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L’AMORE NON LASCIA SCAMPO

Scritto da Antonietta Zangardi il 19/12/2015


L’AMORE NON LASCIA SCAMPO

Scrivere sull’amore e di chi ha parlato dell’amore nella Letteratura e nella Storia significa intraprendere un piacevole viaggio alla ricerca delle radici di un sentimento che fa paura e dà piacere, crea dipendenza e rende tutti più egoisti.

Come esordio non c’è male, ma è l’Amore che “ … move il sole e l’altre stelle …” a detta del Sommo Poeta Dante Alighieri del quale quest’anno si è festeggiato il 750° anniversario della nascita.

Nell’antica Grecia    fu Esiodo    a dichiarare che    dapprima ci fu il Caos    e dopo    di esso l’esistenza di due divinità: Terra e Amore, mentre il filosofo Parmenide    affermava che solo Amore può dare all’uomo il desiderio di buone azioni e che se ci fossero eserciti composti tutti di innamorati, rivaleggerebbero tra loro nelle belle azioni. L’uomo innamorato sarebbe disposto ad abbandonare il suo reparto, a gettare le armi sotto gli occhi di tutti, ma dinanzi alla persona amata, preferirebbe centomila volte morire.



Il filosofo Platone nella sua opera “Simposio” ci racconta che ogni essere umano è diviso in due metà sin dalla nascita e che diventa completo solo quando ritrova la sua metà. Si spende, infatti, tutta la vita per cercare l’anima gemella!
Conosciamo    vari tipi di amore:
L’amore amicale, come quello di Achille per Patroclo, raccontato da Omero nell’Iliade.
L’amore fraterno, come quello di Antigone, coraggiosa eroina della libertà di coscienza, che decide di violare le leggi umane in nome delle leggi del sangue, più antiche e sacre di quelle scritte. Protagonista della tragedia di Sofocle, Antigone mette in discussione l’autorità e lo strapotere del re di Tebe, Creonte, che con un editto ordina che il cadavere di Polinice, suo fratello, traditore della patria, resti insepolto. Mossa dall’affetto di sorella e appellandosi alle leggi divine che impongono pietà per i morti, disobbedisce al decreto del re.

Altro tipo d’amore è quello materno, esso è unico e nessun affetto nella vita eguaglia quello della madre.
Tante le figure di madre nella letteratura    e nell’Epica classica.
La madre ama di un amore puro e disinteressato il proprio figlio. Questo amore si basa sul sentimento e non sulla ragione. Sotto molti aspetti è più spirituale e, quindi, più grande di quasi tutte le umane espressioni dell'amore.
Dio ha impresso nel cuore della madre un amore senza riserve, che prescinde dai meriti e dal comportamento del figlio. Anche se il figlio dovesse un giorno diventare un assassino, l'amore della madre rimarrebbe immutato, mentre il padre potrebbe dimostrarsi più intollerante e meno disposto a perdonare.

L’amore paterno nasce invece dalla saggezza e si basa sulla ragione. La figura del padre nella letteratura del Novecento è ricorrente è si presenta con molteplici sfaccettature.    Il padre è colui che istituisce la morale e che idealmente istituisce il legame con le radici e con la tradizione. Simbolo assai significativo il "padre padrone" raccontato dal pastore sardo, Gavino Ledda.

Troviamo raccontato in letteratura anche l’amore demoniaco, come quello di Medea che per Giasone uccide i figli.

L’amore coniugale è rappresentato da Orfeo, che scende agli Inferi per riportare in vita la moglie Euridice.
L’amore erotico ci pensa Catullo a presentarcelo. Egli ebbe una passione travolgente per Lesbia, donna appartenente alla “Roma bene” del tempo.
Catullo apparteneva al gruppo dei “Poetae novi”, alquanto snobbati all’epoca, in quanto si dedicavano alla stesura di poesie liriche, affidando ai versi le espressioni dei più intimi sentimenti, mentre era in voga la poesia epica, poesie vera, secondo la credenza del momento storico in cui Catullo è vissuto, poesia che celebrava le imprese degli eroi.
Lesbia rappresentò per Catullo, l’oggetto di un amore altalenante fra momenti di felicità sublime e momenti di più cupa infelicità, da cui derivarono gioie intensissime e acuta sofferenza. Questo stato d’animo così oscillante è perfettamente rappresentato da uno dei carmi più celebri del poeta veronese: Odi et amo.



In questa poesia si esemplifica l’ossimoro catulliano: amore e odio, sentimenti contrastanti di cui il poeta non si capacita. Si chiede, infatti, perché possa succedere di amare e odiare nello stesso tempo la sua donna, ma non sa darsi risposta e, rassegnato nonché disperato, risponde che è così e basta.
Chiede alla sua amata un’infinità di baci; insaziabile, ne chiede ancora e ancora. Un amore che, non so se oggi possa esisterne uno uguale.



Altro tipo d’amore è quello divino presente nella vocazione di Santa Chiara o l’amore dei missionari laici o religiosi che lasciano tutto per aiutare chi soffre e ha bisogno d’amore e di sostegno.
San Paolo scriveva: “Quando anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli … ma non ho l’amore, non sono nulla”.

L’amore in definitiva è un sentimento usurato e banale che fa rima con “cuore”, un sentimento che nasce e si sviluppa dentro il petto, il più nominato proprio perché è l’unico in grado di mettere in circolo esperienze tanto importanti da cambiare la vita.
Se l’amore è così forte, crea dipendenza a tal punto che non si riesce più a stare senza la persona amata: “ amor, ch’a nullo amato amar perdona”, è sempre Dante che lo scrive mentre raccontare la struggente e sfortunata storia d’amore di Francesca da Rimini.
L’amore si apre al mondo donandogli una nuova luce ma crea anche un movimento di chiusura facendo diventare egoisti e attenti solo all’altro.
È un dardo scoccato con precisione, una freccia che trafigge; innesca un processo di crescita, insegnando a rinunciare, è un filtro magico, come ci racconta Richard Wagner nel suo “Tristano e Isotta”, che, una volta bevuto, non lascia scampo.

Scritto da: Antonietta Zangardi
    


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