibilità di cui è capace. La silloge fa parte della collana “Emozioni” diretta proprio dall’autore foggiano. La collocazione appare la più scontata, considerato il tasso di emozioni che i versi di Giucar Marcone regalano al lettore: emozioni che sgorgano dall’animo del poeta come un fiume in piena che chiede di travalicare gli argini per irrorare della sua linfa i campi circostanti. Sono emozioni contagiose, che prendono, avvincono e “toccano” lasciando, al termine della lettura, un senso di benessere con se stessi e con il mondo, alimentando la speranza in un futuro foriero di momenti favorevoli.
Quella che Marcone ci propone in questa recente raccolta potrebbe anche definirsi “poesia della vira”: il senso dell’esistenza, infatti, in ogni suo aspetto e con i sentimenti e le situazioni che l’accompagnano, è presente in quasi tutte le pagine di questo delicato “Io sono…”: “Scavo nell’io / in cerca di me. / Chi sono? / L’immagine è opaca, / la mente si stanca. /L’ultima ora mi dirà chi sono”.
Il dolore collegato alle guerre, la vecchiaia serena ma non sempre accompagnata da buona salute, il dramma dell’immigrazione, il richiamo alla necessità dei sogni e della fantasia spesso sconfitti dall’ipocrisia, le tragedie delle notti folli al volante, la pace: questi, alcuni dei temi affrontati nei gradevoli versi che nascono come denuncia e diventano messaggio di speranza. In quest’ottica la poesia di Marcone sembra possedere una valenza sociale molto importante che si insinua nella mente del lettore, fungendo da faccia razionale – in contrasto con quella emozionale – di una stessa medaglia culturale.
“Permane sullo sfondo – scrive Antonietta Pistone nella prefazione – la problematica esistenziale, che diventa ricerca di sé, della propria storia, delle radici, anche attraverso il legame con le persone, con i luoghi al poeta più cari, e persino con le sfrenate forze della natura”.
E Liliana Di Dato, che impreziosisce l’opera con la sua postfazione, scrive: “La poesia di Marcone, scavata nell’angolo più remoto e più vero del cuore, nella lucida coscienza    della propria identità, si proietta in tanti problemi esistenziali che opprimono la società contemporanea. Tuttavia, il suo innato ed ‘ostinato’ amore per la vita, lo conduce spesso ad una visione solare, di speranza e di fede”.    
Il titolo – Io sono… - è la sintesi perfetta del contenuto della silloge. E’ lo stesso titolo della prima composizione, una riuscita ed efficace operazione di introspezione che l’autore compie con se stesso identificandosi, di volta in volta, con    un ebreo, , con un palestinese, con un rom, con un emigrante, con un barbone. E, per tutti, chiedendo amore, comprensione, amicizia, una mano tesa: “Non offendete la mia dignità: / il mondo è di tutti, / anche degli ultimi”.
Per tornare alle emozioni, queste non sono legate esclusivamente al risalto che Giucar Marcone riserva alla condizione umana in tutte le sue sfaccettature; sono emozioni che ritroviamo anche nei colori dei paesaggi, nelle atmosfere di piccoli borghi intrisi di umanità: “La torre, / sentinelladi un paese / che non vuol morire, / aspetta ansiosa / i colori dell’estate / qual squillo di trombe / che richiamano / alle antiche dimore”. (Castelluccio Valmaggiore).
Una suggestione particolare regala la concezione del tempo nei versi dell’autore. Un tempo connotato, di volta in volta, di venature nostalgiche (“Geme l’anima / per il tempo perduto”), legato al sentimento della memoria (“Ricordi amico / la nostra primavera / quando con niente / compravamo il mondo”) o allo scorrere inesorabile della stagioni (“Quando l’estate muore / si sente nell’aria / un odore acre di cose perdute”), al gioco sempre suadente ma spesso ingannatore tra ciò che siamo e quel che siamo stati (“Il passato m’insegue / nei meandri incerti del presente”).
E’ una poesia intimista, questa di Marcone, che parte dall’io più profondo per aprirsi al mondo, infondendo speranza, lasciando sempre uno spiraglio aperto ad un domani più sereno e più gratificante. E’ una poesia che aiuta a riflettere, talvolta immalinconisce ma offre immediatamente l’occasione per un riscatto emozionale ed esistenziale.
DUILIO PAIANO
(Da “Il Rosone” n.2 Luglio-Dicembre 2013)                                                                                                                                                                


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